LIBRI KELLER


PREZZO: €13,50
DATA USCITA: MAGGIO 2012
BROSSURA | PP. 168 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL RUMENO BRUNO MAZZONI

 
 È una visione, quella del matto che giace sopito in ognuno. Sono i ricordi ora esatti ora creati, di chi cerca i propri contorni. Con una scrittura fine, delicata, precisa e allo stesso tempo viscerale, Blecher ci regala lo scontro tra i limiti di un mondo che non ha il potere di cambiare se stesso nemmeno di un po' e le infinite e dolorose potenzialità di una mente che nelle momentanee irrealtà è costretta a trovare la propria casa.
Dimenticata durante il periodo comunista, la figura di Max Blecher è tornata luminosa dopo il 1989 con edizioni e traduzioni in numerose lingue e presso prestigiosi editori in Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, e Francia. Accadimenti nell'irrealtà immediata, primo suo libro edito in Italia, è il racconto intimo ed inquietante di un'adolescenza caratterizzata da frequenti "crisi di irrealtà", dal disagio fisico e sociale e dalla scoperta della sessualità.
Blecher è stato spesso paragonato a Franz Kafka, Bruno Schulz, Thomas Mann e ci ha lasciato una produzione letteraria eccelsa nonostante una vita sofferta e stroncata precocemente - a soli ventinove anni - dalla tubercolosi spinale.

«Vedevo bene le persone intorno a me, vedevo bene l'inutilità e la noia con cui consumavano le loro vite, le giovani ragazze nei giardini che ridevano stupidamente; i commercianti dagli sguardi scaltri e arroganti; il bisogno teatrale di mio padre di interpretare la parte del padre; la tremenda stanchezza dei mendicanti assopiti in miserabili cantoni; tutto questo si confondeva in un aspetto generico e banale, come se il mondo, così com'era, attendesse da molto tempo dentro di me, e io, giorno dopo giorno, non facessi che verificare il suo contenuto invecchiato in me».

Ciò che rende lo sguardo di Blecher così penetrante, è l'eroticità che risiede e langue in ogni cosa. HERTA MÜLLER
Un Kafka romeno. EUGÈNE IONESCO


Nato a Botoşani in Romania, Max Blecher è uno scrittore ebreo morto a soli ventinove anni, nel 1938, per tubercolosi spinale. Trascorse i dieci anni di malattia quasi sempre a letto, praticamente immobile. Ma la sua immaginazione volò libera.
Dotato di un insolito talento e visione scrisse poesie, due romanzi - tra cui Accadimenti nell'irrealtà immediata - e mantenne una intensa corrispondenza con André Breton, André Gide e Martin Heidegger. Venne lodato da Eugene Ionesco, Mihail Sebastian, Geo Bogza e Saşa Pana, e molti  paragonarono la sua prosa a quella di Franz Kafka, Bruno Schultz, Robert Walser o Thomas Mann.

 
IL MANIFESTO (20/5/2012)
ROMANIA
Max Blecher, dissociazioni alla ricerca di essenze di altre sensibilità viventi
di STEFANO GALLERANI


Sino a ora sconosciuta alla nostra editoria, la figura di Max Blecher s'è ammantata nel tempo di una sorta di aura leggendaria che ne avvolge tanto l'opera che la breve, infelice esistenza. Nato in Romania nel 1909, e perciò oltre dieci anni più giovane di Tristan Tzara e coetaneo di Eugène Ionesco, dopo la laurea Blecher si trasferì a Parigi per studiare medicina; da subito, la capitale francese rappresentò, per il giovane, un'inesauribile fonte di occasioni, conoscenze e incontri che lo portarono presto alla corte surrealista di André Breton. Il suo epistolario d'allora annovera, tra gli altri, i nomi di Gide, Heidegger e Pana, e la sua firma finisce più volte sul principale organo a stampa dell'avanguardia parigina, «Le surréalisme au service de la révolution». In quegli anni, però, a Blecher venne anche diagnostica una forma impediente
di tubercolosi spinale; la malattia lo costrinse a un estenuante pellegrinaggio tra diversi sanatori d'Europa, dalla Francia e  indietro, verso la Romania, passando per la Svizzera; infine, condannato all'immobilità forzata, Blecher trascorse i suoi ultimi anni di vita a Roman, una cittadina rurale della Moldavia dove la sua famiglia, originaria di Botosani, si trasferì definitivamente nel 1935. Tuttavia, fino agli ultimi giorni di vita (consumatisi nel maggio del 1938), Blecher non smise mai di scrivere (racconti brevi, traduzioni e articoli), dedicandosi soprattutto alla stesura di Vizuina luminata: Jurnal de sanatoriu, referto diaristico sulla coazione ospedaliera (che vedrà la pubblicazione solo nel 1947, in un'edizione parziale cui farà séguito, nel 1971, quella integrale) e portando a esito quel piccolo capolavoro che è Accadimenti nell'irrealtà immediata (traduzione di Bruno Mazzoni, Keller editore, pp. 167, € 13,50): in meno di duecento pagine e quindici
capitoli, Max Blecher condensa l'educazione sentimentale di una personalità dissociata, combattuta tra la cruda realtà del mondo oggettivo e le sottili torture d'una costante trasfigurazione  sensoriale: unica consolazione, «l'essenziale nostalgia dell'inutilità del mondo» cui fa eco la non rassegnata consapevolezza che «le parole abituali non hanno valore a certi livelli profondi dell'anima. Cerco di definire esattamente le mie crisi e non trovo che immagini. La parola magica che le potrebbe esprimere dovrebbe prendere qualcosa in prestito dalle essenze di altre sensibilità viventi».
Ecco, dunque, che la scrittura blecheriana ci sbalestra, in
Întâmplari în irealitate imediata, da un'atmosfera sgomenta (memorabile il primo capitolo sull'excursus delle crisi in cui cade
l'io-narrante non ancora adolescente) nella dimensione di una natura panica e fantastica, tra pagine che echeggiano qui il delirio gogoliano là il deliquio kafkiano celebrando, della vita, nient'altro che ciò che se ne può trarre con una frase, ovvero «l'immagine di un'esatta banalità» in cui «risiede la malinconia di essere unica e limitata, in un mondo unico e meschinamente arido».

IL PICCOLO (19/6/2012)
BLECHER, IL PROUST DI ROMANIA CHE SFIDò LA MORTE SCRIVENDO
Esce finalmente in Italia il suo libro "Accadimenti nell'irrealtà immediata"

C'era un solo modo, per Max Blecher, di ribellarsi alla Morte. Di combattere la malattia, il dolore. L'impossibilità di abbandonare il proprio letto. La medicina miracolosa aveva nome fantasia. La via di fuga si chiamava scrittura. Ed è proprio così che il grande autore romeno, morto a 29 anni distrutto dalla tubercolosi spinale, trascorse l'ultima parte della sua vita. In compagnia delle parole, delle storie che inventava, dei personaggi e dei luoghi che immaginava.
Dimenticato durante il lungo inverno comunista, cancellato dalla letteratura della Romania perché il volo libero della sua fantasia spaventava i burocrati al potere, Max Blecher è totalmente sconosciuto in Italia. Anche se critici quotati hanno parlato di lui come di un autore capace di stare alla pari con il Bruno Schulz delle "Botteghe color cannella", di Franz Kafka, Thomas Mann. Anche se, tra i suoi corrispondenti c'erano personaggi del calibro di André Breton, Martin Heidegger, André Gide.
Adesso, la piccola, meritevolissima casa editrice Keller propone ai lettori, nella traduzione di Bruno Mazzoni, "Accadimenti nell'irrealtà immediata" (pagg. 167, euro 13,50). In giro per il mondo, dalla Germania agli StatiUniti, dalla Gran Bretagna alla Francia, la prosa dello scrittore ebreo nato a Botosani, in Romania, e morto nel 1938 dopo dieci anni di immobilità a letto, ha già catturato l'attenzione di lettori in caccia di talenti dimenticati.
In un certo senso, la storia di Blecher ricorda quella di un gigante della letteratura come Marcel Proust. Anche l'autore dell'immensa "Recherche" diede forma al suo capolavoro trascorrendo gran parte delle giornate a letto, intento a sbozzare personaggi, a dare forma letteraria ai ricordi, a inventare un mondo grande, senza mai abbandonare il molle conforto dei cuscini di casa. Ma, a differenza dell'autore francese, il giovane Max non aveva possibilità di scegliere. Perché a costringerlo a letto, per dieci interminabili anni, era stata una malattia terribile: la tubercolosi spinale.
C'è una foto, sbiadita dal tempo, in cui lo scrittore è a passeggio con la madre disteso su una sorta di enorme carrozzina per bambini, lo sguardo vivo, un mezzo sorriso sulle labbra. Incapace di rassegnarsi a quella maledizione che la vita gli aveva assegnato. La malattia che non perdona, che lo avrebbe trascinato verso la fine.
"Accadimenti nell'irrealtà immediata" è un libro che azzera tutte le regole narrative. Un racconto che, fin dalle prime righe, galleggia tra una sorta di visionarietà psichedelica e il desiderio di dare vita a una sorta di autobiografia immaginaria. In questo senso, i punti di contatto con Bruno Schulz, lo scrittore ucciso come un cane dai nazisti nel 1942, e le sue scoppiettanti "Botteghe color cannella", sono davvero notevoli. Però, quello che rende la narrazione di Max Blecher davvero unica è la capacità di sfalsare di continuo i piani del racconto. Creando fondali intercambiabili al mondo reale che mette in scena. Scenari che,
piano piano, virano verso il sogno, il delirio, l'esperienza extrasensoriale.
Tutto sembra possibile, in questo libro. Eppure, tutto è irreale. Perfino l'iniziazione sessuale del protagonista, lì, in mezzo a tanta paccottiglia nel negozio del fratello di Clara. Perfino la morte della splendida Edda, una delle stelle di riferimento nell'educazione sentimentale dell'io narrante. Perfino quel balbettare fantasmagorico che il matto che racconta fissa a visioni slegate dalla quotidianità. Il tutto, però, legato al senso forte della necessità di aggrapparsi
all'immaginazione. Per sopravvivere a un mondo sempre più avaro di illusioni. Sempre pronto a spegnere i sorrisi, a distruggere i castelli in aria.
L'adolescenza, tra le mani di Max Blecher, diventa un rito di passaggio in cui sono frequenti le "crisi d'irrealtà". Quel galleggiare oltre il muro del qui-e-ora, oltre il confine della razionalità, per costruire storie possibili. Un percorso verosimile, eppure totalmente inesplorato. Perché, a ben guardare, è proprio la realtà che ci trascina, giorno dopo giorno, sempre più in basso. Cercando di affogarci.
Svegliarsi servirà a sfuggire alla normalizzazione dell'età adulta?
(di Alessandro Mezzena Lona)


CORRIERE DELLA SERA (3/8/2012)
Scoperte Tradotto in Italia lo scrittore mitteleuropeo morto a trent'anni. Un parente dei grandi del '900


Max Blecher, il Kafka di Romania
Una guida per vivere nell'irrealtà

La ricerca di un senso dell'esistenza attraverso l'infanzia
di EMANUELE TREVI

Dal punto di vista artistico, letterario, filosofico, la ricchezza del Novecento ha qualcosa di prodigioso. Si può nutrire la sensazione di conoscere, almeno di nome, le opere più importanti e i loro autori, le poetiche, le circostanze, le mode. Ma poi, ecco un nuovo astro che si aggiunge al già affollatissimo firmamento, e permette di disegnare costellazioni ancora impensate.
Mai tradotto in italiano, il rumeno Max Blecher, nato nel 1909 e morto nel 1938, pur non raggiungendo nemmeno il traguardo dei trent'anni è stato capace, lottando contro il tempo e il fato avverso, di dare forma a un mondo unico e inconfondibile.
Si erano accorti del suo valore corrispondenti della statura di Breton, Gide, Heidegger. Di famiglia ebraica abbastanza benestante (il padre era un mercante di porcellane) Blecher aveva trascorso un breve periodo a Parigi, dove era andato per studiare medicina. Sedotto da Breton, aveva aderito al Surrealismo. Spietata ed implacabile come una sentenza capitale, piombò sulla testa dell'aspirante medico e giovane poeta la diagnosi di una malattia gravissima, la tubercolosi spinale. Dopo varie permanenze in sanatorio, Blecher tornò in patria, nella cittadina di Roman, dove visse gli ultimi anni senza mai abbandonare il letto.
È in queste terribili condizioni che venne alla luce un'opera esigua dal punto di vista della quantità,ma straordinariamente intensa, punteggiata di sorprendenti illuminazioni metafisiche, capace di insediarsi stabilmente nella memoria dei lettori grazie a un tono di verità ed intimità davvero difficile da raggiungere.
Dopo la riscoperta, i libri di Blecher sono stati tradotti nelle maggiori lingue europee, e non si è esitato ad accostare il nome di questo sconosciuto a quelli di Kafka e Bruno Schultz.
Non si tratta di un'esagerazione priva di utilità e fondamento, come spesso accade quando si azzardano questi paragoni con scrittori immensi.
Apparsi nel 1936, gl i Accadiment i nell'irrealtà immediata (ora pubblicati da Keller) stanno lì a dimostrare che Blecher è uno scrittore di prima grandezza, non indegno del confronto con i più illustri dei suoi contemporanei. Simile a Kafka, in Blecher, è il ferreo controllo razionale e formale di una prosa che non esita, d'altra parte, ad avventurarsi nei più fastidiosi ed insoliti meandri della coscienza e dellamemoria. E come Bruno Schultz, lo scrittore rumeno è stato capace di fare dell'infanzia il luogo supremo della conoscenza del proprio destino e della natura delmondo. Più che come un libro di ricordi più omeno felici, allora, questi Accadimenti andranno letti come un paradossale «discorso sulmetodo», fondato sulla capacità del bambino di entrare e uscire dalla propria identità, facendo ricorso a quella che Blecher definisce «una lucidità più essenziale e più profonda di quella del cervello».Ma se da un lato c'è un soggetto che conosce mantenendosi sempre in precario equilibrio tra il sogno e la veglia, l'oggetto concreto e la sua deformazione fantastica, dall'altro c'è un mondo sempre pronto a retrocedere nell'«irrealtà» suggerita fin dal titolo. Come se la sostanza stessa del reale non fosse che un enigma, un «tutto» che, forse confidando nell'estrema sensibilità e capacità ricettiva del bambino, «implora una soluzione».
Ma se il bambino non smette di indagare l'enigma che gli offrono le cose, la sua curiosità è tutt'altro che astratta, frutto di un'energia mentale disincarnata. Al contrario, l'originalità di Blecher sta nel fatto che il protagonista degli Accadimenti è attratto eroticamente da tutto ciò che lo circonda. «Per quanto lontano rovisti tra i ricordi nell'abisso della mia infanzia», confessa lo scrittore, «li trovo legati alla conoscenza sessuale». Il sesso insomma non è quella scoperta che segna, come una linea d'ombra da varcare una volta e per sempre, la fine dell'infanzia, ma una sua componente essenziale, al pari delle paure della notte e delle prime amicizie. E questa coraggiosa modificazione di uno schema narrativo classico ha una sua importantissima conseguenza filosofica, permettendo a Blecher la rappresentazione di un'infanzia priva del complesso edipicoma satura fino all'inverosimile del desiderio e delle sue metafore.
Blecher è un vero scrittore, perché il suo mondo non è il risultato di un'addizione di ricordi ed invenzioni, ma un tutto organico, nel quale ogni elementomisteriosamente si corrisponde e si assomiglia. Come un archeologo, l'uomo adulto che scrive si cala nel sottosuolo dell'infanzia riportando alla luce frammenti di accecante verità. Al limite estremo della consapevolezza, vediamo i simboli del desiderio confondersi indistricabilmente con quelli della caducità e dell'artificio, in un nodo di sensualità e morte che non saprei se definire con più esattezza barocco o surrealista. E tra tutte le immagini di questo libro così memorabile e sottilmente perturbante, la più forte è quella di una statua di cera che si scioglie nel fuoco, con «le gambe livide e belle che si avviticchiano in aria e afferrano tra le cosce una fiamma vera che ne brucia il sesso».
Ma se una volta poteva anche esistere la parola che esprimesse il significato di questa immagine femminile, oggi di quella parola non esiste che il «ritmo lontano»: il suono fragoroso ma indistinto dell'«irrealtà».

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PREZZO: €14,50
DATA USCITA: GENNAIO 2014
BROSSURA | PP. 192 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO SONIA SULZER

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Sono gli anni Sessanta e in Alto Adige si cresce divisi, a seconda che si parli la lingua della libertà, il tedesco, o quella dei condomini di Harlem, l'italiano. Sono gli anni in cui due ragazzini immaginano di andare a Milano e sedersi a fianco di Mazzola sull'autobus, ma anche e soprattutto di essere in campo nella partita della domenica. Sono le prime sigarette e i baci rubati nel buio del cinema, sperando che nessuno venga a sapere che quella ragazza, insomma, è una "italiana". Nel frattempo il padre di uno di loro è prelevato improvvisamente di notte dai carabinieri, la madre piange lacrime nel grembiule e la sorella s'innamora di un soldato italiano. Nella stessa città ci sono anche Alex e la sorella che si prende cura anima e corpo di lui. Lei da sempre riempie le frasi tartaglianti di lui, gli fa da interprete e lo protegge. Eppure ora lo guarda impotente fare strane amicizie che lo portano lontano...
Con questo romanzo delicato e commovente, dolente e bellissimo, Sepp Mall ci permette di avvicinarci e comprendere almeno un po' le vicende e i tormenti di una terra divisa come il Sudtirolo e di una città troppo stretta per tutti.

Così come "L'italiana" di Joseph Zoderer... ha rappresentato il potente affresco morale della provincia, così il romanzo di Sepp Mall ne dipinge il lato più segreto, ma non è assolutamente da meno.

Sepp Mall, autore italiano di lingua tedesca, è nato nel 1955 a Curon in Alto Adige-Südtirol, vive e lavora a Merano. È autore, insegnante e redattore. Scrive principalmente poesia, romanzi e radiodrammi, ma si occupa anche di traduzioni dall’italiano. Ha ricevuto vari premi e borse di studio, tra cui il “Meraner Lyrikpreis” nel 1996, mentre Ai margini della ferita è stato scelto per “Innsbruck-liest” nel 2005.
 

LA STAMPA ESTERA
Sepp si rivela per una grande arte della narrazione. LITERUR+KRITIK
Un romanzo straordinariamente acuto. AARGAUER ZEITUNG
Sepp Mall prende ora posto accanto a Joseph Zoderer come narratore del Tirolo. LITERATURHAUS.AT
Assolutamente da leggere! WIENERIN
 
RASSEGNA STAMPA NAZIONALE
 
GAZZETTA DI PARMA, 30|01|2014
AI MARGINI DELLA FERITA
Anche se sembrano ormai lontanissimi ed esorcizzati, quegli anni '60 in cui, in Alto Adige, i terroristi mettevano bombe ai tralicci, ottenendo l'attenzione costante della stampa e della politica, bene ha fatto Sepp Mail, autore altoatesino di lingua tedesca, a riportarli all'attualità nel bel libro "Ai margini della ferita".
Perché la storia che vi si narra è la storia di una provincia sconsolata e senza prospettive che non siano quelle che la violenza- nella fattispecie dei nostalgici dell'Austria-coagula e convoglia verso di sé. E di provincia così, dove circola poca cultura e i giovani non vengono ascoltati nel modo giusto, è ancora piena l' Italia.
È l'epoca dei gol di Mazzola e dei juke-box, dei baci rubati al cinema e delle Vespe dove le donne montano di traverso, quando i due fratelli Maria e Alex, lei infermiera appena diciottenne, lui di poco più giovane, abbandonano i genitori e il maso, raggiungibile solo in funivia e d'inverno grotta di ghiaccio isolata dal resto del mondo, per andarsene in città. Alex, nonostante le mani d'oro per ogni impianto elettrico, è gravemente balbuziente. La sua diversità lo rende fragile, facilmente vittima di approfittatori, e Maria si sente protettiva nei suoi confronti. Le loro storie si intrecciano con quelle dei due amici Paul e Herbert, appena usciti dall'infanzia, le cui teste, come è normale, sono piene di pallone e dei primi turbamenti amorosi. Vivono in case linde e decorose, con l'essenziale e niente più, mal comunicando con genitori che un DNA di durezze, fatica e solitudini ha reso poco inclini alle manifestazioni affettive. Il sogno è di andare altrove, a "Nebjork" o anche solo a Milano, dove ogni anno Mazzola fa pur battere il calcio d'apertura della stagione calcistica a un orfano. Ma i sogni si scontrano con la realtà di un padre che finisce in carcere per terrorismo, di ménage famigliari sempre più deprivati. Terroristi per caso o per ignoranza, le storie in questo romanzo sono narrate con delicatezza e partecipazione sullo sfondo di una periferia che, pur nella particolarità, diventa emblematica dell'Italia intera. Francesca Avanzini

Ai margini della ferita, Keller, pp. 192, €14,50

IL MESSAGGERO, 1/2/2014
L'epica dolente del Sud Tirolo
Non pensavamo si potesse rappresentare il dramma secolare del Sud Tirolo col dinamismo di una narrazione controllata, compatta, moderna, senza infingimenti, che descrive gli esiti della politica di divisione operata dopo la ricostituzione della Repubblica Austriaca nel 1955, culminata nella deriva terroristica del BAS. La società italiana, con i suoi limiti, offre delle risorse emotive e culturali capaci di generare un'epica dolente della vita. Paul ed Herbert oltrepassano gli steccati, riparano i loro vissuti simmetrici e opposti. Il calcio richiama verso la Milano di Mazzola. Il cinema è luogo di evasione dove l'amore tra un tedesco e una italiana diventa possibile al riparo del sogno.
(Andrea Velardi)

CORRIERE DELLA SERA
(ED. TRENTINO E ALTO ADIGE) 2/2/2014
Ai margini della ferita
«Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso. In braccio a una ragazza esco da una porta, davanti a me il pavimento è rosso e sulla sinistra scende una scala pure rossa. Di fronte a noi, sul nostro stesso piano, si apre una porta e ne esce un uomo sorridente che mi si fa incontro con aria gentile. Mi viene molto vicino, si ferma e mi dice: "Mostrami la lingua!" Io tiro fuori la lingua, lui affonda una mano in tasca, ne estrae un coltellinoa serramanico, lo apre e con la lama mi sfiora la lingua. Dice: "Adesso gli tagliamo la lingua". Io non oso ritirarla, l'uomo si fa sempre più vicino, ora toccherà la lingua con la lama. All'ultimo momento ritira la lama e dice: "Oggi no, domani". Richiude il coltellino con un colpo secco e se lo ficca in tasca...»
Canetti, sì Elias Canetti, in La lingua salvata. La lingua appunto. Questa è la prima indelebile immagine che mi desta il bellissimo libro di Sepp Mall Ai margini della ferita. Ai margini di ferite che si rimanrginano, rimangono sempre come tracce indelebili nel tessuto di molte vite. E le ferite sono il solco fra le due parole che in tedesci significano lingua: Zunge e Sprache. Ferite tra chi non riesce a comunicare, a comunicarsi. Barriere, confini costruiti anche dalle lingue e dalla diversa sensibilità che le lingue creano e sottendono. Il libro esce neò 2004 per i caratteri di Haymon Verlag con il titolo di Wundränder. L'editore Keller riprende, traduce il libro situandolo nel progetto Confini. Cito dalle osservazioni di Keller a proposito della collana: «Confini è un sentire, una traccia che attraversa le due collane della casa editrice, VIE e PASSI, seminando alcuni titoli ogni anno, a partire dal 2014 e fino al 2018, che raccontino attraverso la letteratura europea - e non solo -la Prima guerra mondiale. Cosa è accaduto e ciò che ancor oggi è rimasto sospeso». E ancora perché Confini? «Perché - prosegue -i confini divennero campo di battaglia, perché dopo di allora mutarono radicalmente, perché i confini politici disintegrarono quelli geografici o violentarono quelli culturali ed etnici e linguistici».
E di storie di frontiera si tratta in questo romanzo. Mi sono riferita anche alla prima edizione in lingua tedesca perché lì nel risvolto di copertina si trova un breve accenno alla base "storica" del racconto, la lotta per la libertà sudtirolese. Alla fine della prima guerra mondiale il Sudtirolo, contro la volontà dei suoi abitanti di lingua tedesca, viene dichiarato italiano. Da qui la migrazione di massa di cittadini italiani da altre province, la riduzione dei sudtirolesi di lingua tedesca a una minoranza, l'italiano che diventa lingua ufficiale, l'abolizione dell'insegnamento della lingua tedesca nelle scuole. Frustrazioni che sboccano, appunto negli anni Sessanta nei quali il libro si situa, negli attentati, nelle tristemente famose notte dei fuochi. Cert queste poche notizie possono far rientrare il lettore nella tematica del romanzo, ma anche a mio parere (come ha fatto l'editore Keller che le ha tralasciate), non è solo il racconto di un periodo storico che Sepp Mall vuole portare. Altri hanno usato questa linea: Zoderer nel suo riuscitissimo Die Walsche, sicuramente letteratura e, forse, sottolineo i forse, Melandri in Eva dorme. Certo le vicende della lotta sudtirolese sono così poco note e le varianti tanto numerose che ogni cenno di questa vita a due - due lingue, due culture, due mondi di confine - può incuriosire i lettori. Nel romanzo di Sepp Mall, le ferite profonde sono iscritte nella memoria familiare e consegnate, come cicatrici permanentei, al racconto, al silenzio delle vittime, ma con una differenza: il desiderio, quello di Mall, di interrogare la storia da una distanza che conosce i trabocchetti della memoria. Un'urgenza di allontanarsi drasticamente da un registro di osservazione solo tragico, da derive sentimentali. Quello che ne risulta è letteratura, non più come trasfigurazione astratta della Storia, ma come centro della narrazione.
Forse a questo punto mi pare il caso di tracciare, almeno a brevi linee, la storia di questa storia di due famiglie, una storia situata alla fine degli anni Sessanta. Prima famiglia quella di Paul, un ragazzo di dodici anni. «Suo padre - si legge nella prima pagina del romanzo - si è dissolto nel nulla, così, da un giorno all'altro». Paul non riesce a capire come e perché sia stato arrestato. La madre piange lacrime inconsolabili che ingorgano il vissuto di tutta la famiglia. Cosa è veramente accaduto e perché, si chiede Paul. L'amico Herbert ne sa molto di più. Ma il mondo degli adulti non è facile da capire per un bambino. Poi c'è la scuola, il calcio, tante cose, le prime sigarette, i baci rubati al buio del cinema, baci con una ragazza italiana. Chissà cosa succederebbe se il padre, in quel periodo in prigione a Milano, venisse a saperlo. E anche Maria, la sorella si vede con un soldato italiano. Paul, racconta l'autore, appoggia il righello sulla cartina e moltiplica i centimetri per la cifra della scala graduata in fondo a sinistra. «Suo padre - prosegue Mall - si trovava a venti milioni di centimetri di distanza». Alla fine il padre torna, ma è cambiato, diverso, silente.
La seconda famiglia proviene da un maso di montagna. La figlia, Johanna abbandona il maso assieme al fratello Alex. Ad Alex mancano le parole. La sua è «una lingua incatenata». Una persistente balbuzie lo allontana da tutti. Sua sorella che lo protegge, difende, traduce. E lo poarta via, in città dove Alex lavorerà come elettricista. Maria è infermiera. Nuove conoscenze, nuovi mondi, un quartiere di periferia che chiamano Harlem, anche se noi lo si chiamava Shangai, portano cia Alex alla sorella e, forse a se stesso. La loro avventura termina tragicamente con la morte di Alex dovuta all'esplosione di una bomba.
«Chi era Alex?» si chiede Johanna, veramente un bombarolo, un attentatore e dove sono finite le parole che lui non sapeva pronunciare, che non fosse solo la lingua l'organo malato di Alex? Paul, Johanna, Maria, Alex, l'amico di Paul, Herbert, Erika, amica di Maria e figlia del datore di lavoro di Alex, probabilmente il suo mentore, sono questi i personaggi che animano il libro.
Seppp Mall nella sua abilità di narratore collega le due famiglie: il padre di Paul si suicida e cade proprio dove lo trova Maria che passeggia con il suo cane. Paul finisce in ospedale dove incontra Johanna che è lì come infermiera di notte. E Johanna accarezza la testa di Paul come aveva fatto con Alex, senza parole. Segni, ferite intrecciate in più vite. Ferite come nel titolo o come negli alberi che Alex intagliava nella foga di comunicare. «Cerco gli alberi di Alex, cerco i segni dei tagli, voglio sapere se le ferite si sono rimarginate» dice la sorella Johanna. E colore dominante è il blu dei cieli, della nostaglia dello struggimento: «Sembrava che il blu del cielo - questa volta è l'io narrante - fagocitasse i bianchi piumini delle nuvole, sminuzzandoli pian piano, senza saziarsene mai». E del dolore, del rimpianto, delle mancanze, non ci si sazia mai. Certo questa è letteratura. La storia si fa leggere anche attraverso vicende, contesti diversi, confini diversi. L'impulso della letteratura prende luogo dalla scrittura come resoconto, senza compromessi, tenendo però conto delle proprie radici ideologiche e delle colpe dei padri. Brunamaria Dal Lago Veneri

VITA TRENTINA 7/2/2014
IL ROMANZO DI SEPP MALL
AMBIENTATO NELL'ALTO ADIGE
DEGLI ANNI '60
L'incomunicabilità del confine
di Paolo Piffer
C'è qualcosa che va oltre le storie raccontate. Che travalica i luoghi e le situazioni. "Ai margini della ferita", romanzo dell'altoatesino Sepp Mall che l'editore Roberto Keller ha appena pubblicato nella traduzione di Sonia Sulzer a dieci anni dalla prima edizione in lingua tedesca, è ambientato in Alto Adige, durante gli anni Sessanta, quelli delle bombe separatiste. In un montaggio alternato il romanzo mette in campo le storie di due famiglie tedesche. In una il padre viene arrestato in quanto terrorista e poi liberato perché delatore, avendo fornito agli inquirenti elementi ritenuti sufficienti per smascherare la rete clandestina. Ed è così bollato come traditore. Nell'altra la sorella vede il fratello allontanarsi sempre più da lei, sino a finire dilaniato dalla bomba preparata per far saltare un monumento agli alpini , simbolo dell'"occupazione" italiana del Sudtirolo. Dette così, succintamente e moto schematicamente, sono storie che per chi non conosce la situazione altoatesina di quegli anni aprono scenari turbolenti e inediti, di scontro etnico ai confini di un'Italia in pieno boom economico. Un panorama balcanico ricomposto nel corso del tempo grazie all'Autonomia, attutito nelle sue forme più crude anche se non completamente pacificato. Ma c'è dell'altro che fa trasparire la scrittura cristallina di Sepp Mall, 58 anni, scrittore italiano di lingua tedesca, insegnante, nato a Curon e residente a Merano. E che rende il lavoro un limpido esempio di letteratura e non solo uno spaccato di una realtà di confine, un mero ritratto sociologico tradotto nella forma-romanzo. È quel profondo senso di incomunicabilità che pervade tanti dei personaggi messi sulla scena, lo specchiarsi di un'umanità dolente e fragile incapace, pur nella profondità degli affetti, di aprirsi a se stessa prima ancora che agli altri. E se per Alex la separazione dalla sorella è fisica, segnata dalla balbuzie, quasi un'immagine che fa da schermo ai segreti che non può rilevare, nel padre di Paul è il mutismo che fa seguito al carcere, fino alle estreme conseguenze, il tratto distintivo di una lontananza palpabile. È nell'amicizia tra Paul, che sta forse, con una ragazza italiana, ed Herbert e in quella tra la sorella di Alex e Erika, compagna del bombarolo, che si intravedono i segni di una rinascita, per quanto dolorosa, segnata dalla fatica del vivere. Tanto che nel finale tutti questi elementi paiono ricongiungersi. E da lì ripartire per darsi almeno una speranza di futuro.

IL FATTO QUOTIDIANO, 8/2/2014
Alto Adige, le ferite del terrorismo
Il papà di Paul fa il falegname, poi viene arrestato e il ragazzino dice al suo amico Herbert che il padre "si era dissolto nel nulla, da un giorno all'altro". Alex e Johanna, invece, sono fratello e sorella. Hanno abbandonato la casa paterna e si arrangiano in città. Lui è balbuziente, fa una fatica enorme a parlare e la voce della sorella diventa anche la sua. La sera, quando si ritrovano, la felicità è "il tacere che colma senza lasciare vuoti". Alex salta in aria mentre prepara un attentato. Anni Sessanta in Alto Adige. La quotidianità di due famiglie autoctone viene strappata dalla lotta contro l'oppressore di Roma, contro l'assimilazione. Una parola tremenda, sanguinosa: terrorismo. Sepp Mall, scrittore italiano di lingua tedesca, ha scritto "Ai margini della ferita" nel 2004. Un romanzo che è una miniatura delicata e feroce allo stesso tempo, una sorta di letteratura di confine poco nota nel nostro Paese. A pubblicarlo ora è Keller editore di Rovereto che ha varato proprio un progetto chiamato "Confini", dedicato al centenario della Grande Guerra: 1914-1918, 2014-2018.
Fabrizio d'Esposito

LA STAMPA, TUTTOLIBRI 8/2/2014
La terra ferita vista dall'altra parte
Dopo l'Italiana di Zoderer: Sepp Mall, autore italiano di lingua tedesca che vive a Merano, racconta il Sudtirolo Anni 60, diviso dai muri invisibili di lingua, cultura, politica, weltanschauung attraverso lo sguardo candido di due ragazzini che s'incamminano verso l'adolescenza fantasticando sui dribbling di Mazzola e sulle figurine Panini, sui baci nel buio del cinema con le compagne di scuola, in un'Italia amabile e nello stesso tempo matrigna verso chi parla (e ragiona) tedesco. Ma anche vedendo genitori e parenti finire in galera (o peggio) per un'idea di patria diversa.
Con dolente pacatezza Mall racconta una generazione, più o meno la sua (è nato nel '55), in cui tanti italiani forzati hanno dovuto scegliere tra l'integrazione e una guerra partigiana di bombe, attentati, trame segrete, per annunciare al mondo che esisteva una minoranza orfana di una Mitteleuropa distrutta. Bruno Ventavoli

TRENTINO - 11/2/2014
Sepp Mall: parole "ai margini della ferita"
Gli anni dell'odio etnico in Alto Adige
Lo scrittore sudtirolese ora tradotto da Keller
Dieci anni dopo la pubblicazione, "Wundränder", il romanzo dello scrittore sudtirolese Sepp Mall, esce ora in versione italiana per i tipi dell'editore Keller di Rovereto, col titolo "Ai margini della ferita", traduzione di Sonia Sulzer. Una delicata storia di sentimenti, di speranze e di dolori, vissuta in due racconti paralleli che si intrecciano, senza incontrarsi, nella Bolzano degli anni Sessanta, scossa dalla sempre difficile convivenza tra popolazione sudtirolese e italiani immigrati, ma soprattutto dalla prima ondata di attentati dinamitardi ai tralicci dell'alta tensione. I protagonisti principali di queste vicende sono però alcuni ragazzini sudtirolesi, e gli eventi sono filtrati dai loro occhi. In una delle due storie l'io narrante è quello di Johanna, la sorella maggiore di Alex, materna e adorante, vera protettrice del focolare domestico, preoccupata sempre della sorte del fratelli, balbuziente e alle soglie di una maturazione difficile; nell'altra si narra di Paul e Maria, venuti dalle vallate a vivere con i due genitori in un caseggiato di Harlem, quartiere popolare italiano di Bolzano. Sia Alex che il padre di Paul e Maria moriranno, l'uno compiendo un attentato ad un monumento considerato simbolo dell'oppressione dello stato italiano, l'altro suicida per disperazione dopo essere stato coinvolto nei gruppi dinamitardi e aver subito una traumatica detenzione nel carcere di Milano, con il turpe sospetto di aver tradito i compagni. I ragazzini sanno e non sanno quello che succede, immaginano con la fantasia, ma la realtà si svolge per essi come uno spettacolo su cui restano interdetti, smarriti. Il loro mondo reale è fatto di scappatelle scolastiche, di giochi in cortile, di confidenze amorose e soprattutto di fantasie legate al calcio delle grandi squadre di serie A, ai campioni dello sport e a velleità di fuga, Milano, l'America... Quello che vivono Paul, Herbert, Stella, Maria (che accetta il corteggiamento di un soldato italiano, subendo per questo rimproveri in casa) insomma è l'iniziazione alla vita adulta, ma in un contesto duro, difficile, pieno di insidie e di incomprensioni a sfondo etnico che vengono dal mondo degli adulti, dal peso di un passato che non passa e di una storia che sta anzi per riaccendersi nel conflitto più che nella convivenza. Basti ricordare la "notte dei fuochi", con tutti i successivi avvenimenti. Ecco come Johanna racconta il proprio smarrimento davanti agli eventi: «Attentati alle caserme, ai binari, ai tralicci, queste erano le parole che cominciavano a circolare nelle conversazioni che sentivo in autobus, alla radio che di tanto in tanto facevo andare, o sui giornali appesi nelle edicole. Mi resi conto che c'erano persone tra noi che odiavano lo Stato, e che gli italiani erano considerati degli intrusi, ma capii anche tutto questo mi era estraneo, che era un mondo distante da me, nel quale io non avevo mai messo piede» (p.62).
Alex, suo fratello, è diventato un giovanotto, fa l'operaio nei cantieri ed entra in contatto con teste calde che lo suggestionano e lo porteranno ad un gesto di rischio estremo che gli costa la vita. Ma soprattutto è un debole, indifeso, impedito da un grave difetto nel parlare e per questo la sorella soffre incessantemente per lui, gli dedica la vita, lo protegge, anche se nulla può quando capisce che sta per prendere una cattiva strada; la madre sembra assente, dopo la separazione dei genitori, sono scesi anche loro in città, mentre il padre contadino è rimasto su al maso. Erika è la giovane innamorata di Alex, "vedova" precoce che, assieme a Johanna, cura le spoglie e conserva il ricordo di una vita spezzata, di un sogno non realizzato.
Non è facile dipanare questa trama in un montaggio narrativo assai incalzante, ma mixato in spiazzanti flashback nella successione temporale, ricco di ellissi e di non detti. I due funerali con cui le storie si concludono sono vissuti in modo diverso, certo, ma rimandano ad un comune contesto che Sepp Mall, col suo stile impersonale e oggettivo, prova a ricostruire, ad immaginare con discrezione, dal di dentro di storie private, di tormenti interiori.
Ci aiuta a comprendere, anche se la sua poetica non muove certo da intenzioni di questo tipo, qualcosa del clima di irredentismo anti italiano, di idealismo patriottico che circolava in ambienti sudtirolesi, qualcosa del perché alcuni furono pronti anche a rischiare la pelle per questo, o ebbero la vita devastata dalla spirale di violenza e repressione in cui furono coinvolti, come il padre di Paul e Maria. Le ferite che questo provoca nelle vite delle persone coinvolte, soprattutto i familiari, sono profonde e non si rimarginano. E finiscono per apparire così lontane dalle cause più o meno nobili e collettive che le hanno provocate.
Il senso dolente della vita, che l'autore rappresenta nella sua scrittura spezzata e minimalista, rimane nei sopravvissuti che non cercano né possono darsi spiegazioni. Al pessimismo fatale degli epiloghi fa comunque da contraltare la leggerezza e la vitalità degli adolescenti descritti nei loro sogni e quotidiani passatempi, nel loro cercarsi e girovagare sullo sfondo dei quartieri bolzanini. Questo mondo difficile, questa storia pesante e parecchio indecifrabile sono visti dagli occhi dei ragazzi in un'ottica di ingenua sorpresa che fa ricordare i bambini di Ammaniti in "Io non ho paura" alle prese con le cose terribili che fanno i grandi.
L'editore Keller propone questo volume di Mall come primo di una serie di opere che usciranno nel progetto "Confini" allo scopo di ripercorrere con uno sguardo letterario l'epoca della grande guerra e delle sue conseguenze.
(Carlo Bertorelle)

STRADANOVE, 9/3/2014
AI MARGINI DELLA FERITA, SEPP MALL
di Marilia Piccone
Bambini appassionati di calcio in cerca di risposte che gli adulti non vogliono dare. Una terra divisa e una città troppo stretta per tutti. Un grande romanzo.
"Leggiamo per non essere soli", ha detto il personaggio di qualche libro che non ricordo. Vero. Ma leggiamo anche per sapere, per vivere altre vite diverse dalla nostra, per pensare altri pensieri.
"Ai margini della ferita" di Sepp Mall ci trasporta in Alto Adige, rimasto Südtirol per gli abitanti in grande maggioranza tedeschi. Un Alto Adige che non è quello idilliaco dei picchi innevati delle montagne e delle cassette di fiori alle finestre. È l'Alto Adige degli attentati del 1961- e scopriamo quanto poco sappiamo, o meglio, quanto poco abbiamo riflettuto sulla Storia di questa regione di confine, regalata all'Italia alla fine della prima guerra mondiale senza tener conto del diritto all'autodeterminazione proclamato dopo il crollo dell'impero asburgico, mantenuta forzatamente tranquilla nel periodo tra le due guerre ed esplosa per la prima volta con un attentato nel 1956 a cui seguirono altri, culminanti nel divampare dell'odio della ‘notte dei fuochi' tra l'11 e il 12 di giugno del 1961.
Sepp Mall non fa riferimento esplicito ad alcun attentato- si accenna a tralicci fatti saltare, al tentativo di distruggere il monumento che raffigura un alpino in una piazza. Ma le due storie, che si sviluppano separatamente, si sfiorano senza intrecciarsi e si riuniscono con lievità alla fine, sono raccontate dal punto di vista di un ragazzino e di una giovane donna. Lui perché è poco più di un bambino, lei perché è appena venuta ad abitare in città- nessuno dei due è consapevole di quello che sta accadendo. Lui sa che suo padre è stato arrestato, lei deve accettare che il fratello vada ad abitare per conto suo, ma né l'uno né l'altra collegano i due fatti con quello di cui hanno solo un sentore vago. E l'abilità dello scrittore è proprio in questo, nel costruire un'atmosfera di tensione occulta, nel creare un divario tra chi insorge e la maggioranza silenziosa.
"Il ragazzo disse che suo padre si era dissolto nel nulla, così da un giorno all'altro"- è l'inizio della prima storia, quella del ragazzino che sogna di andare allo stadio di San Siro per vedere giocare Mazzola e poi viene a sapere che suo padre è a Milano, sì, ma in carcere. A lui, tutto sommato, fa perfino comodo che il padre, così severo, non sia più in casa. Così come fa comodo a sua sorella che amoreggia con un soldato italiano. Quando il padre verrà rimandato a casa e sentirà il nome ‘Salvatore', andrà su tutte le furie.
Gli italiani che compaiono nel romanzo di Sepp Mall sono dei poveracci, sono ragazzi spediti all'estremo Nord dall'estremo Sud, sono quanto di più mediterraneo si possa immaginare, con le ascelle chiazzate di sudore, la carnagione scura e i capelli ricci.
Sono altrettanto inconsapevoli della realtà storica della regione in cui si trovano quanto lo sono il ragazzo e la sorella del giovane balbuziente che finalmente trova un ruolo importante per se stesso e poco importa se è strumentalizzato, se qualcuno approfitta della sua ingenuità e ignoranza. Dagli italiani si deve stare alla larga, nel romanzo di Sepp Mall. Quando, per mancanza di soldi, il ragazzo si trasferisce ad abitare nel rione chiamato Harlem (e non a caso), vuol dire che la sua famiglia è caduta proprio in basso: chi mai andrebbe ad abitare in uno di quei casermoni dove vivono gli italiani?
Harlem è il posto più merdoso che ci si possa immaginare, disse sua sorella. Ci abitano solo gli italiani, là. I morti di fame e gli italiani.
Ah, così, disse Paul, però non ti dispiace pomiciare con uno di loro.
Riuscì a malapena a schivare un calcio.
Come se non fosse vero, disse lui.
Non puoi capire, sibilò Maria, sei ancora troppo stupido. Quella con Salvatore è tutta un'altra cosa.
Il finale è nell'ombra, è il lettore ad illuminare le scene, a capire che cosa sia successo, a mettere insieme i pezzi, come fossero quelli di un corpo dilaniato da un'esplosione. Le due tragedie avvicinano il ragazzo Paul e Johanna che aveva sempre protetto l'amato fratello minore ("Qualche volta incespico anch'io, proprio come lui", erano state le parole di apertura della sua storia) e noi abbiamo letto la Storia vista ‘dall'altra parte', due storie su cui fermarci a riflettere. www.stradanove.net

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DATA USCITA: SETTEMBRE 2014
BROSSURA | PP. 296 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO FRANCO FILICE

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Lassù nella baita aleggia il profumo d’affu- micato e del pane appena sfornato, l’odore degli animali e del loro cibo. Eppure in questa terra sono le storie a riempire ogni cosa. Riecheggiano nelle osterie, nelle fiabe della buonanotte, nei discorsi di famiglia tra adulti, nelle parole di una nonna alla nipote e parlano di masi e partigiani, di lager e confini. Lì una bambina ascolta e diventa donna. Fa i conti con una lingua negata, con una famiglia tormentata, con i ricordi di una terra che non è più terra, con boschi che non servono più a far legna, con ruscelli che son diventati campi di battaglia. Quello che pagina dopo pagina prende vita sotto i nostri occhi è un romanzo straordinario, uno dei più belli che la letteratura in lingua tedesca ci abbia regalato negli ultimi anni: la storia di una vita e allo stesso tempo l’affresco di un popolo, quello sloveno, raccontati attraverso le vicissitudini di una famiglia nel cuore delle Alpi e dell’Europa.
Maja Haderlap ha scritto un grande romanzo d’esordio premiato, non a caso, col prestigioso Ingerborg-Bachmann-Preis. In esso i diversi piani della narrazione s’intrecciano con finezza, il linguaggio poetico e il ritmo, sempre in bilico tra tensione e abbandono, ci portano a tu per tu con una storia che tocca l’anima.
 
 
Maja Haderlap è nata a Eisenkappel/Železna Kapla (Austria), ha studiato Teatro e Tedesco presso l’Università di Vienna. Dal 1992 al 2007 ha diretto il Teatro Comunale di Klagenfurt. Tiene corsi annuali presso l’Alpen Adria Università di Klagenfurt dove vive dal 2008 come autrice indipendente. Ha pubblicato volumi di poesia e saggistica in lingua slovena e tedesca, oltre a traduzioni dallo sloveno. L’angelo dell’oblio è il romanzo d’esordio col quale ha vinto il prestigioso Premio letterario Ingeborg-Bachmann.
 
 

“Nonna ha un’idea del tutto particolare della natura. Ritiene che per essere in buoni rapporti con i campi e i boschi non sia necessario ricoprirli di versi. Una poesia non significa proprio niente per la natura, dice, è necessario mostrarsi remissivi nei suoi confronti.
In soffitta ha raccolto dei vimini, li separa dai rami di palma che ogni anno vengono benedetti in chiesa la Domenica delle palme. Con i rametti di salice realizza delle piccole croci che in primavera portiamo nei campi, le conficchiamo nella terra arata perché diano fertilità alle patate e facciano crescere il grano. Quando le nubi si addensano preparando un temporale, nonna mette dei tronchetti di salice sulla brace e li porta in giro per la casa in un braciere. Il fumo acre che ne emana dovrebbe rischiarare l’aria e placare la furia delle intemperie. Nonna sostiene che la fede in Dio bisogna averla nel cuore, che non basta andare in chiesa e metterla in mostra. La chiesa non è abbastanza affidabile, sostiene”.
 
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DATA USCITA: settembre 2013
BROSSURA | PP. 160 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO LAURA BORTOT

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Tra ricordi, vicende private e giudizi sul mondo, la protagonista di questo romanzo ci racconta la sua storia, le cose che ha capito della vita e quelle che proprio non si spiega. Ormai vecchia ripensa alla sua famiglia: tre figli di cui uno illegittimo, morto suicida per il tradimento della moglie, una figlia che poteva innamorarsi del veterinario ma studia inspiegabilmente teatro a Vienna, e l'ultimo che lavora a casa, ma non nel modo giusto. Nuore e nipoti che si sposano, tradiscono, viaggiano e compiono percorsi a volte senza conoscere la direzione che hanno preso.
Gabriele Kögl ha creato una voce potente, umana e a tratti severa, un romanzo dalla sincerità disarmante sull'amore, sulla vita, la morte e la colpa, e sul conflitto tra generazioni che è anche confronto tra i valori di un mondo antico e quelli della realtà moderna, diversi forse solo all'apparenza.

«Si dice sempre che la vita è cambiata, che niente è più come prima, ma in realtà la gente non è cambiata, è solo confusa, perché non sa quale strada prendere e che cosa farne di tutta questa libertà e di tutte queste opportunità per cui ha lavorato duro. La gente vuole le stesse cose che volevamo noi e che volevano le generazioni prima di noi. Basta guardare mia nipote, con i suoi diciassette anni. È la migliore di tutta la scuola, e cosa vuole? Il suo ragazzo vuole, quello che si è rimediata e che vorrebbe sposare, e dei bambini, e una bella vita. E allora la sua istruzione non cambia niente, e neanche il viaggiare a destra e a manca, alla stessa maniera delle lingue straniere che si studiano. I desideri rimangono sempre gli stessi».

Gabriele Kögl è una scrittrice austriaca, nasce nel 1960 a Graz dove compie studi religiosi presso L'Accademia Pedagogica, poi si sposta a Vienna e si laurea in Sceneggiatura presso la Vienna Film Academy. Dal 1990 scrive testi letterari e sceneggiature per cortometraggi e documentari. Ha vinto numerosi premi tra cui il Max von der Grün Preis nel 1993, il premio letterario della città di Graz nel 1994 e il Clemens Brentano Preis nel 1995. Nel 2005, con Anima di madre ha vinto l'Alfred Gesswein Literaturpreis e il Würth Literaturpreis.

Un monologo su Dio, il mondo e i bambini. Sfacciato, senza sentimentalismi e intollerante. FRANKFURTER RUNDSCHAU
"Anima di madre" si pone nella tradizione della prosa d'invettiva austriaca che conosciamo con Thomas Bernhard, Elfriede Jelinek e Marlene Streeruwitz. URSULA MÄRZ, DEUTSCHLANDRADIO


RASSEGNA STAMPA ITALIANA

IL FOGLIO - 28/09/2013
"Si diventa vecchi più in fretta di quanto si pensi, e in qualche modo ci si dà molto da fare senza vivere niente, e allora ci si mette a riflettere sulle possibilità andate perse, su quello che ci si era immaginati di avere dalla vita e su quello che ne è stato di sogni e progetti". A colpire prima di ogni altra cosa, nel racconto-monologo della vecchia madre immaginata da Gabriele Kögl (nata a Graz nel 1960, romanziera, sceneggiatrice e autrice di teatro) è la qualità musicale della voce narrante. L'"andante piano" che a tratti diventa "con brio", il tono assorto e confidenziale rotto da sprazzi di umorismo, i temi che ritornano potenti anche dopo che sembravano esauriti. Nella vita della protagonista, nel bilancio del dare-avere, delle ingiurie e dei favori dell'esistenza, sono più le cose che le rimangono incomprensibili rispetto a quelle chiare, definite, con una logica riconoscibile. Lei è una donna che ha vissuto una vita piena, anche se confinata sempre nello stesso villaggio. Ha avuto un figlio illegittimo, poi ha trovato marito in una famiglia di contadini abbienti, e ha avuto altri due figli. Sempre al lavoro, mai con le mani in mano, perché la campagna e gli animali danno da fare, ma è meglio così che avere troppo tempo per rimuginare. In lei, non c'è nessuna invidia - c'è, anzi, commiserazione - per chi se ne è andato via. Non capisce la nipote che si è sposata in America e che ora sta per tornare con un marito di lì e una bambina. Quel paese delle "possibilità illimitate", per la vecchia nonna è come un bel fondale di cartapesta sempre pronto a sfasciarsi, con quelle case mal costruite che volano via durante gli uragani perché laggiù niente deve durare, e anche i grattacieli sono fragili. Non capisce nemmeno la figlia bohémienne, una che non sapeva ballare e che avrebbe potuto sposare il veterinario del villaggio. Invece era andata a fare l'attrice a Vienna, a recitare in cose incomprensibili di fronte alle quali lei, la madre, l'unica volta che l'ha vista in tv si è talmente vergognata che non si è fatta vedere dai vicini per un mese. È che solo la terra natale può proteggerti a dovere, fuori, ci sono solo pericoli e disfacimento. E se il suo primo figlio - l'illegittimo, cresciuto lontano perché il suocero ricco e despota non aveva accettato che la nuora lo portasse in famiglia - se quel ragazzo così bravo, laborioso e malinconico non avesse avuto l'idea di andare a vivere in Germania, forse non si sarebbe suicidato, tre anni prima. Aveva solo cinquant'anni. Troppi per ricominciare, con un matrimonio fallito e un altro in procinto di fare la stessa fine, perché la seconda moglie lo tradiva e lo avrebbe lasciato, portandosi via la loro bambina piccolissima. Quel figlio infelice, che affiora a tradimento nei pensieri della madre, si era sparato nella bella Mercedes che aveva tanto desiderato, quasi fosse il simbolo di una sicurezza che gli era sempre mancata, nonostante l'amore che lei, la madre, gli aveva sempre dato. E la vecchia ora sgrana il rosario dei morti e dei vivi, di chi c'è e di chi non c'è più. Si dice che come sempre dovrà cavarsela da sola, anche ora che è così stanca, con le gambe che non la reggono più e sempre meno coetanei con i quali dire: ti ricordi... Il romanzo di Gabriele Kögl, tradotto da Laura Bortot per la piccola e dinamica casa editrice Keller di Rovereto, dà voce a un personaggio di donna originale, potente, di violenta sincerità. Nel farsi e disfarsi dei legami nel tempo, la vecchia madre ha capito che l'unica cosa salda sono il villaggio, l'origine, la casa famigliare. È la sua rivincita su una modernità che non può cambiare i desideri delle persone, perché i desideri sono sempre gli stessi: "Si dice sempre che la vita è cambiata, che niente è più come prima, ma in realtà la gente non è cambiata, è solo confusa".
(Nicoletta Tiliacos)

LIBERO - 3/10/2013
L'austriaca Kögl.
Il monologo sboccato di una vecchia madre perfetto per il teatro.
Suddiviso in nove parti, questo che ha l'apparente forma di un romanzo (Gabriele Kögl, Anima di madre, Keller, pp. 156, euro 14) è pensato come un'opera per il teatro, e del resto la scrittrice austriaca è apprezzata soprattutto come autrice di testi teatrali. L'io narrante è un'anziana senza nome il cui marito è morto e un figlio si è suicidato («Quello che mi ferisce di più pensando a mio marito e a mio figlio è che non mi hanno detto avvio», sottolinea la donna), un secondo vive con lei in un villaggio della campagna stiriana con moglie e bambino e la figlia fa l'attrice a Vienna.
Il suo è il monologo di una madre su Dio («Credo che esista un Dio, ma chissà se quel Dio esiste anche per i defunti, a volte mi chiedo perché nessuno sia tornato a raccontarci dell'Aldilà»), sul mondo e sui figli, sboccato, insofferente e privo di toni sentimentali. Così è pure il suo rapporto con la terra, con la sua terra: «Il mio orto se lo guardano tutti, con la terra grassa e nera. Potrei sotterrarmici dalla gioia, e quando poi, piantata la prima insalata, vedo e i ravanelli che germogliano, e i cipollotti tutti in fila, allora mi fermo a guardarlo e penso, ecco, ora lo so di nuovo, perché vivo!». La scrittura della Kögl è stata accostata a quella di Elfriede Jelinek, ma rispetto a quella, fortunatamente, non c'è alcuna aspirazione all'analisi o al deborda mento nel politico: la sua è solo letteratura.
(Vito Punzi)

COOPERAZIONE - 29/10/2013
Madre, vittima
Il cuore di una madre può essere un luogo molto buio. Niente indulgenze in questo romanzo della scrittrice austriaca Gabriele Kögl. Innanzitutto nei confronti del lettore: Kögl è laureata in sceneggiatura, saprebbe come scrivere una storia rendendola «cinematografica», con quella scrittura che in questi anni va per la maggiore, fatta di immagini forti, di dialoghi fitti, di una lingua propedeutica alla messa in scena. Niente di tutto ciò in questo romanzo. Anima di madre (Keller editore) è uno sterminato, sfibrante monologo. Un canto dolente per voce sola, che potrebbe essere letto aprendo a caso il volume, tali e tante sono le digressioni, i salti temporali e logici. L'Io narrante è quello di una donna, una madre appunto, ormai avanti negli anni. L'età avanzata però non le ha dato alcuna maturità, alcuna profondità. Vivere nel chiuso di una società contadina del cuore della Stiria ha reso la sua psicologia altrettanto chiusa e meschina. La donna ci racconta la sua vita: il marito anafettivo e beone, la figlia fuggita a Vienna per una carriera d'attrice, i due figli, uno rimasto a fare il contadino, l'altro, illegittimo, suicida dopo aver subito un tradimento da parte della moglie. Ma piuttosto che comprendere le scelte, le logiche, i bisogni di chi dice di continuo d'amare, le vere preoccupazioni della donna sono di non sfigurare di fronte alle malelingue del paese, così simili a lei stessa, altrettanto egoiste e ossessionate dallo sfoggio di un ruolo sociale fatto di apparenza. Nella sua lunga confessione la protagonista finge pietà per la tragica fine del figlio, ma quello che in realtà fa di continuo è porsi come vittima. Posizione comoda, autoindulgente, che maschera il fallimento di una vita. Rendendola, perciò, vittima per davvero.
(Gianni Biondillo)

GRAZIA - 8/11/2013
Non ce n'è una sola. Di che cosa stiamo parlando?
Ma di mamme, ovviamente. Tra nostalgia, disperazione e ironia, cinque autori diversissimi ci raccontano la loro idea
Ha il tempo narrativo di un monologo e il ritmo di un flusso di coscienza questo spietato romanzo di Gabriele Kögl, autrice austriaca pluripremiata. La protagonista è una donna anziana che ripensa alla sua famiglia. Dei suoi tre figli nessuno ha fatto quello lei avrebbe desiderato e neppure quello che avrebbe potuto immaginare. La ragazza studia teatro a Vienna, uno dei maschi muore suicida per il tradimento della moglie e l'altro lavora a casa, ma non nel modo giusto. Non manca poi tutta una sequenza di nuore e nipoti che sembrano imboccare strade delle quali non conoscono la direzione.
(Valeria Parrella)

Consigliato dalla LIBRERIA ARCADIA di Roma
Su DOMENICA - IL SOLE 24 ORE - 24/11/2013
I valori di un mondo antico a confronto con quelli attuali.

L'Unità - 14/12/2013
Tra letture e l'incanto della piccola editoria.
Ancora sui piccoli editori, come ci piace fare in questa rubrica. Ché anche sostenere la piccola editoria è una scelta politica. Sempre che faccia buoni libri, s'intende.
[...]
Della roveretana Keller abbiamo già parlato: adesso ha pubblicato Anima di madre dell'austriaca Gabriele Kögl. Un racconto di una vecchia signora della provincia austriaca, che vede al mondo dalla prospettiva del suo piccolo paese, e passa in rassegna, con un ritmo serrato, vicende di figli, parenti, vicini, esprimendo incomprensioni e rancori. Ma ciononostante il racconto porta il lettore vicino a quella piccola donna: e si finisce per sentire tenerezza per quella incapacità di uscire fuori di sé.
(Marco Rovelli)
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DATA USCITA: NOVEMBRE 2012
BROSSURA | PP. 232 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL FRANCESE SILVIA TURATO

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Estate del 1989.
Caricata in fretta e furia sulla vecchia Lada, stretta tra scatolette di conserva, sacchi di riso e una collezione di bibbie in aramaico, Hope Randall sbarca a Rivière-du-Loup, Canada, in fuga dalla fine del mondo.
Con lei la madre e il destino dei membri della sua famiglia: ricevere la visione dell'apocalisse, un sogno in technicolor che preannuncia la catastrofe fin nei minimi dettagli, con tanto di giorno e ora. Peccato però che per ciascuno siano diversi.
Non resterebbe che trovare un luogo per attendere l'inevitabile, magari con la convinzione che questa sia la volta giusta e, invece, la giovane Hope resiste, affrontando il mondo in modo razionale e con metodo scientifico e, soprattutto, trovando conforto nella compagnia di Mikey Bauermann, giovane rampollo di un clan che produce cemento da generazioni, soggiogato dal fascino delle sue lentiggini. Attorno a loro il mondo vive gli anni Ottanta e assiste alla caduta del Muro di Berlino, alla Guerra del Golfo, all'arrivo del tofu...
Tutto sembrerebbe procedere normalmente, ma nulla si può prevedere se si è una Randall e si ha appuntamento con la fine del mondo!

«Un po' danneggiato dall'onda di shock, mi lasciai andare contro la balaustra. Mentre mi asciugavo la fronte con un angolo dell'asciugamano osservavo furtivamente la ragazza. Avrei giurato che rilasciasse un campo magnetico - la radiazione dei suoi 195 punti di Q.I.
Non solo non avevo mai visto questa ragazza, ma non avevo nemmeno mai visto una ragazza del genere - nel momento preciso in cui facevo questa riflessione, mi colpì una certezza: se dovevo farmi vaporizzare in compagnia di qualcuno, sarebbe stato con lei».

Nicolas Dickner è nato a Rivière-du-Loup e ha viaggiato in America latina e in Europa prima di gettare l'ancora a Montréal, dove vive oggi con la sua famiglia. Vincitore dei premi Adrienne-Choquette e Jovette-Bernier per la sua raccolta di racconti L'encyclopedie du petit cercle (L'instant même), firma nel 2005 il suo primo romanzo, Nikolski (Alto) che raccoglie diversi onori, tra cui il Prix des libraires du Québec, il Prix littéraire des collégiens e il Prix Anne-Hébert, che premiano il suo eccezionale talento di narratore.




MARIE CLAIRE
DICEMBRE 2012


Apocalisse per principianti
di Nicola Dickner
Hoper Randall è una ragazzina cresciuta in una famiglia bizzarra dove tutti hanno visioni in 3D della fine del mondo. E se questo già vi sembra strano, aspettate di vedere come riuscirà a stravolgere la vita del giovane Michael, che a un certo punto si incrocia con la sua. Amore, amicizia e altre catastrofi ****

 
APOCALISSE PER PRINCIPIANTI (Keller) recensito su D di Repubblica
 
APOCALISSE IN PICCOLO
La giovane Hope aspetta la fine delmondo. Come sua madre e comegenerazioni di Randall prima di loro, che in attesa dell'Apocalisse sonofiniti dritti al manicomio. Parrebbeimpossibile commuoversi e stupirsiancora, di fronte a ragazzini "strani", dopo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, L'opera struggente di un formidabile genio o
Molto forte, incredibilmente vicino. E invece arriva il piccolo libro di uno scrittore canadese francofono, il 40enne Nicolas Dickner, premiatissimo in patria, che si legge come un apologo sulle ossessioni e le paure terzo millennio: la pioggia acida, il buco nell'ozono, le sostanze cancerogene, l'economia di mercato, le mutazioni genetiche, l'inversione
dei poli. Ma soprattutto su quella che rischia di essere l'apocalisse pù intima per gli animi più sensibili: il passaggio all'età adulta.
Francesca Frediani
■ Nicolas Dickner,
Apocalisse per principianti, Keller, 14,50 euro
Trad. S. Turato



ELLE - GENNAIO 2013
VEDI ALLA VOCE AMORE

di Cristina De Stefano

Andate oltre la copertina e leggete un paio di pagine e anche voi vi innamorerete a prima vista, come avviene a Mikey, di Hope Randall, ultima nata di una famiglia a dir poco di spostati, che da generazioni vivono nell'attesa della fine del mondo, scappando di notte, riempiendo di cibo case provvisorie e studiando le lingue più improbabili. Hope, sopravvissuta a tutto questo, è diventata un concentrato di lentiggini, libertà, allegria, amnie e poesia che non lascia indifferente nessuno. Arriva dal Maine, e approda in Canada. Qui troverà qualcosa che è più forte dell'apocalisse, cioè l'amore. E l'esplosione si sentirà fino a molto lontano.

EUROPA
Pensieri forti e sentimenti liquidi sotto l'albero dei libri

di G. Dozzini

[...] Su tutto il resto sarebbe da perdersi, naturalmente, ma qualche titolo si può riuscire a tirar fuori. Dalla bottega di Keller, di regola, escono sempre bei libri, e di questa regola il 1989 raccontato nell'Apocalisse per principianti del canadese Nicolas Dickner è solo la più recente conferma [...]



IL TRENTINO
LA FINE DEL MONDO DELLA RAGAZZA IN FUGA
di C. Martinelli

La bottega editoriale a qualità garantita di Roberto Keller - l'editore trentino del Nobel Mueller - sforna sorprese in serie. Ecco, da uno scrittore canadese francofono, la struggente vulcanica imprevedibile storia di Hope Randall, una ragazza in fuga - con una famiglia di apocalittici spostati - da quella che avvertono come l'imminente fine del mondo. Un romanzo che sfugge ad ogni classificazione, sorta di compendio neofuturista tra la pioggia acida, il buco nell'ozono, le ostanze cancerogene, l'economia di mercato, le mutazioni genetiche, l'inversione dei poli, il catastrofismo da operetta. Ma soprattutto rasoiata impietosa su quello che per molti è l'apocalisse intima, specie per animi sensibili: il passaggio all'età adulta. All'indomani della barzelletta mediatica sul 21 dicembre dei Maya, pagine da leggere con divertita avidità. Una piccola perla.



ROLLING STONE
Gennaio 2013
di C. Vissani
Rivelazione notturna, illuminazione, brutto quarto d'ora: la famiglia Randall, su tutte Hope, ha un'ossessione: la fine del mondo. E per ognuno l'atteso momento è schedulato su una data differente. Con cinismo e ironia caustica, ma anche tenerezza e propensione al romantico, Dickner si chiede che senso abbia la nostra finitezza e, parimenti, l'aspirazione all'eterno. E che posto occupa, l'amore, quando siamo convinti che tutto debba crollare? Un viaggio reale, anche se strampalato, a bordo di una Lada macilenta, per rispondere a qualcuno degli eterni dilemmi. E altrimenti vi sarete almeno divertiti.



VERO
27/12/2012-3/1/2013
SPERANZA PER IL MONDO
Tutta la famiglia della piccola Hope, i Randall, aspetta di ricevere la visione dell'Apocalisse conoscendone un modo dettagliato il giorno e l'ora. Nell'anno della profezia Maya, un romanzo che parla di amore, amicizia e fine del mondo con la delicatezza della visione di una ragazzina che cerca di affrontare la questione in modo razionale, scientifico. mentre attorno si parla della catastrofe imminente, l'unica cosa da fare per Hope, Speranza in inglese, intanto è vivere, crescere, diventare grandi. E continuare a credere nel futuro dell'uomo.



L'ADIGE
2/01/2013
DUE DONNE E L'APOCALISSE DI DICKNER
Fabio De Santi


Chi ricorda il bellissimo titolo dell'ultimo libro di Tiziano Terzani «La fine è il mio inizio»? Se si dovesse trovare un fil rouge che lega alcune delle ultime pubblicazioni della Keller (editrice di Rovereto da sempre proiettata sulla letteratura internazionale) sarebbe proprio questa affermazione. Sì perché due dei tre libri di cui vi parliamo qui partono proprio dall'idea di «fine» per portarci invece in luoghi diametralmente opposti e vitali, seppur lungo percorsi diversi.
Partiamo dal titolo più curioso e in un certo senso anche il più attuale. «Apocalisse per principianti" di Nicolas Dickner,
euro 14,50, autore di culto della letteratura canadese nonostante la giovane età, si occupa della fine del mondo. Un romanzo uscito in Canada nel 2009 e via via tradotto in varie lingue fino ad approdare, con la Keller, all'edizione italiana. Si occupa della fine del mondo, ma in un modo incantevole perché la tragedia incombente è occasione per raccontare una magica storia d'amore, il passaggio all'età adulta di due adolescenti negli anni Ottanta, il rapporto un po' burrascoso con una madre fragile e, allo stesso tempo, tutti i cambiamenti che il nostro mondo ha conosciuto dalla caduta del Muro di Berlino alla Guerra del Golfo.
Una storia in grado di spiazzare a ogni pagina e che si confronta con le paure e le ossessioni del terzo millennio ma che alla fine ci lascia incantati rispetto a questi due ragazzi «strani» che affrontano l'ingresso nell'età adulta. Inutile dire che negli anni '80 la fine del mondo non è arrivata ma non importa, anzi non importava già allora perché ogni donna della
famiglia Randall da generazioni riceveva il dono - o la condanna - della visione concreta dell'apocalisse con tanto di data e luogo precisi e questo era più reale della realtà. E quando la catastrofe non sopraggiungeva... beh allora le donne dei Randall un po' di equilibrio mentale lo perdevano...
Inizia tutto così con la madre che carica in fretta e furia sulla vecchia Lada, stretta tra scatolette di conserva, sacchi di riso e una collezione di bibbie in aramaico, la giovane Hope per fuggire alla fine del mondo e trovare rifugio a Rivière-du-Loup sulla sponda opposta del Canada. Che cosa accadrà ve lo lasciamo scoprire aggiungendo che per raccontare questo romanzo qualcuno ha persino scomodato titoli come «Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte», «L'opera
struggente di un formidabile genio» o «Molto forte, incredibilmente vicino» e «II giovane Holden».
Altra fine, altro inizio invece per Kathrin Schmidt e il suo «Tu non morirai», euro 16,50. Qui la realtà entra prepotente
fin dalla prima pagina in un romanzo che prende spunto dalla biografia della stessa autrice che a 44 anni viene colpita da una emorragia cerebrale.
La vicenda prende il via dal risveglio in un ospedale della protagonista Helene Wesendhal. I danni dell'emorragia sono evidenti: non riesce a parlare, non ricorda i nomi delle cose, nemmeno delle persone e - cosa ancora più drammatica - nemmeno alcuni sentimenti. Inizia così un cammino di ritorno alla vita che è tutto in salita, in cui tutto pare una conquista ardua. Il lettore segue tutto attraverso gli occhi, i pensieri e le paure della protagonista ma con lei si approccia
anche a cogliere i frutti di un cammino che alla fine ha una parola che si chiama «vita» con tutto ciò che ne consegue
in fatto di sentimenti, gioie, pensieri, messe in discussione.
Un libro importante che ha anche il pregio di usare la lingua per rendere il difficile cammino di ri-apprendimento di tutto: definizioni, amore, corpo. Sullo sfondo anche la Germania dell'Est prima della caduta del muro, riflessioni sulla scrittura e molto altro. Un'opera che alla scrittrice ha valso il prestigioso German Book Prize come miglior libro dell'anno pubblicato in lingua tedesca.
La Keller per questo 2013 propone anche la più recente pubblicazione italiana di Herta Muller. Il suo «// fiore rosso e il bastone», euro 13, chiude un percorso che la casa editrice roveretana ha iniziato con «II re s'inchina e uccide» per pubblicare in Italia scritti, riflessioni, memorie che svelano il mondo letterario e privato dell'autrice Premio Nobel per la Letteratura, scoperta proprio dalla casa editrice di Rovereto.
Vi si ritrovano temi consueti come il valore delle parole, la storia personale di perseguitata dalla Securitate ma anche tante illuminazioni che ci portano al valore del silenzio, al rapporto personalissimo con la natura e l'identità sia essa privata sia essa di popolo.



GQ GENNAIO 2013
DA SCOPRIRE

Apocalisse per principianti di Nicolas Dickner
Keller, traduzione di Silvia Turato, 232 pagine, 14,50 euro

QUELLO DI Nicolas Dickner è nato a Rivière du Loup e ha viaggiato in America Latina e in Europa, prima di gettare l'ancora a Montreal. È considerato uno dei maggiori talenti nel panorama letterario quebechiano.
PERCHÉ Una commedia brillante e intelligente che racconta di amicizia, amore, genitori e fine del mondo.


COOPERAZIONE
29 gennaio 2013
di GIANNI BIONDILLO

Di romanzi che raccontano il superamento della personale linea d'ombra, con protagonisti adolescenti, maschi, occidentali, inquieti e piccolo borghesi, che vivono in una profonda provincia di qualunque parte del mondo, ne abbiamo letti fin troppi, la maggior parte prevedibili e noiosi. Non me ne era mai capitato però uno così scatenato, divertente e a tratti surreale come questo, Apocalisse per principianti (Keller) di Nicolas Dickner, autore canadese francofono.
Dell'io narrante in fondo, del suo passato delle sue angosce o speranze, non sappiamo nulla. Lui è solo una voce (non si conosce il suo nome per buona parte del libro): è il testimone che, grazie ad un fortuito incontro, ci fa conoscere la vera protagonista del romanzo, Hope Randall, ultimo rampollo di una famiglia di visionari che da generazioni - nonno, bisnonno e fin che memoria ricordi - riceve visioni apocalittiche e date certe della fine del mondo. Solo che il mondo non finisce mai, e di generazione in generazione, ogni componente della famiglia, fallito l'incarico, finisce male o ammattito. L'ultima della serie è la madre di Hope, che convinta dell'imminenza della fine (siamo nei tardi '80) trascina la figlia in un paese qualunque del Quebec, per prepararsi alla fine dei giorni, riempiendo la casa di generi alimentari d'ogni sorta: conserve, lattine, riso e pacchi di noodles giapponesi. Hope sopporta la follia della madre con maturità, consapevole che prima o poi lei stessa sarà destinata a trovare la sua illuminazione apocalittica. Apocalisse per principianti ha una lingua svelta, colma di citazioni pop, ironica e innocente allo stesso tempo, capace di narrare le turbe di un adolescente e il suo primo innamoramento per una ragazza fuori da ogni schema. Romanzo di formazione che si trasforma all'improvviso in una avventura picaresca che dal cuore di una cittadina si muoverà in giro per il mondo. In attesa che tutto finisca. Forse.



LA STAMPA STRANIERA
Per avvicinarsi alle nostre ossessioni contemporanee, Dickner ha veramente affilato le sue armi: lingua fulminante, ritmo incalzante, humour vivace e immagini che rimangono impresse nella mente. Più appassionante di Nikolski e meno tetro, Apocalisse per principianti è una ciliegia letteraria. Appena letto, ne vorresti ancora!» Candide Proulx, Voir

Frasi che non lasciano niente al caso, una fantasia incontenibile, delle immagini imprevedibili e quel tono ricco di sottointesi: non ci sono dubbi, si tratta di Nicolas Dickner. Alexandre Vignault, La Presse

Impossibile non ammirare la costruzione accurata del romanzo, l'attenzione al dettaglio, lo humour e il rigoglio di idee che compongono Apocalisse per principianti, a cavallo tra realtà e fantasia. Ecco un'opera originale e coerente nella quale i temi della famiglia, del viaggio e della conoscenza tessono le fila di un tempo che svuota le cose, ma dona forma alle persone. Anne-Josée Cameron, Le libraire

Appena finito di leggere Apocalisse per principianti, che di sicuro avrete fatto durare il più a lungo possibile, avrete molto probabilmente voglia di comprare quantità enormi di ramen e attrezzatura necessaria per sopravvivere all'apocalisse... Claudia Larochelle, Rue Frontenac

Un romanzo retro-futurista, che riflette insieme sulla storia dell'Occidente e l'amore ai tempi della televisione, come anche sul destino individuale rispetto alle cellule familiari guidate da genealogie quantomeno inusuali, divise tra la cultura del cemento e quella della fine dei tempi. Apocalisse per principianti si lascia divorare d'un colpo. Maxime Catellier, ICI

Succede di tutto in questo romanzo, le cose più inimmaginabili, inattese. L'impressione, a volte, è di sfogliare un fumetto. Poi, girando pagina, sembra di scivolare in un romanzo di fantascienza. Prima di finire in un giallo... Esagerazioni, giustapposizioni dei contrari, l'esplodere dell'inatteso: prende queste tinte qui. Ci si diverte un mondo, si ride in modo spensierato e si fanno allegre capriole, ma sotto tutto questo c'è ogni sorta di domanda. Domande che rimangono senza risposta. Domande alla rinfusa. Sul senso della vita e il ruolo del caso nella vita. Sulla finitezza, necessariamente. Su questa propensione alla distruzione, all'autodistruzione. Su quel che ci lega agli altri. L'amore, ovviamente. E l'importanza di aiutarsi a vicenda. Tutto questo. Danielle Laurin, Le Devoir

Da leggere. Due volte. Monique Roy, Châtelaine

Brillante! Questo si chiama, diciamolo, virtuosismo. Elle Québec

Ritroviamo qui quello che era stato il fascino di Nikolski: una storia insolita che ci conquista sin dal primo capitolo, un'immaginazione fertile, una scrittura diabolicamente efficace e una buona dose di dolce ironia. Coup de Pouce

Questo libro, scritto sotto forma di piccole pillole, testimonia ancora una volta il grande talento dell'autore. Star Système

Questo romanzo elegantemente costruito brilla di osservazioni molto attuali e di cinismo apocalittico. Independent

Ho adorato questa acuta, divertente e stravagante storia d'amore... E posso anticiparvi che l'ultima frase del libro finirà su tatuaggi e magliette. Daily Mail

Una storia d'amore strana e postmoderna. Big Issue

Dickner ha ricevuto in dono un senso dell'umorismo e della narrazione unici. Sunday Herald

Dickner racconta una stravagante storia d'amore con una chiarezza studiata che la rende molto coinvolgente. Gli amanti della casualità immaginativa hanno trovato il loro libro. Metro Un luccicare di riferimenti storici e di cultura popolare, di una storia d'amore dolce e sottile e di meravigliose e stravaganti manie (tra cui David Suzuki, gli stadi di baseball e il numero di limoni necessari per dare energia a una bomba atomica). Quill & Quire

Affascinante... A tratti pungente, ben scritto e dolce... Con uno scrittore così bravo come Dickner fra noi, c'è da augurarsi che il mondo non finisca tra poco. Emily Landau, The Globe and Mai
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DATA USCITA: settembre 2006
BROSSURA | PP. 160 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL FRANCESE TATIANA MORONI

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MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA
PREMIO LETTERARIO "FRANCESCO GELMI DI CAPORIACCO"
QUARTA EDIZIONE DICEMBRE 2008 - LE DIMENSIONI DEL VIAGGIO

Perché la famiglia Lirtzmann ha cambiato più volte il proprio cognome? Perché Albert cerca i segnali dell'esistenza di una misteriosa cittadina di nome Bogopol? Perché il Museo della Marina di Odessa si trasforma in un labirinto dal quale emerge, quasi per caso, il nome di Jacob Lirtzmann, scritto sul libro di bordo del Neptunia? E perché il bombardamento di Lorient, in Bretagna, suscita un immediato interesse in Marcel Lirtzmann? Albert Lirtzmann compie un viaggio alla ricerca della storia della propria famiglia, sospeso tra presente e passato e tra la Russia, l'Ucraina e la Francia. Un omaggio alla memoria, agli affetti che segnano l'infanzia e al bisogno di risolvere le contraddizioni di una storia che ha indelebilmente segnato le esistenze personali. Scoperte, interrogativi, sorprese, personaggi indimenticabili ma anche i cambiamenti del tempo e l'erosione dei ricordi...

Una scrittura essenziale, a tratti intensamente poetica, per un romanzo che indaga e riprende il tema della memoria e della famiglia senza mai tralasciare la leggerezza e l'ironia che rendono grandi certe narrazioni quando incrociano l'impetuoso corso del tempo.
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DATA USCITA: ottobre 2013
BROSSURA | PP. 416 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL BULGARO SIBYLLE KIRCHBACH

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Una scatola nera piena di cenere è tutto quello che resta del padre di Ned e Ango Banov, due fratelli bulgari assai diversi tra loro. Sono passati quindici anni da quando lui, un matematico in bilico tra genio e alcolismo, è morto in circostanze misteriose negli Stati Uniti. Nel frattempo i fratelli hanno portato avanti la loro vita, Ned s'è trasferito oltreoceano e ha fatto strada nel mondo di Wall Street; Ango invece, accantonata la carriera di editore, ha vinto una Green Card e ora si ritrova a portare a spasso i cani dei ricchi newyorkesi.
Ma nella vita il vento cambia... Ned rischia tutto su un presentimento del leggendario broker Soros, Ango rimane immischiato nello scontro tra i sindacati di dog-sitter, e la figura del padre ricompare misteriosamente.
Alek Popov - acuto, leggero, divertente e ironico - riesce a smascherare i meccanismi che regolano l'economia e la società capitalistica, e gioca con la realtà e il paradosso regalandoci un romanzo travolgente.

«Non è di un lavoro che siamo schiavi ma di uno stile di vita. E del denaro che ci permette di condurlo! Non importa da quale fonte provenga. Puoi cambiare il lavoro un'infinità di volte, alla fine ti ritroverai comunque a fare sempre la stessa cosa. Vorresti ritirarti in una casa sul lago? Una con tutti i comfort scommetto! E vorresti al tuo fianco una donna da amare? Immagino che la vorrai bella e buona! E non manca neanche la barca a remi... Sei proprio sicuro di non nutrire in realtà pretese assai alte? Ma dài, torna coi piedi per terra! Vieni a vedere come vive la gente. Guardali bene, coloro che possiedono una sola cosa - il tempo. E il tempo non è vero che è denaro, il tempo è vita. Quindi quando lo finisci...» Kurz si sofferma, il suo sguardo scivola lungo il soffitto, poi s'incanta a fissare il gancio, «quando lo finisci, resti a secco per sempre».


Alek Popov nasce a Sofia nel 1966, si laurea dapprima in Lingue e culture antiche, poi in Lingua e letteratura bulgara presso l'Università di Sofia. Pubblica la sua prima raccolta di racconti The Other Death nel 1992 e a questa seguiranno altre sei raccolte; il suo primo romanzo Mission: London, edito nel 2001 si basa sulle colorate impressioni raccolte nell'Ambasciata bulgara del Regno Unito ed è stato definito e lodato come il più divertente libro bulgaro contemporaneo per la sua sarcastica visione dell'élite dei diplomatici bulgari. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il National Radio's Pavel Veshinov Award per il miglior racconto giallo; il Graviton Award per la miglior "science fiction novel"; il Raško Sugarev Award per il miglior racconto; il prize Helicon per il miglior libro in prosa dell'anno; e di recente il National Prize for Drama Ivan Radoev.


LA STAMPA ITALIANA



LA LETTURA - CORRIERE DELLA SERA
10 novembre 2013

La terra promessa non è di parola per i bulgari negli USA
La crisi inghiotte speranze e posti di lavoro, ma l'America "continuerà ad abbeverarsi di anime in cerca di fortuna..." Come quelle degli emigranti bulgari in fuga dalle macerie lasciate dai sovietici e che si spellano le mani in un applauso quando l'aereo che li trasporta tocca la terra promessa, ignari del destino che li attende. Poco importa se troveranno lavoro e famiglia, se metteranno su casa e avranno magari anche una bella barca da sfoggiare. Resteranno inesorabilmente schiacciati nella morsa di un capitalismo disumano - in questo non dissimile dal comunismo - finendo per perdere le uniche cose che contano: il tempo e le relazioni che questo permette di coltivare. Alek Popov, 47enne talentuoso scrittore bulgaro, usa l'ironia e una sagace leggerezza, ma tocca temi tutt'altro che lievi in questo bel romanzo, I cani volano basso (pagine 416, € 18) già successo di vendite nell'Est Europa, che Keller propone nella traduzione di Sibylle Kirchbach. Due voci, quelle dei fratelli immigrati Ned e Ango (uno broker di successo, l'altro dog-sitter per necessità), e altrettanti angoli di visuale per fotografare una sola realtà e svelarne gli inganni. Si sorride, ma resta l'amaro in bocca.
(Marco Ostoni)

Marieclaire.it - dicembre
Tra i consigli di Natale 2013
Alek Popov "I cani volano basso"

Quando arriva quel pacco dall'America Ango e Ben, due fratelli che vivono in Bulgaria, non pensano certo che contenga le ceneri del padre morto 15 anni prima. L'inizio di questo romanzo è folgorante. E il resto, le (dis)avventure di Ango e Ben - il primo che da editore si ritrova negli States con la Green Card a fare il dog sitter, l'altro alle prese con le ambizioni di Wall Street e una serie di sfortunati eventi - è ancora meglio. Alek Popov, nato a Sofia nel 1966, ha un umorismo cinico e dissacrante e un talento brillante di cui non si può non innamorarsi.
(Marta Cervino)

Ilsole24ore.com
Le strenne natalizie

Autore acuto e divertente Popov gioca a rimpiattino tra realtà e paradosso regalandoci un romanzo travolgente. Dopo quindici anni dalla scomparsa del padre, matematico alcolizzato, due fratelli Ned disinvolto broker e Ango dog-sitter per necessità, bulgari emigrati negli States, ricevono una scatola con le presunte ceneri paterne. In un crescendo travolgente e grottesco realtà e paradosso si mescolano per svelare gli inganni della società capitalista.
(Stefano Biolchini)

Homo Bulgaricus
di Romano A. Fiocchi
Alek Popov, I cani volano basso, traduzione di Sibylle Kirchbach, Keller editore, 2013

L'editore Keller ha un solo difetto: non pubblica autori italiani. Il suo essere un editore di confine (la casa editrice ha sede a Rovereto, Trento) sembra che lo spinga a guardare oltre questo confine, all'esterno, per portare all'interno nuove suggestioni, voci diverse dalle nostre, autori che parlano altre lingue e osservano con altri occhi. In ogni caso, da quell'editore puro che è, Keller pubblica ciò che ama pubblicare. E sceglie con gusto e grande competenza. Basti pensare all'uscita già nel maggio 2008 del romanzo Il paese delle prugne verdi di Herta Müller, premio Nobel l'anno successivo. Oppure, per quanto sulla scia della notorietà, a preziosi testi di nicchia come Il re s'inchina e uccide (2011) e Il fiore rosso e il bastone (2012), dove la Müller inventa un suo proprio linguaggio (le ombre di legno piallato, le frange del tappeto d'asfalto, il cielo della bocca, lo zucchero dei cadaveri, e così via). Oppure ancora gemme letterarie come Accadimenti nell'irrealtà immediata di un misconosciuto ma eccezionale Max Blecher, rumeno di origine ebraica morto di tubercolosi spinale a soli ventinove anni.
Detto questo, I cani volano basso del bulgaro Alek Popov (qui il sito ufficiale dell'autore) è sicuramente un Keller un po' inconsueto. Popov è uno strano miscuglio di sarcasmo dozzinale e di intonazione letteraria, di formule da best seller e di derisione delle stesse, un alternarsi di pagine poetiche e di pagine piene di dialoghi al limite della banalità, ma anche un libro di acute analisi degli spietati meccanismi del liberismo americano e di denuncia delle macerie morali lasciate dal crollo del muro di Berlino. Il tutto attraverso una satira con battute di questo tipo: "Sembrava che lo spirito della cleptomania fosse evaso dalla tomba del comunismo come la maledizione di Tutankhamon".
I cani, insomma, volano basso e alto. Non mi sono "rotolato sul pavimento per le risate", come promette la citazione del Vormagazin sulla prima di copertina, forse perché tra le righe vi ho sempre letto una nota amara. Indubbiamente la scrittura di Popov ha spunti di sottile umorismo ma un umorismo alla Pirandello: i personaggi vivono un disagio interiore che impedisce di ridere di loro nonostante la comicità della situazione. È un disagio, quello raccontato da Popov, di natura sociale e storica. L'homo bulgaricus che appare via via come EBS, "Emigrante Bulgaricus di Successo", FBC, "Fermento Bulgaricus Cialtrone", oppure FBP, "Fermento Bulgaricus Paraculo", è in tutti i casi succube del sogno americano e di quel vuoto culturale venutosi a creare tra la fine del comunismo e l'invasione del capitalismo.
È questo l'aspetto più interessante de I cani volano basso. I fratelli Ned (Nedko) e Ango (Angel) Banov - quasi sdoppiamento di un unico personaggio - sono lo strumento che permette a Popov di insinuarsi nei perversi meandri del potere finanziario sia in America che in Bulgaria. In un casuale scambio di ruoli, l'EBS Ned Banov torna in Bulgaria su incarico dell'azienda per cui lavora, mentre Ango Banov atterra in America e senza volerlo, con un'altrettanto casuale attività di dog sitter, raggiunge il successo a cui il fratello rinuncia deliberatamente. È Ned, con la sua graduale presa di coscienza, che permette a Popov di denunciare le nefandezze del sistema. Un sistema che quando chiede sacrifici di posti di lavoro addita il colpevole ora nella faccia dell'uomo crudele "con l'accento da Far East europeo", se il sacrificio avviene in America, ora in quella dell'uomo crudele con l'accento angloamericano (il collega Kurz), se avviene nel lontano Est europeo. È Ned, per tramite dell'invettiva di Kurz ormai passato dall'altra parte della barricata ossia dalla parte dei lavoratori in sciopero, che fornisce la vera chiave di lettura di un mondo che asservisce chiunque ne faccia parte. Riporto qui di seguito il punto saliente del discorso di Kurz che la penna di Popov costruisce con semplicità ed efficacia:
"Ecco l'essenza dell'economia del libero mercato. Il tempo è denaro. Ma il denaro non si può trasformare in tempo. L'alchimia viaggia in un solo senso. E quando arrivi a capirlo, il tuo tempo è ormai scaduto. Ti resta solo la magra consolazione che, volendo, puoi comprarti una Ferrari. E la soddisfazione è che la maggior parte degli altri invece non se la può permettere. Però sei stato fatto fesso esattamente come tutti gli altri. Ogni persona che si ritrova a dover vendere il proprio tempo è un proletario. Anche il sottoscritto".
Alla successiva domanda del collega Kurz su cosa vorrebbe essere tra altri dieci anni, l'EBS Ned Banov risponde che gli piacerebbe prendersi una vacanza a tempo indeterminato, in una casa sul lago, con una donna di cui essere innamorato, e una barca a remi.
"Caro ragazzo, - gli dice Kurz - fra dieci anni, ammesso che il mondo esista ancora e non sia ridotto in cenere, sarai senior partner e in tutti i miei trent'anni di lavoro non ho mai visto neanche un senior partner prendersi una vacanza a tempo indeterminato. A meno che non fosse stato costretto per malattia o morte. E non ti auguro né l'una né l'altra. Ma in un punto hai ragione: non siamo proletari. Eppure neanche nomadi. Siamo servi della gleba. In senso figurato, non concreto, il che è anche peggio. Perché da questo nasce il nostro destino esistenziale... Non è di un lavoro che siamo schiavi ma di uno stile di vita. E del denaro che ci permette di condurlo! Non importa da quale fonte provenga. Puoi cambiare il lavoro un'infinità di volte, alla fine ti ritroverai comunque a fare sempre la stessa cosa. Vorresti ritirarti in una casa sul lago? Una con tutti i confort scommetto! E vorresti al tuo fianco una donna da amare? Immagino che la vorrai bella e buona! E non manca neanche la barca a remi... Sei proprio sicuro di non nutrire in realtà pretese assai alte? Ma dai, torna coi piedi per terra! Vieni a vedere come vive la gente. Guardali bene, coloro che possiedono una sola cosa - il tempo. E il tempo non è vero che è denaro, il tempo è vita. Quindi quando lo finisci, resti a secco per sempre".
Kurz, ovviamente, farà una brutta fine perché chi parla così sta appunto dall'altra parte della barricata, quella senza potere. E dà fastidio a chi il potere ce l'ha e vuole mantenerlo ad ogni costo.
Interessante, tra gli aspetti letterari, è la struttura del romanzo suddiviso in quarantaquattro capitoli con tanto di prologo e di epilogo. Nei capitoli si alternano le voci narranti in prima persona dei due fratelli, salvo nel capitolo trentatré dove subentra inaspettata la voce di Diane, evanescente personaggio femminile che cambierà più maschere e finirà per innamorarsi del più innocente dei due, Ango. L'alternanza delle due voci principali è evidenziata dall'utilizzo di due tempi diversi: il presente per Ned e il passato remoto per Ango. Non solo, il tempo del romanzo scorre nella stessa direzione ma con due punti di partenza diversi a seconda del protagonista. Il primo capitolo si apre con Ned che si riprende dal coma, ossia nelle battute finali del romanzo, mentre il secondo capitolo vede l'entrata in scena di Ango appena atterrato negli Stati Uniti, ossia all'inizio del romanzo. La narrazione di Ned sarà infatti una sorta di incessante flashback che avrà la soluzione di continuità appunto nel risveglio dal coma.
Il prologo si ricongiunge invece all'epilogo attraverso il tema della scatola di plastica nera che contiene le ceneri del padre di Ned e Ango, matematico, morto in circostanze misteriose negli Stati Uniti e rispedito in patria per ben due volte: false ceneri nella prima consegna, presunte autentiche nella seconda. In Popov il tema del contrario, del tutto non è ciò che sembra, è decisamente uno dei temi portanti. Non per nulla l'arrivo delle ceneri di Mr Banov senior in Bulgaria sarà il pretesto per una delle definizioni più belle, quella di patria: "Un luogo nel quale tornano i morti e dal quale scappano i vivi".
Un'ultima cosa: l'espressione i cani volano basso si riferisce alle quotazioni di un'azienda che produce cibo per cani. Ancora una volta il sottile umorismo di Popov. 29/1/2014
(www.nazioneindiana.com)

LA STAMPA STRANIERA
Squalo e cane. Eccolo il romanzo della svolta (...) raccontato in un modo così fluente e acuto che il possibile secondo fine didattico sembra marginale: che il comunismo e il capitalismo sono fratelli come Ned e Ango... No, sarebbe andare troppo lontano. Ango, che ha la parte migliore, senza esserne davvero felice, sa fin dall'inizio che la guerra dei sistemi è un gioco a somma zero e che sono altre le cose che contano: "Mi sentivo comodo come in una capsula di salvataggio e ho capito che non avrei potuto comprare questa sensazione per tutto l'oro del mondo. Ci sono nicchie in cui l'economia di libero mercato non funziona". Questo meraviglioso libro è una nicchia di quel tipo.
(FAZ, Edo Reents)

Popov è uno dei principali scrittori satirici della Bulgaria, anche più di questo ‐ sta giocando nella serie A dei giovani scrittori europei. I suoi libri che ricordano ‐ meritatamente ‐ per la loro abbondanza di idee folli gli statunitensi T.C. Boyle e John Irving ci danno la prova che anche una strana farsa può farci comprendere l'animo umano.
(FALTER, Sebastian Fasthuber)

Leggere Alek Popov è divertente. (...) Anche nel suo nuovo romanzo ci regala umorismo, ironia e grottesco portati all'estremo...
(O1, Kristina Pfoser)

Molto turbolento, molto divertente.
(STERN, Andrea Ritter)

Il romanzo offre alternativamente il punto di vista di Ango e di Ned e dà anche voce a una donna: la struttura funziona. Il romanzo vive di opposizioni che in realtà non lo sono [...] Invece di lamentarsi dello stato del mondo, Popov dà vita a una storia divertente. Se si presume che la lotta del bene contro il male sia necessaria per un emozionante finale, così come ci insegna Hollywood, in realtà questo romanzo ci svela come le società d'Oriente e d'Occidente abbiano qualcosa in comune.
(DIE PRESSE, Brigitte Schwens-Harrant)

Una segnalazione bulgara.
(KREUZER, Thomas Magosch)

Ridicolmente bello. Alek Popov, classe 1966, presenta un romanzo in cui descrive la figura post-moderna di uno speculatore che ritorna nei più recenti romanzi americani da Bret Easton Ellis, Louis Begley o Richard Ford. Il romanzo del bulgaro Popov non è troppo ambizioso o iper-cool come quelli dei suoi precursori statunitensi, è molto più realistico e alla mano.
(RHEINISCHER MERKUR, Manfred Zähringer)

Ovviamente, senza alcuno sforzo, nel suo romanzo Popov passa dalle scene comiche alla difficile materia del gergo borsistico, e si scopre rapidamente che anche nel suo ultimo romanzo niente è come sembra a prima vista.
(BAYERN 2, Mirko Schwanitz)

Alek Popov colpisce con forza il mito dell'America. Egli mostra in maniera convincente l'isolamento e la visione omologata dei cosiddetti high performers o delle etiche capitalistiche...
(NZZ, Judith Leister)

Da rotolarsi sul pavimento per le risate.
(VORMAGAZIN)

Come nei romanzi transatlantici di John Irving, incidenti grotteschi e spesso piuttosto macabri sono vivacemente collegati. Il tono è più divertente che tragicomico, per lo più così innocentemente divertente che si ride anche dei lamenti e delle riflessioni argute sulle contraddizioni del capitalismo globalizzato, e anche osservando le sue vittime negli Stati Uniti e in Bulgaria.
(SANDAMMEER, Wolfgang Moser)

Due bulgari a New York. Non sembra molto spettacolare. Ma è favoloso leggere come Nedko e Ango sbarcano il lunario nella Grande Mela, anzi è soprattutto grottesco.
(SCHWEIZER ILLUSTRIERTE)

Popov è riuscito a creare una bella favola sull'arroganza, meravigliosamente divertente...
(NÜRNBERGER ZEITUNG, Christian Rothmund)

€18,00
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PREZZO: €15,00
DATA USCITA: FEBBRAIO 2010
BROSSURA | PP. 288 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DALL'AMERICANO TATIANA MORONI

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 A tre anni di distanza dalla morte della donna che amava e dalla soluzione del mistero che ha cambiato per sempre la suavita, il trentenne con la faccia da bambino John Blake è costretto a indossare nuovamente i panni dell'investigatore per indagare, questa volta, sull'apparente suicidio di Dorothy Louise Burke, una bellissima universitaria dalla doppia vita.

Blake trova l'amica Dorrei Burke morta nel suo appartamento. Tutto fa pensare a un suicidio: la testa infilata in un sacco di plastica fissato con del nastro adesivo, un flacone di pastiglie vuoto assieme al libro "Uscita finale", che contiene istruzioni per chi vuole suicidarsi, accanto al cadavere.
La seconda avventura del detective John Blake comincia così. A distanza di tre anni dalla soluzione del mistero sulla morte di Miranda Sugarman, il trentenne con la faccia da bambino John Blake è costretto a indossare, ancora, i panni dell'investigatore per indagare, questa volta, sull'apparente suicidio di Dorothy Louise Burke, una bellissima universitaria dalla doppia vita.
I segreti che Blake scopre rischiano di portare alla luce molti affari sporchi. Sempre che qualcuno... non lo uccida prima.
Già amato per "Little Girl Lost", col quale è giunto in finale come miglior debutto all'Edgar Allan Poe e allo Shamus Award, Richard Aleas ritorna con un nuovo giallo pieno di suspence. E questa volta si è aggiudicato lo Shamus Award  Paperback Original come Miglior Detective Story dell'Anno negli USA.

Consigliato a chi ama i libri di: Ed Mcbain, Donald Westlake, Raymond Chandler, Ken Bruen, Max Allan Collins...

Premi:
SHAMUS AWARD 2008
BEST DETECTIVE STORY OF THE YEAR (USA) Sezione Paperback Original
 
 
 

 La stampa
L'impressionante finale lo innalza immediatamente a classico del genere... I canti dell'innocenza vi porterà fin dove raramente la crime fiction riesce a spingersi WASHINGTON POST

Aleas si conferma come uno dei più bravi giallisti in circolazione PUBLISHER'S WEEKLY
Non è solo grande, è fenomenale. È semplicemente il miglior giallo che ci ha regalato il 2007 BOOKASM
Eccezionale! SEATTLE TIMES

Estremamente piacevole... uno di quei gialli così graffianti
che sembrano tagliarti i polpastrelli quando giri le pagine PLAYBOY

Brillantemente concepito e perfettamente svolto, questo può essere il miglior noir dell'anno BOOK REPORTER
€15,00
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PREZZO: €14,00
DATA USCITA: NOVEMBRE 2015
BROSSURA | PP. 160 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL FRANCESE DI TATIANA MORONI

In un Paese senza nome le autorità hanno trovato il modo di garantire l’ordine sociale: letture pubbliche come strumento perfetto di manipolazione. Gli stadi vengono riempiti di persone che, affamate di emozioni intense, ascoltano avidamente brani ed estratti dei più diversi generi letterari e così le passioni, la rabbia, la disperazione, le paure vengono a galla e svaniscono in poco più di un’ora… fino alla prossima adunanza.
Tutto si svolge sotto l’occhio vigile di agenti che devono essere freddi, efficienti e, soprattutto, analfabeti. In cambio hanno una vita di privilegi e spensieratezze e un numero al posto del nome. Come 1075, il migliore tra tutti, almeno fino a quando un incidente sul lavoro lo confina in un ospedale. Lì nel tedio dei giorni di convalescenza incontra una giovane donna che tiene lezioni di lettura per i bambini malati… e tutto comincia a traballare.
Una favola inquietante e feroce sulle pratiche di controllo della società, sulla libertà, le emozioni, la consapevolezza e sull’amore per la letteratura.

«La lettura produceva effetti spettacolari: non rendeva i pazienti né migliori né peggiori, ma per la prima volta da quando avevano smesso di bucarsi, sniffare, fumare tutto quello che gli passava per le mani, il corpo, di nuovo attivo, esultava. Le emozioni aumentavano, e loro si lasciavano trasportare. Le parole avevano risuscitato l’oggetto della loro dipendenza iniziale: il libro non aveva niente di illegale. Potevano quindi darsi alla pazza gioia».

Cécile Coulon si impone ancora una volta come un’incredibile narratrice di storie. E questa è una vera e propria dichiarazione d’amore per la letteratura. ELLE (FRANCE)

Cécile Coulon è nata a Clermont-Ferrand. Ispirata dalla letteratura francese quanto da quella americana, l’autrice è anche una grande appassionata di cinema e musica. Nel suo universo così convivono Maupin, Proust, Flaubert, Steinbeck, Tennessee Williams ma anche le pellicole di Pier Paolo Pasolini e dei fratelli Coen e la musica di Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, Ramones.
Considerata una delle più talentuose della sua generazione, ha conquistato critici e lettori con una produzione narrativa di grande qualità. In Italia è apparso, sempre per Keller editore, Il re non ha sonno (2013).

 


RASSEGNA STAMPA

CÉCILE COULON. LA CASA DELLE PAROLE
INTERNAZIONALE | 29 novembre 2015 | Marianne Payot (L'Express)

È una parabola su un totalitarismo senza memoria. L'Agente 1075 è una della migliori reclute. Solido, preparato, analfabeta (un criterio essenziale), privo di emozioni e di amici. Viene ammesso, al termine di una severa selezione, nel famoso servizio nazionale, che ha il compito di disciplianare circa settanta milioni di abitanti. Soprattutto durante le manifestazioni ad alto rischio, nelle quali dei lettori stregano un pubblico isterico con libri fatti di disegni, perchè ogni altra letteratura è stata vietata. È in uno di questi raduni che il macchinario si inceppa e l'Agente 1075 finisce all'ospedale. Di nascosto scoprirà, nell'inattività, l'alfabeto. La giovane autrice tenta con successo un romanzo distopico. Il suo stile, sempre molto sobrio, si sposa alla sua tesi.

 

QUELLE PAROLE CHE RENDONO LIBERI
REPUBBLICA | 6 dicembre 2015 | Fabio Gambaro

Leggere è rivoluzionario. Nell'inquietante paese immaginato da Cécile Coulon, un dittatore ha messo la pagina scritta fuori legge. Privati dei libri, i cittadini sono però invitati allo stadio dove la lettura pubblica consente loro di abbandonarsi all'emozione. Odio, allegria, commozione o tristezza, le emozioni collettive suscitate a comando, diventano una droga e uno strumento per controllare gli individui. Ma in questo mondo di analfabeti e uomini sottomessi, un Agente del Dipartimento di Sicurezza si imbatte nel fascino clandestino dell'alfabeto. Scopre il piacere sottile della trasgressione, iniziando a decifrare le lettere che in passato gli erano sembrate inutili e pericolose. Un gesto solitario che cambierà la sua vita. Con La casa delle parole Coulon propone una favola tra fantascienza e utopia, la cui allegoria non nasconde i debiti verso Orwell, Huxley e Bradbury. Il suo è un omaggio alle parole e all'immaginazione e al contempo un invito alla libertà dei lettori.

 

GLI STADI DEI LETTORI NEL 1984 DI CÉCILE
L'ADIGE | 12 dicembre 2015 |

Diavoletto di un Keller, che oltre a grandi narratori dell'Est europeo, importa a Rovereto, Italia, anche una giovane, bionda, scrittrice francese dalla personalità già spiccatissima, come Cécile Coulon. Il titolo originale, anno 2013, quando l'autrice aveva solo 23 anni, è Le rire du grand blessé, ma Roberto Keller, al riso del grande ferito, che è 1075 - il protagonista del libro con un nome programmaticamente spersonalizzato - ha preferito il più evocativo La casa delle parole. La seconda Coulon pubblicata da Keller dopo Il re non ha sonno ha un incipit folgorante: «Cinque uniformi, un autista, una donna delle pulizie, un cuoco, sette telecamere fissate al soffitto, cinquanta ore di presenza all'Ufficio, una Manifestazione ad Alto Rischio a settimana, millenovantacinque giorni di formazione, un gomito fratturato, tra costole rotte, una mascella nuova di zecca, un certo numero di zeri in busta paga, settanta milioni di abitanti da sorvegliare, due auricolari, tre ettari di parco alberato, sessanta chilometri di corsa settimanali, cinquanta pollici di schermo piatto, diciotto minuti di notiziario nazionale. E nessuno con cui condividerlo». Nel Paese senza nome le autorità hanno trovato il modo di garantire l'ordine attraverso letture pubbliche manipolatorie, tenute in stadi affollati di persone che, affamate di emozioni, ascoltano parole che scatenano ogni passione, rabbia e disperazione, che esplodono e svaniscono, fino alla prossima assemblea: «Le parole di un Libro Brivido davano corpo alla paura, che ruggiva». Psicodrammi collettivi, deliri sotto i colpi della voce del Lettore. Tutto sotto l'occhio di agenti freddi, efficienti e... analfabeti. Come 1075, il migliore, finché ha un grave incidente sul lavoro e finisce in ospedale, dove incontra una ragazza che dà lezione ai bambini malati... e la sua vita inizia a scricchiolare... «La lettura produceva effetti spettacolari: non rendeva i pazienti nè migliori nè peggiori, ma per la prima volta da quando avevano smesso di bucarsi, sniffare, fumare tutto quello che gli passava tra le mani, il corpo, di nuovo attivo, esultava». Libri non liberanti.

 

LA COULON NELLA CASA DELLE PAROLE PROIBITE
IL MATTINO | 17 dicembre 2015 | Maria Vittoria Vittori

In un'epoca imprecisa, all'interno di un paese che non ha nome, si tengono periodicamente letture pubbliche. Manifestazioni ad alto rischio in cui un Lettore è chiamato a scatenare nel pubblico in eccitata attesa le più travolgenti emozioni attraverso un libro appositamente convezionato da uno Scrivano al servizio del potere. La messa in scena delle emozioni è finalizzata al mantenimento dell'ordine pubblico - le parole come droga legale, che dapprima esalta e poi tramortisce - ogni altro libro non partorito da Scrivani prezzolati è proibito e gli Agenti che vigilano su tali manifestazioni sono analfabeti, immuni da tentazioni e pericolo di contagio. È una gigantesca e inquietante gabbia quella costruita dalla giovanissima quanto talentuosa scrittrice francese Cécile Coulon in La casa delle parole appena uscito (edizioni Keller, pagg. 148, €14), ma la storia non è poi così irreale e distopica come può sembrare, dal momento che nasce da una precisa constatazione. «Adoro leggere libri di diversa natura», racconta la scrittrice, incontrata a Roma nell'ambito di "Più libri più liberi", «ma ora ho l'impressione che tutti vogliano leggere lo stesso libro. Non ci si vuole discostare dal genere e dall'autore che si predilige, non si vuole essere sorpresi da una lettura. E il mercato tende a fare un calco di questa tendenza, basandosi sui gusti di tutte queste persone che non vogliono essere "sorprese"». E dunque la storia dell'Agente 1075, che imparando a leggere da clandestino scopre la potenza delle parole non addomesticate e diventa trafficante di pagine proibite, rappresenta un grande omaggio alla letteratura. «E al cinema, alla musica, a qualsiasi forma d'arte che non chiuda chi ne usufruisce in uno schema fisso, ma anzi lo spinga all'immaginazione e alla riflessione. È un omaggio all'arte capace di sorprendere». In questo romanzo, sorprendente non è solo l'impianto narrativo, questo l'universo concentrazionario di individui e testi univoci, ma la stessa sostanza espressiva, stilisticamente rigorosa eppure aperta a diverse contaminazioni, in cui s'avvertono a tratti le sonorità del punck rock: una storia di rivolta esistenzialista ritmata dai Ramones. D'altronde che la letteratura sia per Cécile Coulon una forma di rivolta lo dimostra il filo libertario che attraversa le sue opere, da Il re non ha sonno (Keller 2013), cruda storia di ribellione ambientata in una cittadina della profonda America, fino all'ultimo libro appena pubblicato in Francia, passando per il Manifesto dei bambini selvaggi.

 

QUEL LIMITE FISICO CON CUI FARE I CONTI
SuperAbile INAIL | marzo 2016 |

Visionario, a tratti apocalittico, forse profetico: il romanzo La casa delle parole, firmato dalla talentuosa Cécile Coulon e tradotto da Keller, disegna l’identikit avvincente di un protagonista senza nome, l’agente 1075. In un Paese misterioso, è vietato saper leggere: si può solo assistere a letture pubbliche e sorvegliate da agenti anch’essi analfabeti. Solo che l’impeccabile 1075 ha un incidente sul lavoro (viene morso da un cane) e durante il ricovero in ospedale resta colpito da una maestra che disegna lettere su una piccola lavagna per i piccoli degenti: una finestra di libertà, che diventa un’attrazione irresistibile per il rigido militare. Imparare a leggere diventa un desiderio tumultuoso, quasi violento, per il quale vale la pena sfidare ogni autorità. Oppresso dai dolori alla gamba, l’uomo granitico fa però i conti con la sua debolezza fisica e la disabilità, pur se temporanea. Non accetta la menomazione, le ferite, soprattutto quelle interiori, perché proibisce a se stesso di provare emozioni ed esprimere sentimenti. E la psicologa risponde al protagonista, di cui tenta di intaccare la corazza: «Se ha un giubbotto antiproiettile al posto del cuore, io non c’entro niente». Eppure la lenta riabilitazione va di pari passo con la rieducazione della sua coscienza all’immaginazione e con lo svelamento della sua vera identità. Nelle ultime pagine, infatti, il numero si trasforma in «lettere maiuscole maldestre: Charles Coban». La rinascita, non solo fisica, è compiuta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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DATA USCITA: DICEMBRE 2012
BROSSURA | PP. 208 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL POLACCO MARZENA BOREJCZUK

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In un'Islanda d'inizio secolo due giovani si incontrano, si innamorano e decidono di costruire la propria casa nei pressi della piccola chiesa di Krýsuvík. Poco dopo, all'abitazione si aggiungono delle serre per coltivare i fiori e, nel prato antistante, due bambine giocano sull'erba in prossimità di alcune pozze d'acqua bollente. Due generazioni dopo, a Reykjavík, un infermiere polacco viene assunto in un modernissimo ospizio dove incontra un'anziana degente di nome Rosa...

La casa di Rosa è uno straordinario romanzo che parte da un tempo lontano e giunge sino ai giorni nostri, un affascinante gioco a incastro nel quale si può decidere quale percorso intraprendere: se dal passato al presente o viceversa. Attraverso una toccante storia d'amore, la vita quotidiana all'interno di una casa per anziani e le esperienze di un emigrante, La casa di Rosa affronta con originalità i diversi aspetti dell'essere uomini - nascere, amare, invecchiare e morire - ma si spinge anche oltre, lanciando uno sguardo lucido e talvolta spietato sull'essere vecchi nella nostra società.
La casa di Rosa è stato selezionato per il prestigioso Premio Nike 2007 come miglior romanzo polacco dell'anno.
 
 
Hubert Klimko-Dobrzaniecki è nato nel 1967 a Bielawa, nella Bassa Slesia. Ha studiato teologia, filosofia e filologia islandese. Nella sua vita ha svolto diversi mestieri, tra cui lo spennatore di tacchini, il mimo, il guardiano di porci, l'operaio agricolo, il contrabbandiere di diamanti, il  com-merciante di caviale e di opere d'arte. Ha pubblicato due raccolte di poesie in lingua islandese. Nel 2003 è uscito il volume di racconti Stacja Bielawa Zachodnia (Stazione Bielawa Ovest), e recentemente un lungo racconto Kołysanka dla wisielca (Ninnananna per un impiccato) e il romanzo Raz. Dwa. Trzy (Uno. Due. Tre). Da poco si è trasferito da Reykjavík a Vienna.

 LA CURIOSITA'
La casa di Rosa è costruito su due storie che si intrecciano e danno vita al romanzo. POtete leggerle indipendentemente ma solo leggendole entrambre capirete il romanzo e la storia dei personaggi. Potete iniziare a leggere il libro dalla cima o dal fondo, ovvero dal presente o dal passato perché anche l'impaginazione è particolare...

Il premio letterario NIKE
Il premio letterario NIKE (Nagroda Literacka NIKE) è il riconoscimento più prestigioso della letteratura polacca.
Fondato nel 1997 dalla Gazeta Wyborcza, il quotidiano più diffuso della nazione, e dalla compagnia NICOM, premia ogni anno ad ottobre il libro migliore dell'anno precedente, scritto da un polacco vivente.
In totale concorrono 20 libri di ogni genere. Nella selezione del NIKE 2007 è rientrato anche il giovane autore Hubert Klimko-Dobrzaniecki con "La casa di Rosa" come uno dei tre romanzi più belli dell'anno.

La critica
Questa magnifica storia su persone semplici, sul desiderio della felicità e sulle avversità del destino induce ciascuno di noi a porci una domanda: che cosa conta di più nella vita?
Salite su questo treno. Potrebbe portarvi in un luogo molto distante, in cui forse troverete qualcosa di molto familiare: una parte di voi stessi.
Danuta Kowalik

La lettura è godibilissima, non solo grazie alla freschezza e alla grande sobrietà di scrittura, ma perché questo libro è davvero bello e profondo, è semplicemente un ottimo libro
Joanna Orska

La narrativa polacca si è arricchita di un'opera preziosa
Dariusz Nowacki

Uno dei più interessanti esordi degli ultimi anni. In questa scrittura c'è un incredibile, malinconico ardore.
Efeny
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BROSSURA | PP. 224 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL CECO A. CATALANO 

TRAMA

Dopo due tentativi di incendio doloso, il suicidio sospetto della signora Horak, la violenza subita da una giovane studentessa, Vilem Lebeda, ispettore capo di un ordinario quartiere di Praga, inizia le sue indagini. Ben presto si imbatterà nel burbero pensionato Viktor Dyk, padre di Dyk junior, da sempre denigrato per i suoi “limiti cognitivi”, se non per la sua stupidità. Ma ricordi oscuri e poco chiari di violenza sembrano aver segnato la sua infanzia…
Lebeda scoprirà anche che il vecchio Dyk è implicato in un omicidio avvenuto quarant’anni prima, archiviato come caso irrisolto…
Caso irrisolto ha tutti gli ingredienti del thriller, ma il romanzo del ceco Patrik Ourednik si rivelerà con lo scorrere delle pagine qualcosa di diverso, una parabola, una satira sociale, una profonda meditazione sui limiti del romanzo, sull’equivoco della comunicazione, e poi ancora un puzzle incompleto, una partita a scacchi… con il lettore! 

AUTORE
Patrik Ourednik è nato a Praga nel 1957, ma vive in Francia dal 1984. È autore di dizionari, saggi, racconti, raccolte poetiche ed è anche traduttore in ceco di Rabelais, Jarry, Queneau, Beckett e Michaux.

 

COSA DICONO 
L’umorismo giocoso di Bohumil Hrabal. Il senso dell’assurdo degno de Il buon soldato Sc’vèik […] Il tutto mescolato e shakerato con l’aggiunta di Bouvard e Pécuchet. Quel che si ottiene è Caso irrisolto di Patrik Ourednik. L’EXPRESS

Lo scrittore Patrik Ourednik è un maestro nell’arte dell’eversione e del sovvertimento del genere romanzesco. LE MONDE

 

IN QUARTA DI COPERTINA

«Ma prima la gente almeno rifletteva».
«Lei crede?»
«In qualche modo tiravano fuori delle idee».
«Eh, delle idee…»
«Non era permesso, ma le tiravano fuori lo stesso».
«Non so se le definirei proprio idee».
«Forse non erano idee, ma almeno si immaginavano delle cose».
«Questo succede anche oggi».
«Oggi nessuno immagina più niente. Tutti parlano e parlano».
«Questa è la democrazia».
«Prima non era permesso».
«Infatti».
«Oggi tutti parlano e nessuno ascolta».
«Proprio così».
«Tutti hanno opinioni».
«Beh, opinioni…»

RASSEGNA STAMPA

UN «CASO» IRRISOLVIBILE NEL GIALLO DI OUREDNIK 
Incidenti, stupri e omicidi in una Praga prigioniera dell'assurdo: e se nulla avesse senso?

IL GIORNALE, 20|12|2016
Daniele Abbiati

Quando si vuol scrivere un libro sul nulla, uno soltanto è il problema da risolvere. Uno solo, ma complesso: mostrare il nulla con le parole. Ora, siccome le parole non sono mai nulla (come minimo sono segni neri sulla carta bianca, da qualcuno interpretabili, in qualche modo), occorre che le parole di quel libro si annullino, che la loro somma sia zero. Non stiamo pensando, qui, a Flaubert e al suo desiderio di scrivere «un livre sur rien», poiché il rien di Flaubert è un rien materiale, non di senso, un rien, quindi, composto di stile. Stiamo pensando, invece, a Patrik Ourednik e al suo Caso irrisolto (Keller editore, pagg. 213, euro 15,50, trad. dal ceco di Alessandro Catalano). Ourednik, abituato a giocare con le parole, a farle roteare, saltare, volare, atterrare, bloccarsi e ripartire, dotato di quell'indole monella e anarchicheggiante di stampo oulipiano, da giocoliere un po' alla Perec, o alla Hrabal, al suo libro sul nulla ha dato una veste gialla. Ottima scelta. Perché nel «giallo» che cosa conta, alla fine? Che la storia abbia un senso; che la galleria di sospetti, indizi, ipotesi e fatti conduca a una soluzione, al limite anche a una non soluzione, il caso irrisolto è comunque un caso.

Qui, invece, Caso irrisolto è un casino, una presa per i fondelli. Non è un caso irrisolto, è un caso irrisolvibile. Qui le parole non si annullano vicendevolmente, non si smentiscono. Più semplicemente, sospetti, indizi, ipotesi e fatti sono rivoli d'acqua assorbiti dalla sabbia prima che giungano al mare del Significato. Esercizi di stile alla Queneau (Ourednik, nato a Praga nel '57, dall'84 vive in Francia), texticules sterili, gratuito e piacevole onanismo narrativo volto a scardinare, a far letterariamente e letteralmente uscire dai gangheri il Lettore, latore del suddetto Significato. Al netto delle digressioni sulla Cechia e su quanto si prendano sul serio gli autori cechi, delle battute rivolte al fruitore o sui critici letterari, del descrittivismo scarno ma incisivo, Caso irrisolto è una complicata macchina per friggere l'aria, a volte autoironica: «Pronunciate, le parole sono come scoregge, per un attimo risvegliano l'attenzione, ma subito dopo si perdono nell'aria; scritte restano in eredità alle generazioni future».

Fra un incidente-suicidio, due incendi, uno stupro, un omicidio di quarant'anni prima, in una Praga concentrazionaria e ghettizzata nella morsa dell'assurdo, dapprima seguiamo fiduciosi il pensionato Viktor Dyck e l'ispettore capo Vilem Lebeda, poi ci chiediamo dove vogliano andare a parare, infine, già che siamo in ballo, balliamo e chi s'è visto s'è visto. A meno che... A meno che il famoso e fantomatico Significato sia questo: «Nasciamo in un romanzo di cui ci sfugge il senso e lo abbandoniamo senza averlo capito». Basta mettere «mondo» al posto di «romanzo» e il gioco è fatto.

PS. Se volete divertirvi di più, leggete prima la Postfazione in cui Jean Montenot si spacca la testa nel tentativo di razionalizzare il tutto, e poi il romanzo. Cosa fatta, capo non ha.

 

UN GIALLO PRAGHESE E UN FELICE PONTE FRA ORIENTE E OCCIDENTE

LA STAMPA – TUTTOLIBRI, 17|12|2016
Gianni Biondillo

Uno pensa di sfangarsela con poco - un libro, si sa, fa fine e non impegna - e il regalo di Natale è presto fatto. Che ci vuole? Errore. Perché poi si aspetta sempre l’ultimo minuto, sommersi dalle scadenze di fine anno, si entra in libreria il 24 sera e si cade nel panico.
Ho assistito a dialoghi surreali fra il clienti e commessi spazientiti. «Devo regalare un libro, cosa mi consiglia?» Hai detto niente! Ce ne sono a migliaia. E sapere se è per un bambino, una signora o un giovanotto non fa poi molta differenza. Regalare un libro è una cosa intima. È un ponte fra chi regala e chi riceve il regalo.
Mica scherzi. È la cartina di tornasole che verifica la conoscenza reciproca, le reciproche affinità. Ho una cara amica che, in gioventù, mi ha regalato, Natale dopo Natale, tutta l’opera di Raymond Chandler. Era il nostro patto, il nostro legame.
Comunque fosse andato l’anno, qualsiasi cosa mi fosse toccata in sorte, avevo la certezza che sotto l’albero una cosa bella, un pensiero affettuoso, nostro, ci sarebbe stato. Io durante l’anno non compravo libri di Chandler, lei a Natale non me ne regalava di altri autori. Al punto che finita l’opera omnia smise di regalarmi libri, passò ad altri generi di doni.
Quindi non fiondatevi in libreria all’ultimo minuto a raccattare ciò che capita nella paccottaglia di «libroidi », quelli che si vendono solo a Natale e che, tipicamente, non vengono mai neppure aperti da chi li riceve: testi di cucina, monnezzoni scandinavi, pseudosaggi di giornalisti televisivi.
Fate un respiro profondo. Ragionate. Non guardate le classifiche di vendite, non è detto che il libro giusto, quello da regalare a quella - e solo quella - persona cara stia proprio lì.
Io di mio ho già qualche idea. Con la vicina di casa fanatica dell’oggetto libro, dell’oggetto in sé, che annusa le pagine, che palpeggia la copertina, una lettrice, per capirci, che se potesse comprerebbe solo Sellerio o Adelphi, indifferentemente da quello che pubblicano, vorrei condividere la mia passione per una piccola casa editrice trentina, la Keller editore: non sbagliano un colpo!
Libri belli, curati, traduzioni di autori mitteleuropei, fra l’Ucraina e la Boemia, fra l’Austria e la Polonia. Un vero serbatoio di bibliodiversità. A dover fare un titolo, fra i tanti, forse suggerirei la nuova uscita di Patrik Ourednik, Caso irrisolto, (Keller, pp. 224, €15,50) inconsueto giallo di uno scrittore ceco che in Francia è stato molto apprezzato. E giusto per restare oltralpe, all’amico dottissimo e snob, che è convinto che non esistano autori viventi interessanti nel mondo, gli regalerei Bussola, di Mathias Enard (edizioni e/o, pp. 418, €19), Premio Goncourt 2015 [...
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PREZZO: €14,50
DATA USCITA: GENNAIO 2014
BROSSURA | PP. 192 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO FRANCO FILICE

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"Che la vita è solo inganno, un vuoto di memoria, un gioco d'ombra - o un errore di lettura". E di errori di lettura, di colpi di scena, di riferimenti preziosi è ricco questo tagliente e raffinato romanzo di Rayk Wieland, che ripercorre e mostra sotto una luce divertente il lato più paradossale del regime comunista della Germania dell'Est. Il disincantato signor W. un giorno viene contattato per partecipare a un convegno come poeta clandestino nella DDR. Incuriosito pensa subito a un errore: non sapeva di essere poeta, men che meno clandestino. In tutta la vita ha scritto solo qualche poesia alla sua ragazza di Monaco. Ma le poesie sono state intercettate, lette, collezionate e commentate dal regime, e l'adolescente innamorato è diventato un inconsapevole nemico dello Stato. Comincia così un viaggio in una Berlino inedita, e in un passato fatto di fraintendimenti ed equivoci che rivela le contraddizioni e i pericoli alla base di ogni lettura troppo rigida del mondo.
Dopo la nascita del Wenderoman cioè di narrazioni dedicate alla caduta del Muro che riuniscono opere a firma di Günther Grass, Ingo Schulze, Uwe Tellkamp ecco approdare sugli scaffali un romanzo intelligente, affascinante e spiritoso. Vera parodia del genere.
 
Rayk Wieland, nato nel 1965, ha fatto l'elettricista, ha studiato filosofia e ha lavorato come editor per quotidiani, radio e televisione. Dall'estate del 2009 vive tra Shanghai e Amburgo.
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DATA USCITA: dicembre 2014
BROSSURA | PP. 288 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL FRANCESE SILVIA TURATO

 

GRAN PREMIO DEL ROMANZO DELL’ACCADEMIA FRANCESE 2011
FINALISTA PREMIO GONCOURT 2011

Tyrone Meehan è considerato un informatore degli Inglesi e trascorre gli ultimi giorni a Killybegs in attesa dei sicari dell’IRA. Chiederò perdono ai sogni di Sorj Chalandon ci racconta la storia di un traditore della sua gente, della comunità cattolica di Belfast, che emerge dalla durezza del conflitto nordirlandese degli anni Settanta e Ottanta. Un romanzo magnifico – finalista al Prix Goncourt 2011 e insignito del Grand Prix du roman de l’Académie française 2011 – che tocca un argomento ancora scomodo e doloroso per la maggior parte degli Irlandesi. È possibile perdonare? Cancellare, dimenticare? Una lettura autentica e straordinaria che ha i toni di un’epopea.


Sorj Chalandon è nato nel 1952. È stato giornalista per «Libération» prima di passare a «Le Canard Enchaîné». I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Le Petit Bonzi (2005), Une promesse (2006, Prix Médicis), Il mio traditore (Mondadori, 2009) e La Légende de nos pères (2009) tutti editi in Francia da Grasset. Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paes


RASSEGNA STAMPA FRANCESE

Ritorno a Killybegs […] è la storia di un'anima pura resa grigia dalla contingenza, dalla stanchezza e dalla sete di pace. LE MONDE

Trasuda la passione e la disperazione di un uomo che un giorno senza avere scelta affonda nella notte e nella vergogna. Lo sguardo del giornalista e il lirismo del romanziere si fondono in un bellissimo libro follemente innamorato di un paese ferito... TELERAMA

Ritorno a Killybegs è il ritorno a una tragedia personale e anche un ritorno a una tragedia collettiva. Tragico. LA PRESSE

Emozionante, toccante, lo struggente romanzo di Sorj Chalandon ha la forma di una epopea tragica, come la storia d'Irlanda, un paese lacerato e devastato. Si tratta di un libro di profonda umanità, scritto meravigliosamente. Con le parole, con le lacrime del silenzio. BibliObs

Sorj Chalandon torna alla storia di Tyrone Meehan, l'attivista dell'IRA diventato poi un traditore. Egli immagina il suo ritorno al villaggio natale. [...] Questa storia è perfettamente riuscita. EXPRESS

Un romanzo potente, che narra del tradimento di un combattente cattolico irlandese. Il tumulto della storia recente, il tumulto di un destino. LES ECHOS

Immaginare e capire la vita del protagonista il cui tradimento ha messo in discussione le certezze della vostra esistenza e del vostro agire, concedendogli una seconda vita grazie alla narrativa, riassume e corona il lavoro di uno scrittore. Philippe Lancon, LIBERATION

Un romanzo appassionato ma paradossalmente sereno. André Rollin, LE CANARD

Questo è un romanzo davvero eccellente, un grande “coup de coeur”. (...) Questo libro è la storia di un uomo, di un destino e una vita che non ti aspetti... Libraire MOLLAT BORDEAUX

 


RASSEGNA STAMPA ITALIANA

INTERNAZIONALE DEL 25/12/2015
I tormenti del traditore

http://intern.az/13im

Sorj Chalandon, francese nato a Tunisi, ha scritto in passato un romanzo sul tema del tradimento: un giovane francese scopriva che un eroe dell’Ira, che aveva conosciuto e ammirato, era in realtà un traditore. Torna ora sul tema mettendosi dalla parte del traditore, interrogandosi sulle ragioni per cui si tradisce. Dopo tante lotte, carcere, resistenza, vincono i ricatti del nemico ma anche la stanchezza nei confronti di chi non vuol correre “il rischio della verità”, i propri compagni e dirigenti.
Sul tema del traditore, l’irlandese O’Flaherty ci aveva dato, nel lontano 1925, un forte romanzo, che serpeggia da sempre in tutta la realtà (e la letteratura) che riguarda le lotte, le guerre, i conflitti tra due parti che si credono nel giusto. Il tema è delicato, scabroso e ambiguo fin dai tempi di Giuda Iscariota. “Tutta la vita ero andato a caccia di traditori”, dice il protagonista, e “il peggiore di tutti era nascosto dentro di me”. Chalandon è stato buon giornalista e si sente: sa ricostruire con competenza e passione storie che conosce. Ma è anche un ottimo scrittore che, con questo trascinante e angosciante Retour à Killybegs tradotto benissimo da Silvia Turato, parla di cose che non ha vissuto per interrogarsi sugli effetti delle guerre, e sui tormenti interni di quelle che sono o si definiscono “di liberazione”. Goffredo Fofi

D di REPUBBLICA
La parola al traditore
Chalandon riscrive il suo romanzo su un’amicizia menzognera, raccontandola però dal punto di vista di colui che tradisce

Qualche anno fa, con Il mio traditore, Sorj Chalandon raccontò la storia di un giovane francese pieno di ideali, amico di un dirigente dell’Ira che, si scoprirà poi, da molti anni era una spia al soldo degli inglesi. A quella storia di tradimenti e di delusioni il romanziere francese torna oggi nelle pagine di Chiederò perdono ai sogni. Riprende la stessa vicenda, raccontandola però dal punto di vista di colui che tradisce: Tyrone Meehan... (LEGGI IL RESTO SUL SITO DI D: http://goo.gl/Dp0sz0)

 

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PREZZO: €13,90
DATA USCITA: OTTOBRE 2007
BROSSURA | PP. 304 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL CASTIGLIANO MADDALENA CAZZANIGA

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Cosmés è un uomo immaturo e strano, un essere buono che non riesce a comprendere il mondo che lo circonda. Un ciclista solitario, infaticabile, che percorre le valli, i monti e le praterie senza capire che il suo continuo pedalare non è altro che un segreto desiderio di fuggire il mondo, la gente e, forse, anche se stesso.
La morte dei nonni, l'incapacità di tenere un qualsiasi lavoro e la necessità di scrivere un romanzo per riscuotere un'eredità lo spingono in una girandola di avventure tra amori e abbandoni, furti di quadri, misteriosi omicidi e, soprattutto, a scoprire l'imprevedibilità della vita in compagnia di un'anziana e ambigua milionaria, un buddista poliglotta che riempie la città di scritte per superare la propria timidezza, una ex miss esistenzialista, un imbianchino brasiliano innamorato di una togolese immensamente grassa, una cuoca di León eterna studente di inglese, un torero del Gabon, un collezionista di quadri e una monaca di clausura assidua lettrice di riviste rosa.
 
Nato a Gallinero de Rioja, Ramón Bodegas vive fin dai quattro anni nei Paesi Baschi. È autore dei romanzi El portero que chutaría contra su propria portería (1983), Jarri (1988) e Bel et bien (1996).

 CARLO MARTINELLI, IL TRENTINO:
[...] Questa triste notizia arriva mentre scorrono le pagine di un bel libro, un romanzo che incrocia anche il ciclismo, superandolo in una girandola vitalistica corroborante a fronte dell'ennesima tristezza. Stiamo parlando de Il ciclista solitario del basco Ramón Bodegas (301 pagine, 13,90 euro). Titolo che inaugura la nuova collana "Passi" dell'editore Keller di Rovereto, piccola coraggiosa intrapresa letteraria.Il ciclista di Bodegas si chiama Cosmés. Nasce in un piccolo villaggio della Normandia e fin da piccolo, la nonna, una tifosa sfegatata di André Darrigade, lo inizia al ciclismo. Il nonno invece, ex capitano della marina mercantile lo vorrebbe romanziere e qui cominciano i guai per il nostro Cosmés che è sì un ciclista infaticabile che percorre le valli, i monti e le praterie ma non riesce a capire che il suo continuo pedalare altro non è che un segreto desiderio di fuggire il mondo, la gente e forse, anche se stesso. La morte dei nonni, l'incapacità di tenere un qualsiasi lavoro e la necessità di scrivere un romanzo per riscuotere un'eredità lo spingono in una girandola di avventure tra amori e abbandoni, furti di quadri, misteriosi omicidi e, soprattutto, a scoprire l'imprevedibilità della vita in compagnia di un'anziana e ambigua milionaria, un buddista poliglotta che riempie la città di scritte per superare la propria timidezza, una ex miss esistenzialista, un imbianchino brasiliano innamorato di una togolese immensamente grassa, una cuoca di León eterna studente di inglese, un torero del Gabon, un collezionista di quadri e una monaca di clausura assidua lettrice di riviste rosa. Insomma, una girandola di storie e situazioni che richiama letterature di scuola sudamericana. "Un fiume in piena difficile da contenere", si legge nel retro di copertina. Concordiamo.Fois riposi in pace. Cosmés corre avanti
€13,90
Codice SKU: 978-88-89767-04-7
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PREZZO: €11,00
DATA USCITA: GENNAIO 2012
BROSSURA | PP. 112 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO ANNA RUCHAT
con le allieve della Fondazione Milano Lingue: Chiara Marelli, Jennifer Perletti, Martina Gorni, Valentina Sironi

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Nessuno sguardo è tranquillo e in pace come può sembrare, nessun silenzio è uguale. E ci vogliono molta fortuna e molto coraggio per trovare un proprio posto nel mondo. Sembra volerci dire questo Sudabeh Mohafez, scrittrice iraniana trasferitasi in Germania a sedici anni, in questo libro delicato e duro, poetico e realista allo stesso tempo.
Una manciata di storie ci trasporta in un Iran e in un'Europa che come non mai ci appaiono vicini e famigliari, tra le vite di donne, bambini e figli tutti coinvolti in situazioni che sembrano senza via d'uscita e senza speranza. Ma ogni volta la vita riesce a regalare l'occasione della scelta giusta.
Il coraggio di donne silenziose, la paura dei bambini di fronte a genitori assenti o addirittura prepotenti e violenti, la nostalgia degli emigrati, si perdono nella polvere della Teheran degli anni Settanta o nei rumori di una qualsiasi metropoli europea dei giorni nostri.
Questo libro propone in modo molto originale un mondo sempre diviso tra due punti di vista: quello dei luoghi che lasciamo e quello dei luoghi che abitiamo. A riempire lo spazio tra i due: un mare, miraggi di montagne lontane migliaia di chilometri e storie.
 
Si ringraziano Chiara Marelli per Luoghi, Jennifer Perletti per La casa, Martina Gorni per L'unica prospettiva valida, Valentina Sironi per Cielo di sabbia, terra di stelle.
Un grazie particolare a Alessandra Luise e Rosci Habib Minelli.
 
Sudabeh Mohafez ha vissuto a Teheran, Berlino e Lisbona. Ha studiato musica, inglese, letteratura e pedagogia e collabora con numerose organizzazioni non governative che si occupano di prevenzione della violenza. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti e premi, dalla nomination al Premio letterario Ingeborg Bachmann al MDR Literaturpreis senza dimenticare l'Adelbert-von-Chamisso Förderpreis e il Robert Bosch Stiftung.
€11,00
Codice SKU: 978-88-89767-26-9
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PREZZO: €14,50
DATA USCITA: OTTOBRE 2015
BROSSURA | PP. 192 | COLLANA RAZIONE K
TRADUZIONE DAL POLACCO DI MARZENA BOREJCZUK

 

In Come se mangiassi pietre, W. L. Tochman ci trasporta nel presente della ex Yugoslavia con un reportage dal grande valore letterario. Grazie al suo sguardo unico e al suo stile essenziale, sempre aderente alla vita, riesce a trasformare ciò che racconta in un universo narrativo da cui è impossibile staccarsi e rimanere estranei. Un gioco a incastro fatto di storie che sfumano una nell’altra e che ci riporta le testimonianze dei sopravvissuti, i ricordi e la forza delle donne che provano a superare l’orrore e le conseguenze di un conflitto devastante.

«Un libro terribile e bellissimo che andrebbe fatto leggere nelle scuole». IL SOLE 24 ORE

 

€14,50
Codice SKU: 9788889767795
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PREZZO: €14,00
DATA USCITA: NOVEMBRE 2010
BROSSURA | PP. 144 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL POLACCO MARZENA BOREJCZUK

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 In Come se mangiassi pietre, Wojciech Tochman ci trasporta nel presente della ex Yugoslavia con un reportage dal grande valore letterario. Grazie al suo sguardo unico e al suo stile essenziale, sempre aderente alla vita, riesce a trasformare ciò che racconta in un universo narrativo da cui è impossibile staccarsi e rimanere estranei. Un gioco a incastro fatto di storie che sfumano una nell'altra e che ci riporta le testimonianze dei sopravvissuti, i ricordi e la forza delle donne che provano a superare l'orrore e le conseguenze di un conflitto devastante.
Ecco la dottoressa Eva Klonowski che tenta di dare un nome agli scomparsi, ecco le mogli che vorrebbero smettere di attendere, le madri che ancora cercano i figli ma anche le donne che ricostruiscono il presente curando le offese della terra e ricominciando a coltivarla.
Cosa rimane quando la guerra finisce e i militari se ne vanno? Quando i reporter fanno i bagagli e ripartono verso altre guerre?
Tochman ce lo racconta, con un'opera molto originale, nell'unico modo in cui è possibile farlo, ponendosi di fatto tra i nomi che hanno reso grande il genere del reportage letterario come Ryszard Kapuscinski, Tiziano Terzani, Javier Reverte.
 
 
Wojciech Tochman, nato a Cracovia nel 1969, è un giornalista e scrittore polacco. A partire dal 1990 collabora con la «Gazeta Wyborcza», il più importante quotidiano della Polonia. Ha pubblicato sei raccolte di reportage, tradotte finora in 11 lingue. Come se mangiassi pietre è il primo di una serie di lavori che si propongono di illustrare le devastanti conseguenze sociali della violenza bellica, dei crimini di guerra e dei genocidi. Abita a Varsavia dove promuove e coordina l'attività dell'Istituto di Reportage. Con Come se mangiassi pietre Tochman è entrato nella rosa dei finalisti del Nike Literary Prize e del Prix Témoin du Monde, conferito da Radio France International.
 

«Il primo passo, il secondo, il decimo, più e più lontano. Continuavo a chiamarlo. Si era girato. Ventesimo passo, trentesimo. A pochi metri dal capannone della fabbrica i cetnici lo fermarono e gli fecero gettare via la sua borsa. La catasta di valigie dev'essere stata alta come un palazzo di due piani. Kiram guardò ancora verso di noi. Poi entrò nel capannone».
Quel giorno il caldo era insopportabile, la gente non aveva da bere. Tra i serbi c'erano i vicini di casa delle donne, i loro colleghi di lavoro, amici di scuola. Gli alunni riconoscevano i propri maestri e professori.

Senza giudizi o commenti, il libro lascia che siano le voci dei sopravvisssuti a raccontare questa straziante ricerca. FINANCIAL TIMES

Straziante, superlativo (...) Un libro di questo genere non poteva essere scritto in altro modo. THE GUARDIAN

Tochman è un uomo di poche parole. Il suo stile lapidario è quanto di più potente ci sia nel narrare le atrocità della guerra e il dopo,
SUNDAY TIMES


PREZZO: €16
DATA USCITA: OTTOBRE 2015
BROSSURA | PP. 256 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL RUMENO DI ANITA NATASCIA BERNACCHIA

 

Saša ha nove anni e vive in una zona agricola nel Sud dell’Unione Sovietica. Ogni giorno prende il pullman che lo porta dal suo piccolo villaggio alla scuola in città. Lì la vita scorre felice sotto il comunismo, con i suoi slogan, le parate, le fattorie collettive, le organizzazioni giovanili... Saša prende tutto alla lettera e venera i martiri della causa comunista, i cui volti sono dipinti sui muri della scuola – soprattutto Lenin, gloria dell’Unione Sovietica.
Ma in classe accumula brutti voti, nonostante tutti gli sforzi possibili, e deve sopportare la disapprovazione dell’insegnate Nadežda Petrovna. Così alle lezioni preferisce il recupero della carta straccia e del ferrovecchio, ma soprattutto il bosco dove raccoglie le erbe per i maiali e fa bei pensieri.
 Nel frattempo, in quegli stessi luoghi, Nikolaj Arsenievič è ossessionato da strani progetti: avere la scala più alta di tutti, o allevare conigli nella foresta.
Sospeso tra realtà e sogno, con i colori e le illusioni dell’infanzia, I conigli non muoiono mai si presenta come una critica gioiosa ai regimi totalitari e, attraverso l’innocenza di un bambino, svela le contraddizioni del pensiero unico...

Savatie Baștovoi (nome laico Ștefan) e nato a Chișinău nel 1976. Suo padre, docente di filosofia, fu un propagandista dell’ateismo scientifico, al quale egli stesso aderì in gioventù. L’ultimo anno di liceo viene ricoverato in un ospedale psichiatrico, dove scrive Un diazepam per Dio, che lo fa conoscere come poeta.
Studia filosofia a Timișoara, facoltà che abbandona dopo due anni. Dal 1993 pubblica poesie e romanzi, nonché racconti, saggi e articoli nelle principali riviste letterarie romene e moldave. Nel 1999 riceve la tonsura come monaco cambiando il nome in Savatie. Nel 2000 viene ordinato ierodiacono, e nel 2002 ieromonaco. Oggi vive nel monastero “Noul Neamț” di Chițcani, villaggio situato tra Tiraspol e Bender, nella regione separatista della Transnistria.
I conigli non muoiono mai è il suo primo romanzo tradotto in italiano.

€16,00
Codice SKU: 9788889767788
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PREZZO: €14,00
DATA USCITA: GENNAIO 2013
BROSSURA | PP. 184 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO FRANCO FILICE

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 Sotto una costellazione di luci Hella guarda il mondo con suo figlio Tobi. Accanto a lui l'universo sembra avere una collocazione e un significato precisi, ma quando il giovane muore durante una manifestazione di protesta per una società che avrebbe desiderato cambiare, Hella si perde e comincia un viaggio - a tratti onirico - che la conduce lontano da sé e in cui il cuore pare offuscarsi per sempre.
L'unico nord della sua vita è il ricordo del figlio, ciò in cui credeva, ciò che sognava, come ad esempio prendere parte al primo viaggio lunare aperto al pubblico. Per questo Hella si iscrive al concorso che regala un posto nella spedizione, iniziando così un lungo avvicinamento alla stazione di partenza in Asia centrale, attraverso spazi desolati, pianure estese a perdita d'occhio e steppe kazake, rovine dell'immenso ex impero sovietico: un viaggio solitario, tra ricordi del passato e incontri inattesi.
In questo suo delicato, toccante e romantico romanzo d'esordio, Jo Lendle ci conduce nell'animo di una donna che vuole arrivare sulla Luna per ricongiungersi con il proprio figlio, ma in questo viaggio Hella avrà anche la possibilità di riscoprire l'amore, di sentirsi ancora una volta viva, nel corpo, nella mente, per Tobi e per se stessa.

«Quando lei si voltò, vide che era spuntata la luna. Non ricordava di averla mai vista così chiara. Rosso rame, una medaglia luminosa. Non sapeva dire chi sarebbe stato degno di meritarla. Solo dopo qualche attimo si rese conto che si trattava di un corpo celeste e non di un'onorificenza. La sua meta, era lì che era diretta».
 
 
JO LENDLE è nato nel 1968. Ha studiato pedagogia culturale e animazione culturale. Ha curato la rivista letteraria Edit ed è stato visiting professor e docente in diverse università. Oggi dirige la casa editrice DuMont. Tra le sue opere "Mein Versuch letzter, die Welt zu retten" (2009); "La cosmonauta" (2008); "Unter Mardern" (1999). Nel 2011 ha pubblicato "Alles Land" che sarà tradotto sempre dalla Keller editore. Una storia di ghiacci e avventura ambientata in Groenlandia.
 

 NOTA DEL TRADUTTORE A "LA COSMONAUTA"
Aggrappata al volante della sua utilitaria, Hella Bruns ha macinato migliaia di chilometri, e adesso fende il vuoto smisurato e surreale della steppa. E proprio in quello spazio sospeso, angosciante e misterioso al tempo stesso, sembra trovar sollievo a un'interiorità ferita in modo crudele dalle circostanze della vita, a un dolore che rimane sempre dignitosamente confinato nel proprio io, causato dalla perdita del figlio adolescente, appassionato di astronomia e vincitore di un viaggio sulla luna. Hella ne onora la memoria accingendosi a compiere lei il viaggio in sua vece. Il vero viaggio che compie, tuttavia, è quello alla ricerca di se stessa nello spaesamento del "non luogo" della base spaziale nel mezzo della steppa, dove avrà modo di esprimere, malgrado tutto, la sua spiccata curiosità e sensibilità umana per un contesto e modi di essere spesso di difficile decifrabilità per lei. Ma sarà proprio la sua estraneità a quel mondo tanto enigmatico e affascinante quanto chiuso e lontano nel tempo e nello spazio che le consentirà di sperimentare nuove e impreviste modalità relazionali che in un certo senso incideranno sulla stessa meta finale del viaggio: il lancio nel cosmo a bordo della navicella spaziale.
Al di là della trama, caratterizzata da una sottile tensione che serpeggia sul crinale tra essere e divenire, come traduttore mi sono lasciato trascinare dalla protagonista nel vortice di un altrove esistenziale imperscrutabile quel tanto che bastasse a trovare le parole giuste per rendere al meglio le sensazioni e gli stati d'animo di Hella, sempre composta, mai disperata neanche nei drammatici flashback, catapultata in un ambiente di cui non conosce la cifra e che, nella sua alterità, paradossalmente ma non troppo, le permette finalmente di scoprire la dimensione forse più inesplorata del proprio io.
(Franco Filice)

LA STAMPA



LA REPUBBLICA
24/02/2013

Odissea nello spazio per dimenticare il dolore
Anni fa la luna rappresentava l'avverarsi di un sogno che parlava di futuro e progresso dell'umanità: la conquista dello spazio.
Kennedy l'aveva detto: «Conquisteremo la luna» e così era stato. Oggi però la luna sembra caduta un po' in ribasso, pare non interessi più tanto né gli scrittori né gli scienziati. Il romanzo d'esordio di Jo Lendle La cosmonauta, uscito in Germania nel 2008 e ora tradotto per l'editore Keller da Franco Filice, riprende il filo di una fantasia romanzesca interrotta e la completa: qui la luna non è più l'astro silenzioso del pastore errante, né quello su cui piantare la bandiera a stelle e strisce.
La luna è diventata una meta turistica, un posto che si può raggiungere vincendo un viaggio premio messo in palio da un tour operator. La protagonista decide di andare sulla luna per guarire dal dolore della perdita di suo figlio. Sale in macchina e viaggia per chilometri per raggiungere la base spaziale dalla quale partirà. Hella guida quasi sotto ipnosi, da un paese nella Bassa Sassonia verso est, fino alla base di lancio nelle steppe kazake. Il romanzo in realtà è tutto in questo approssimarsi alla meta, nel conto alla rovescia che separa Hella dal suo obiettivo. È una scrittura della dilazione, dell'attesa, in cui la trama non è che una lunga pausa in cui succede ben poco. Sappiamo che c'è un prima (la morte del figlio Tobi durante un sit-in di protesta) e forse ci sarà un dopo (il lancio nello spazio), ma la storia narrata si muove nel mentre, perché è lì in quella faglia che vive la sofferenza di Hella. La capacità di Lendle è nel riuscire a farci entrare dentro la bolla di quel dolore, in cui gli oggetti fluttuano, si avvicinano senza mai farsi afferrare e niente è messo veramente a fuoco, come nei sogni. Ma non si tratta di un romanzo psicologico: qui la psiche non è analizzata, è abitata.
Dunque per Hella incapsularsi dentro un missile e farsi lanciare nello spazio è un viaggio terapeutico. Niente di nuovo, lo stesso Werther viaggiava per lenire la sua inquietudine. Ma nel mondo globale viaggiare in senso autentico si è fatto difficile e il turismo spaziale può rappresentare l'ultima metafora di uno straniamento ancora possibile. Il più lunare dei nostri letterati, Tommaso Landolfi, nel 1950 aveva immaginato qualcosa del genere, con un personaggio che navigava nello spazio a bordo della navicella Cancroregina pensando di sfuggire ai propri guai terreni. Non andava a finire bene: «Io sono solo qui dentro, solo e senza speranze, press'a poco come prima di cominciare questo folle volo». Hella affida alla luna la possibilità di riportarla alla realtà. È un paradosso, ma l'odissea nello spazio le serve a fare i conti con il suo posto sulla terra. Non sappiamo come andrà a finire, lo immaginiamo.
La luna è spesso un inganno. David Bowie, che pare abbia scritto Space Oddity dopo la rottura con la fidanzata Hermione Farthingale, cantava: «Sto seduto in un barattolo di latta, lontano sopra il mondo, il pianeta Terra è blu. E non c'è niente che io possa fare».
(Raffaella De Santis)


ELLE
MARZO 2013

LA COSMONAUTA
Jo Lendle

Hella è partita per un viaggio insolito. Dalla Germania natale, attraverso le steppe della Russia vuota, sta andando in auto verso una base spaziale dove la aspetta un viaggio omaggio sulla Luna. Andare nello spazio non era il suo sogno ma quello di suo figlio Tobi, appassionato di stelle ma morto investito da un'auto a 13 anni.
Hella ha deciso di farlo al posto suo. Così viaggia, da sola, ripercorrendo la sua vita. Accetta la routine un po' surrealista della base, scalcagnata e isolata, e perfino un po' di calore che potrebbe essere amore, nella figura di Adam, tuttofare della base. Sempre che torni viva dalla Luna.
Un romanzo che viene dalla Germania e sorprende per la sua breve, intensa carica emotiva.
(Cristina De Stefano)



INTERNAZIONALE
15-22 FEBBRAIO 2013
Jo Lendle, La cosmonauta

Diteci perché volete andare sulla Luna, e noi vi ci porteremo.
Vince chi presenta la motivazione migliore. Questo concorso per la prima spedizione lunare aperta al pubblico è indetto da un'agenzia di viaggi.
Ma chiunque ne sia il vincitore, bisogna dire che Jo Lendle, l'autore dell'incarnazione letteraria di questa fantasia vertiginosa, ha raggiunto il suo obiettivo con straordinaria determinazione, e tra gli applausi dei lettori: è riuscito a scrivere un romanzo che malgrado la sua remota, spettacolare e romantica destinazione, riesce a viaggiare leggero, senza complicazioni filosoiche e frasi ampollose. Quando Hella Brun si mette in viaggio in automobile per raggiungere la rampa di lancio da qualche parte in Kazakistan, al posto del figlio quindicenne che dopo aver vinto il concorso è rimasto ucciso in una manifestazione politica, in un primo momento tutto quel che vede sul ciglio della strada sono mucche che pascolano placidamente.
Ma quel che segue è un girotondo di immagini pittorico e impressionistico fatto di paesaggi morbidamente ondulati, un gioco di luci tra il chiarore e la tenebra. I veri temi al centro di questo romanzo d'esordio sono la fuga e il ritrovamento di se stessi, e il ricongiungimento con i morti.
(Hajo Steinert, Die Welt)



CORRIERE DELLA SERA
LA LETTURA
03/02/2013
CERCANDO IL FIGLIO PERSO NELLO SPAZIO

Il romanzo di Jo Lendle: dialoghi rarefatti e ritmi lenti per elaborare il lutto.
Nelle steppe kazake una madre si prepara a un viaggio sulla Luna.

Lasciarsi alle spalle il dolore macinando chilometri a bordo di un'utilitaria lanciata senza sosta sulla strada che attraversa una smisurata e desolata pianura spazzata dal vento. Premere sull'acceleratore giorno e notte fino a sfinirsi, senza cedere nemmeno un istante all'esigenza di riposare per il timore, una volta fermi, di poter ancora tornare indietro. E Hella non può permetterselo; perché indietro c'è solo la muta disperazione, il nulla: quello che ha inghiottito la vita del figlio tredicenne Tobi, con il suo grande sogno di partecipare a una spedizione sulla Luna (agognato premio di un concorso). E che ha cancellato in un amen, con quella morte, il senso del presente e l'attesa del futuro di una giovane madre. Cui resta, per non impazzire, soltanto un obiettivo: salire lei su quella capsula spaziale per ricongiungersi idealmente con il suo bambino a milioni di chilometri dalla Terra, dove non c'è nemmeno la gravità a pesare sul cuore. La trama del romanzo di Jo Lendle, 44enne esordiente tedesco che Keller manda in libreria nell'ottima traduzione di Franco Filice, è tutta qui, esile e densa insieme. Come il doppio viaggio imboccato dalla protagonista: che dapprima si isola fra le lamiere della sua auto guidando per ore spinta dall'angoscia di fuggire dall'intollerabile e poi, raggiunta una sperduta stazione spaziale nelle steppe kazake, si prepara, meticolosamente e per lunghi mesi, al tragitto più importante, accompagnata dalle cure di una giunonica cuoca e di un premuroso ufficiale, la cui ombra discreta finirà per regalarle, poco prima del temuto countdown, almeno un'eco del calore smarrito. Non c'è pathos, non c'è retorica, i dialoghi sono rarefatti, il ritmo è rallentato, i silenzi vincono sul rumore, quasi a voler seguire i tempi lunghi e la quiete di cui ha bisogno Hella per elaborare il lutto. Tempi che si dilatano in accurate descrizioni e in immagini dalla grande forza evocativa, nelle quali la realtà delle cose e gli stati d'animo della donna si fondono perfettamente: «Quando suonava si drizzava sbigottita sul letto per non ripiombare subito nel sonno. Allungava le gambe oltre il bordo del letto restando seduta per un po', avvolta nella coperta, con i piedi già proiettati nel giorno, ma con il corpo ancora sull'orlo della notte, la testa vuota tra le mani, fatta eccezione per qualche rivolo di sogno in rapida dispersione. Poi si dava una mossa, metteva da parte la coperta e si alzava con un gemito soffocato». È un libro che va assaporato con calma, lasciandosi cullare dal suono delle parole e dallo scivolare delle pagine. Provando a mettersi sulla lunghezza d'onda scelta dall'autore per seguire il ritmo lento con cui il gelo del dolore si scioglie nell'acqua tiepida della consolazione.
(Marco Ostoni)



CORRIERE DELLA SERA
CORRIERE DEL TRENTINO
18/01/2013

Esce domani nelle librerie di tutto il paese il nuovo nato in casa editrice Keller. Si tratta del romanzo dell'autore tedesco Jo Lendle La cosmonauta, tradotto per la prima volta in italiano da Franco Filice. Stralunato viaggio sospeso a metà strada tra la terra e l'universo, tra il passato segnato da una perdita e un futuro alla ricerca di un ricongiungimento con la mancanza, La cosmonauta prende per mano il lettore e lo porta lontano, lontano dalla vita di tutti i giorni, da persone e luoghi conosciuti, al di là dei confini del pianeta abitato, dove in mezzo al nulla carico però più che mai di contenuti simbolici, dipartono le spedizioni verso la Luna.
La cosmonauta in questione si chiama Hella Bruns, e sta per andare sulla Luna. Sì. «L'idea del viaggio non è sua, anzi, era un desiderio del figlio Tobi - recitano le note del libro - Solo che ora Tobi non c'è più, morto durante una manifestazione di protesta contro un mondo che avrebbe desiderato cambiare. Così la madre si iscrive al concorso di viaggio, scelto dal figlio, per far parte delle prime spedizioni spaziali aperte al pubblico e comincia un lungo avvicinamento alla stazione di partenza nell'Asia centrale tra rimasugli del vecchio "impero" sovietico e le steppe kazake».
La Luna è sempre presente nel percorso narrativo di Lendle, come scelta necessaria e come approdo catartico per la protagonista, ma è quel lunghissimo viaggio fisico e interiore che avvicina Hella alla meta ad incantare più di tutto. È un viaggio della memoria e allo stesso tempo dell'attesa La cosmonauta: l'avvicinamento in automobile alla base dura giorni e giorni, macina chilometri a migliaia Hella, attraversa situazioni e persone, ponendo spazi immensi e tempi dilatati tra il sé che è stato e il sé che sarà. È necessario porre quel tempo e quello spazio tra un prima che non sarà più e un dopo ignoto: è in quello stato sospeso che Hella elabora il ricordo e familiarizza con il lutto, pone nelle giuste caselle tasselli sparsi del mosaico della sua esistenza, si prepara all'ultima stazione. C'era, prima, un posto per lei e suo figlio nell'universo delle cose conosciute e non, che ora non esiste più: avendo perso ogni parametro d'orientamento, Hella intraprende un percorso a tratti onirico che l'allontana dalla terra, tenendola però sempre legata ad essa, prima attraverso la malinconia e poi grazie a nuovi incontri disseminati sull'itinerario diretto verso la Luna.
Proprio quando approda alla stazione di partenza, dove si compie un secondo lunghissimo e letterariamente sublime momento di preparazione all'abbandono e al ricongiungimento, Hella incontra una persona che, nei giorni della permanenza, cambierà la sua visione dell'ultimo viaggio, rimetterà in discussione il senso del suo presente, introdurrà una linfa nuova nel suo imminente futuro: «Jo Lendle ci conduce nell'animo di una donna che vuole arrivare sulla Luna per ricongiungersi con il proprio figlio, ma in questo viaggio Hella avrà anche la possibilità di riscoprire l'amore, di sentirsi ancora una volta viva, nel corpo, nella mente, per Tobi, per se stessa», dichiarano infatti le note editoriali.
Non riveliamo qui se Hella salirà su quella capsula spaziale, perché il conto alla rovescia finale è una poetica quanto struggente sinfonia danzante sulle note del perdere e ritrovare, del perdersi e ritrovarsi, che va letto con tutta la predisposizione allo stupore che certi libri meritano.
Dopo La cosmonauta, Die Kosmonautin è il titolo originale del romanzo uscito in Germania nel 2008, la casa editrice di Rovereto Keller provvederà a tradurre e pubblicare anche il più recente libro di Jo Lendle, Alles Land del 2011, una storia di ghiacci e avventura ambientata in Groenlandia.
(Claudia Gelmi)



IL PICCOLO
24/1/2013
Lungo la strada per ritrovare se stessi
Keller editore pubblica "La cosmonauta", romanzo di debutto di Jo Lendle
Si può vivere inseguendo un ricordo.
Si può inventarsi un percorso, giorno dopo giorno, cercando chi non c'è più. Ma, alla fine, arriva il momento di riaprire gli occhi su quello che sta attorno a noi. Perché la realtà rivela sempre nuove storie sorprendenti.
Propone incontri chevale la pena accettare. Hella si mette in viaggio quando capisce che solo lontano, tra le stelle, può continuare a vivere accanto al figlio Tobi. Lui è morrto durante una manifestazione. Sognando di cambiare
il mondo. E lei decide, nella Russia costellata dalle rovine dell'impero sovietico, di partecipare a un viaggio verso la Luna aperto al pubblico. Per imbarcarsi, per raggiungere la base spaziale, però,deve prima intraprendere un lungo percorso in macchina. Da sola. Attraversando spazi desolati, steppe kazake, pianure che si estendono oltre l'orizzonte e che fiancheggiano l'autostrada senza soluzione di continuuità. Il viaggio di Hella si dipana nelle pagine del sorprendente romanzo d'esordio di Jo Lendle. Intitolato "La cosmonauta", pubblicato da Keller (pagg. 181, euro 14), porta all'attenzione dei lettori, grazie alla preziosa sensibilità della casa editrice di Rovereto, lo scrittore tedesco di Osnabrück, classe 1968, che dirige l'editrice DuMont.
Il dolore e il ricordo, nel lento andare di Hella, lasciano piano piano spazio allo stupore. Alla meraviglia di scoprire, attorno a lei, un mondo che vive, si muove, crede, ama, piange, sogna. E soprattutto non alza steccati tra sé e gli altri, chiudendosi nel recinto dei ricordi, ma continua ad accettare la sfida di essere. E proprio da queste scoperte minime, da queste nuove esperienze, la donna imparerà a riaprire la porta al magmatico divenire dell'umanità.
In una serie di incontri enigmatici, belli, sorprendenti Lendle vince la sfida del debutto con una scrittura limpida ed essenziale. Con una storia che scava dentro.
(A. Mezzena Lona)


L'ADIGE
24/01/2013
IL VIAGGIO NELL'ANIMA DELLA COSMONAUTA
di Sergio Artini



LA STAMPA STRANIERA


L'anima è dove mondo interiore e mondo esterno si toccano", ha scritto Novalis, e Jo Lendle ha trovato questo luogo d'incontro in una capsula spaziale.  FAZ

Questo libro è un must per chi crede ancora che la Terra sia rotonda. Felicitas Hoppe

Jo Lendle ha scritto un romanzo d'esordio estremamente delicato e romantico. Noi lettori, che talvolta alziamo lo sguardo verso le stelle, applaudiamo l'autore per come è riuscito nell'arduo intento di scrivere un romanzo che, nonostante la sua remota, spettacolare ed estremamente romantica destinazione, riesce a viaggiare leggero. Davvero mozzafiato.  DIE WELT

Il modo di raccontare di Lendle è magistrale, ciò che rende magico il romanzo.
LITERATURKRITIK.DE

Lo scenario kazako e la struttura della base sono descritti con precisione kafkiana. Assurdità e precisione si sostengono a vicenda. E in effetti, mantenere letterariamente questo precario equilibrio letterariamente è già da solo un capolavoro. Sarebbe bastato un minimo scarto per rovinare la magia. Ma qui il Lendle editor è arrivato in aiuto del Lendle narratore. Tutto quanto è stato messo sulla pagina è stato attentamente soppesato. DIE ZEIT

È raro che un conto alla rovescia sia stato redatto fino al momento del decollo con tale dedizione narrativa come accade in questo romanzo. Le frasi formano una scala per il cielo e portano allo stesso tempo a una stanza della memoria in cui tutto ciò che accade è preservato in una sorta di stato sognante e quasi ci si dimentica che un ragazzo è morto [...] "La cosmonauta" è un omaggio al coraggio, all'Est, all'irrevocabile solitudine nell'affrontare la morte. WDR

"La cosmonauta" racconta la storia di un viaggio insolito: senza peso, ma mai distaccato, poetico, visivamente suggestivo e affascinante sin dalla prima frase. In breve, un magico romanzo d'esordio.
www.medien-info.com

"La Cosmonauta" è un piccolo capolavoro: le impressionanti descrizioni della natura e i lungimiranti commenti sulla vita sociale dell'umanità si combinano con la quieta tristezza di Hella, dando vita a un libro impressionante sulla perdita e il ritrovarsi. È molto tempo che non incontravo qualcosa di tanto consolante.  www.literaturzirkel.eu

Solo tra le stelle la vita sarà diversa. Jo Lendle ha scritto un grande romanzo sui pesi del mondo... SÜDDEUTSCHE ZEITUNG


€14,00
Codice SKU: 978-88-89767-38-2
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PREZZO: €10,00
DATA USCITA: NOVEMBRE 2005
BROSSURA | PP. 192 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL CASTIGLIANO M. Cazzaniga, E. Contipelli, R. Keller

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 «Santiago Roncagliolo è il degno erede di Vargas Llosa» THE NEW YORK TIMES

Un viaggio nel mondo ingenuo, tenero ma anche crudele, di un'intera generazione, attraverso le vicende di ragazzi, dai sette ai vent'anni, che scoprono l'amore, la morte, la miseria, le tragedie e crescono in un paese che ancora vive in mezzo a una guerra.
La scrittura di Roncagliolo - autentico talento della letteratura sudamericana, il più giovane scrittore ad essersi aggiudicato il prestigioso premio Alfaguara de Novela - ci conduce alla scoperta di quel microcosmo di eventi inattesi e sospesi, di scoperte, momenti di luce e pericolose ombre che sono l'infanzia e l'adolescenza.
Il tutto grazie a una manciata di protagonisti che lasciano il segno. La nonna che scambia il tacchino di Natale per un sacco delle immondizie e l'appendiabiti per il nonno; il piccolo Luca rapito da un tassista che si finge Babbo Natale; Beatriz uccisa dall'amico; le tragicomiche avventure di un giovane peruviano a Santiago, nel Cile di Pinochet; la morte di un padre testardo e irascibile...
Sullo scenario di un continente nel quale si avvertono ancora echi di dittatura, violenze, ingiustizie sociali e povertà, non resta che arrendersi a quel misto di realismo, tragedia, ritmo e ironia che è la narrazione di Roncagliolo, e lasciarsi condurre alla scoperta di come sia ancora possibile crescere sebbene, talvolta, tutto questo si trasformi davvero in un mestiere triste.
Perché in ogni passaggio d'età perdiamo irrimediabilmente qualcosa.
 
Santiago Roncagliolo (Lima, 1975) è il più giovane scrittore ad aver vinto il prestigioso premio Alfaguara de Novela. Le sue opere sono tradotte in tredici lingue. In Italia sono stati pubblicati anche i romanzi Pudore e I delitti della settimana santa. Attualmente vive a Barcellona dove collabora con il quotidiano El País.
 

 
«Ha la bravura e uno sguardo pieno di forza» The Times Literary Supplement

«Roncagliolo reinventa il realismo magico in chiave moderna» Süddeutsche Zeitung

«Santiago Roncagliolo è il degno erede di Vargas Llosa» THE NEW YORK TIMES

Una stupenda antologia di racconti
El Pais

Uno dei più promettenti talenti della letteratura latinoamericana contemporanea
DIARIO


 
 
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DATA USCITA: NOVEMBRE 2011
BROSSURA | PP. 136 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL CASTIGLIANO M. Cazzaniga, E. Contipelli, R. Keller

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 «Santiago Roncagliolo è il degno erede di Vargas Llosa» THE NEW YORK TIMES

Un viaggio nel mondo ingenuo, tenero ma anche crudele, di un'intera generazione, attraverso le vicende di ragazzi, dai sette ai vent'anni, che scoprono l'amore, la morte, la miseria, le tragedie e crescono in un paese che ancora vive in mezzo a una guerra.
La scrittura di Roncagliolo - autentico talento della letteratura sudamericana, il più giovane scrittore ad essersi aggiudicato il prestigioso premio Alfaguara de Novela - ci conduce alla scoperta di quel microcosmo di eventi inattesi e sospesi, di scoperte, momenti di luce e pericolose ombre che sono l'infanzia e l'adolescenza.
Il tutto grazie a una manciata di protagonisti che lasciano il segno. La nonna che scambia il tacchino di Natale per un sacco delle immondizie e l'appendiabiti per il nonno; il piccolo Luca rapito da un tassista che si finge Babbo Natale; Beatriz uccisa dall'amico; le tragicomiche avventure di un giovane peruviano a Santiago, nel Cile di Pinochet; la morte di un padre testardo e irascibile...
Sullo scenario di un continente nel quale si avvertono ancora echi di dittatura, violenze, ingiustizie sociali e povertà, non resta che arrendersi a quel misto di realismo, tragedia, ritmo e ironia che è la narrazione di Roncagliolo, e lasciarsi condurre alla scoperta di come sia ancora possibile crescere sebbene, talvolta, tutto questo si trasformi davvero in un mestiere triste.
Perché in ogni passaggio d'età perdiamo irrimediabilmente qualcosa.
 
Santiago Roncagliolo (Lima, 1975) è il più giovane scrittore ad aver vinto il prestigioso premio Alfaguara de Novela. Le sue opere sono tradotte in tredici lingue. In Italia sono stati pubblicati anche i romanzi Pudore e I delitti della settimana santa. Attualmente vive a Barcellona dove collabora con il quotidiano El País.
 

 
«Ha la bravura e uno sguardo pieno di forza» The Times Literary Supplement

«Roncagliolo reinventa il realismo magico in chiave moderna» Süddeutsche Zeitung

«Santiago Roncagliolo è il degno erede di Vargas Llosa» THE NEW YORK TIMES

Una stupenda antologia di racconti
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Uno dei più promettenti talenti della letteratura latinoamericana contemporanea
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Codice SKU: 978-88-89767-30-6
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Brossura | pp. 224 | Traduzione dal fracese di Maurizia Balmelli | Collana PASSI | Immagine di copertina di Giovanni Cavulli
ISBN 978-88-89767-44-3

Premio Schiller
Prix Marguerite Audoux
Prix Lettres Frontière
Prix Henri Gaspoz

Paul regna padrone sulla propria fattoria, sulle bestie e sulla moglie.
È un contadino fuori dal tempo e semianalfabeta che dedica la vita al lavoro nei campi sull'Alpe e agli amati animali. Un tran tran quotidiano al quale deve adeguarsi anche la moglie, che ha rinunciato a tutto.
Non c'è spazio per nient'altro: né emozioni, né sentimenti, almeno fino all'arrivo di Jorge, l'operaio chiamato in aiuto per la bella stagione, che dal Portogallo viene a scombinare gli equilibri, a mettere in discussione le certezze, a portare col vento caldo del Sud nuove parole e uno sguardo diverso che per la prima volta si sofferma su chi chiede solo affetto e attenzione.
Con un linguaggio audace e una prosa senza eguali Noëlle Revaz ci regala un ritratto inedito e brutale dell'amore, un viaggio sconvolgente nell'animo umano.

La stampa
Un esordio, un capolavoro CONTRUIRE
Come Céline ha inventato una lingua urbana... così Revaz ricrea un parlare contadino LE TEMPS
Un libro fantastico sulla freddezza del cuore NEUE ZUERCHER ZEITUNG
Un capolavoro. Raccomandato a chi non è debole di cuore SBD LIBRARY SERVICE
Revaz ha creato una nuova lingua. Un capolavoro SONNTAGSBLICK MAGAZINE
Uno stile che colpisce in piena fronte CULTURACTIF

L'autrice
Noëlle Revaz nasce nel 1968 a Vernayaz, sesta tra nove figli. Nel 2002, Éditions Gallimard pubblica il suo primo romanzo Rapport aux bêtes riconosciuto, tra gli altri, con il Prix de la Fondation Schiller, il Prix Lettres Frontière e il Prix Marguerite-Audoux. Il libro è stato tradotto in diverse lingue e arriva ora in Italia (2013) col titolo Cuore di bestia, a cura di Keller editore.
Il romanzo è stato adattato due volte per la scena. Noëlle Revaz ha scritto alcune novelle, monologhi e radiodrammi. Collabora con l'Istituto svizzero di letteratura a Bienne ed è membro del gruppo di scrittori "Berna è ovunque". Vive a Bienne, in Svizzera.

In "Cuore animale", Noëlle Revaz ha inventato una lingua contadina che le ha aperto le porte della collezione bianca di Gallimard.
"Come Céline ha inventato una lingua urbana sfalsata, Noëlle Revaz ricrea un parlare contadino. Un vero pugno in faccia alla bella lingua". Il poeta e romanziere Guy Goffette non ha paura di fare confronti, lui che ha convinto Gallimard ad accogliere nella sua collezione bianca "Cuore animale". Qualche mese dopo il "Judas" di Maurice Chappaz, ecco dunque un nuovo shock estetico venuto dal Vallese. La trama del romanzo è semplice: Paul è un contadino rozzo e brutale. Maltratta sua moglie che chiama Vulva, la riduce alla sua funzione genitale e ignora i figli, massa indistinta di mocciosi che talvolta punisce per bene. In questo mondo di silenzi appare un bel giorno Jorge, un portoghese stagionale, un'allegoria del Sud, che si chiamerà Georges - perché si è in Svizzera, qui - e qualche volta "il Portoghese". Infinitamente più acuto, istruito del padrone, l'uomo fungerà da catalizzatore. Grazie a lui, il padrone cambierà gradualmente, accetterà che sua moglie si prenda cura infine del tumore che gli corrode lo stomaco, e abbandonerà le sue paure arcaiche. In breve, lo straniero, prima di partire in autunno, lo renderà più umano, meno distruttivo ma più rivelatore dell'angelo nel "Teorema" di Pasolini. Il racconto si conclude col remake muto di "Donna, vieni a sederti sulla panchina..." dell'antico libro di famiglia.
Questa storia non è realista e pertanto, come dice Guy Goffette, "si sguazza nel letame". Le scene della stalla o dei campi non convinceranno forse i professionisti ma hanno una verità nel quadro di questa storia violenta, a volte difficile da sostenere. "Ho dovuto chiedergli di cancellare certe ingiurie, troppo scioccanti, ma non ho potuto farla rinunciare al nome così brutale di Vulva". Il discorso interiore di Paul, il quale inciampa nella propria rabbia, nell'incapacità di esprimere le emozioni, suona bene, come i dialoghi, eppure nessuno parla così nella vita. Passato il primo sussulto provocato da una sintassi contorta, un lessico deformato, i personaggi iniziano a esistere e il lettore entra nell'universo del romanzo. È molto forte, molto duro anche, ma l'autrice opera il prodigio di mantenerlo leggibile. Ci sono anche alcune scene infinitamente poetiche e tenere, per esempio quando Georges, Paul e i bambini cominciano a dipingere. Con abilità, Noëlle Revaz evita i cliché, pur lavorando su sentimenti universali, quali l'amore, la gelosia, la paura, quella del sesso e della differenza, il desiderio di dominio.
Soprattutto, ha creato uno stile ibrido, giocando sulle pause, mescolando qualche elvetismo a delle costruzioni sapienti, trasformando gli aggettivi in nomi, inventando dei giri di parole che si crederanno talvolta tradotti da una lingua straniera o antica, dove risuona il ritmo di un verso. Questo primo romanzo, pensa Guy Goffette, dovrebbe fare molto rumore nel mondo civilizzato del romanzo francese. E se il suo esotismo è stato troppo radicale? "Poco importa. La letteratura innovativa non ha mai molta eco sul momento. Chi ha letto Faulkner all'epoca?" NÉE ISABELLE RÜF, LE TEMPS

La forza del romanzo di Noëlle Revaz è tale che è entrato a far parte di altre opere. Non solo ha ispirato il film "Cuore animale" ma al libro è dedicata una parte del romanzo "La libreria del buon romanzo" di Laurence Cossé (in Italia uscito per E/O nella traduzione di A. Bracci Testasecca).
"Non avrebbe retto a lungo se un pomeriggio di quello stesso inverno, a dicembre, in un'ora morta, non avesse notato in libreria una ragazza vestita da città - sebbene questa definizione convenzionale si addica poco a una mise che non era da città: diciamo vestita in modo inconsueto per Méribel - che in piedi, sempre meno attenta a non farsi vedere e sempre più rapida man mano che andava avanti, leggeva "Rapport aux bêtes" (ndr Cuore animale), un romanzo di Noëlle Revaz che Ivan teneva in altissima considerazione. Un'ora e mezza dopo, arrivata all'ultima pagina, chiudeva il libro visibilmente emozionata e si accingeva a rimetterlo al suo posto sulla mensola delle prime scelte quando si accorse che Ivan la guardava. La ragazza arrossì e gli disse senza abbassare lo sguardo: non ho soldi. Non c'è problema, si affrettò a rassicurarla Van, che se non altro aveva ancora la libertà di ricevere chi voleva nel suo seminterrato. Poi indicò con il mento il libro appena rimesso a posto e chiese: allora, che ne pensa?
La ragazza era sotto shock. Da tempo non aveva letto un'opera di tale intensità. Avrebbe ricordato per un pezzo quegli sfondi, quell'ambientazione, quei personaggi, quel contadino tanghero di mezza montagna con la moglie senza nome. La cosa che l'aveva colpita di più era la struttura del lungo monologo, il fraseggio, l'inventiva della scrittrice che aveva creato una lingua nuova, un francese senza uguali, gibboso, zoppicante, ma pienamente giustificato visto che a parlare è un bifolco, anche lui reso magistralmente..."

 

STAMPA

INTERNAZIONALE
14/6-21/6/2013
UOMINI O ANIMALI

Noelle Revaz "Cuore di bestia", Keller, 220 pp, 14.50
Arriva in ritardo e sorprende il romanzo che l'autice pubblicò da Gallimard all'età di 32 anni e la cui delicata traduzione è stata affrontata da Maurizia Balmelli. È un lungo monologo - che scivola talvolta nella terza persona - di un contadino e allevatore, Paul, rozzo, maschilista e violento, dalla psicologia primaria e contorta, che tratta la moglie, soprannominata la Vulva, come fosse una delle sue bestie, ma con meno carezze e meno capacità di dialogarci. La tratta come una bestia, ma anche lui, infine, è poco più che una bestia. E i molti bambini della coppia, indefiniti, per Paul sono anche loro come bestie, anzi meno, perché s'intende meglio con le vacche.
L'arrivo di Georges, un bracciante portoghese, semina nel suo cuore dubbi e rivalità, perché quello è gentile e a suo modo colto, e tratta la Vulva da donna e cerca di rompere la crosta selvatica di Paul. È lui a capire che la donna ha un cancro e a farla visitare e ricoverare, e la gelosia che suscita porta a un minimo risveglio di sensibilità. Non c'è tragedia, infine, anche se la si attende, ed è un altro merito di un romanzo che entra nel cuore di Paul e si esprime (e pensa) come farebbe uno come Paul: un impressionante "flusso di coscienza" che sembra legare le Alpi svizzere ai sud di Faulkner o di Caldwel, ma avendo in mente, credo, anche il dimenticato Ramuz.
(Goffredo Fofi)


GRAZIA
21-27 GIUGNO 2013
"Cuore di bestia" di Noelle Revaz, trad. di M. Balmelli.
Scritto bene da una sorprendente autrice svizzera di umili origini, sesta di nove figli, pubblicato dal celebre editore francese Gallimard, è la storia del fattore Paul e della sua vita nelle Alpi del cantone francese, che poco si discosta da quella delle bestie. Paul chiama sua moglie con un nomignolo dispregiativo (né mai sapremo il suo vero nome), non conosce il numero esatto dei suoi figli e ha più tenerezza per gli animali che per gli esseri umani. Ma arriva Jorge, contadino stagionale al loro servizio: uno che legge e scrive...
(Valeria Parrella)


LIBERO
7/7/2013
L'esordio della Revaz
La lingua rurale d'un padre padrone in salsa svizzera
Cuore di bestia (Keller, pp.220, euro 14,50), appena uscito in Italia, è stato nel 2002 l'esordio narrativo di Noëlle Revaz. Un debutto felice, un'avventura letteraria rischiosa ma riuscita. Protagonista del romanzo è Paul, un contadino rozzo e violento, preso dall'amore totalizzante per le sue mucche, uno che sopporta i figli e prima di chiunque altro picchia la propria moglie, che chiama Vulva: «Allora io mi dico», fa dire la Revaz a Paul, «che questa Vulva non è proprio in grado di pensare, e che non ha sale in zucca, io l'ho sempre saputo, e mi avvicino per farle male perché mi dà sui nervi così muta, stupida come nessun altro, e le mollo uno sganascione».
La lingua che la scrittrice della Svizzera francese affida ai suoi protagonisti, come ha sottolineato il critico Roman Bucheli, riesce a conseguire tre obiettivi: risulta credibile al lettore, registra l'«artificiosità concordante fin nel più piccolo dettaglio» di quel modo di parlare e riesce a far conservare, nonostante tutto, un minimo di simpatia per i personaggi della storia (e qui il merito va ripartito con la traduttrice Maurizia Balmelli).
La storia, che, se non fosse per alcuni dettagli richiamanti all'incirca il 1990, potrebbe essere benissimo ambientata nell'Ottocento, è presto detta: Paul, che si autodefinisce «maestro», assume come lavoratore stagionale il portoghese Jorge, che inaspettatamente si dimostra essere di buona formazione culturale. Questi osserva con grande acume lo svolgersi della vita del contadino, fino a dissezionarla e a fare proposte per migliorarla. Sarebbe meglio, per esempio, secondo il giovane, che Paul si rivolgesse più spesso alla moglie. Il fatto che il contadino odi in generale le donne e che lei, «Vulvinha», come finisce col chiamarla Jorge, cerchi e trovi comprensione nel portoghese rappresenta il punto di partenza di un processo emozionale che per la donna significherà mettere in gioco la vita.
Dei suoi figli Paul non sa assolutamente nulla, neppure i nomi («e quella là, quella femminuccia»). Della moglie poi sa solo che non funziona come lui vorrebbe e che il suo tumore al «ventre rotondo» è solo un pretesto per non lavorare. I nomi delle sue mucche però Paul li conosce tutti, ma anch'esse per lui non sono altro «sacchi di fieno e d'erba dai quali si fa il latte». E tuttavia, quando quelle moriranno a causa di un virus, anch'egli cadrà preda alla malinconia.
Chiamato a narrare in prima persona è Paul, dunque tutto ciò che accade passa attraverso di lui, attraverso i suoi occhi, e si fa scrittura: «La Vulva nella paglia non mi vede, con questo bel tempo fuori il buio dentro la acceca. Mentre aspetta così di vederci qualcosa uno ha modo di guardarsi la Vulva che ha e che con tutto il tempo dedicato alle bestie si dimentica di osservare». E ciò che colpisce è l'energia poetica attraverso la quale la Revaz è riuscita a creare un intero mondo. Ciò che risulta interessante è che colui che qui parla, il contadino «testa di legno», non è padrone del proprio pensiero e della scrittura. Il risultato è che esce spesso dal campo semantico, escogita casualità sbagliate e usa preposizioni invertite. Il monologo che ne deriva risulta essere di rara immediatezza, tanto che la lettura corre veloce e gradevole.
(Vito Punzi)


AVVENIRE
13/07/2013
Noelle Revaz, non arcadia ma crudeltà
Oltre al benemerito editore Casagrande che opera nel Canton Ticino, a Bellinzona, anche Keller, editore trentino sa pescare nella letteratura svizzera opere significative e importanti. È il caso di due libri recenti. Il primo, breve e per capitoli brevissimi, è "Dietro la stazione", un gioiello di scrittura tedesca piena di parole e inflessioni romance del grigionese Arno Camenisch, che racconta una piccola comunità montana con gli occhi di un bambino di cinque-sei anni. Un anno di minime storie, dove uomini e animali e piante, sole e neve, vita e morte, si susseguono o si mischiano a scandire una scoperta del mondo e della società dal minino di un'esperienza infantile che è anche, come sappiamo, un massimo di pienezza, immediatezza, apertura.
"Dietro la stazione" è un libro molto recente, fa parte di un trittico grigionese di cui è la seconda parte, la terza non è ancora uscita, la prima è stata tradotta per Casagrande dalla stessa geniale traduttrice della seconda, Roberta Gado, e si chiama "Sez Ner", nome di un monte su cui passano le stagioni quattro squinternati pastori di animali diversi. La montagna è la vera protagonista, e gli uomini vi confrontano la loro estroversa e simpatica rozzezza con quella degli animali, come in fondo accade anche nel romanzo di Noëlle Revaz, il primo di questa scrittrice della Svizzera francofona, cantone di Vaud, a venir tradotto in italiano (nell'originale "Rapport aux bêtes", nell'edizione italiana "Cuore di bestia"). Quasi contemporaneamente, però, sulla bella "rivista svizzera di scambi letterari" "Viceversa", di fatto un utilissimo ed eccitante almanacco annuale che esce nelle tre grandi lingue del paese e la cui versione italiana è edita da Casagrande, ci sono due racconti della Revaz particolarmente asciutti, "Barbablù" e "Un aiutino", che scavano negli inferni delle normali, quotidiane crudeltà contemporanee, che si annidano ovunque, e anche, come è ben noto, nel seno delle famiglie. Entrambi hanno a protagonisti bambini, ma lontani dal contesto protettivo e forte del villaggio, dentro appartamenti e ambienti di un oggi metropolitano e borghese. "Cuore di bestia", il romanzo edito da Keller è già vecchio, perché risale al 2002.
Nonostante il successo francese (la Revaz pubblica per Gallimard) e le molte traduzioni e i molti premi, ci voleva un editore animoso come Keller per avere il coraggio di proporcelo. Perché, sì, la Revaz non è una scrittrice consolante e piacevole, non indora le pillole, non vende fumo, non imita e copia, non sceneggia all'impronta storielle edificanti o scandalizzanti e preferibilmente "impegnate" sul fronte umanitario nazionale e internazionale. Se ha dei maestri, mi pare trattarsi di americani di ieri (dal grandissimo Faulkner al più modesto ma a tratti formidabile Caldwell) o anche francesi (qualcuno ha fatto, esagerando, il nome di Céline). O anche svizzeri, perché "Cuore di bestia" fa pensare al Ramuz più duro, quello montanaro che rivendicava la libertà del francese parlato dagli svizzeri come lingua autonoma e viva, parlata da tanti, concretamente legata all'esperienza. Nel 2002 la Revaz aveva solo 32 anni, e una certa provocatoria spavalderia alla quale non ha rinunciato, a giudicare dai racconti ricordati. "Cuore di bestia" è un lungo monologo - che scivola talvolta nella terza persona - di un contadino e allevatore. Paul, rozzo, maschilista e violento, dalla psicologia primaria e contorta, che tratta la moglie, soprannominata la Vulva, come fosse una delle sue bestie, ma con meno carezze e ancor meno capacità di dialogarci. Tratta la moglie come una bestia, ma anche lui, infine, è poco più di una bestia... E i molti bambini della coppia, indefiniti, selvatici, che sembra crescano in branco e da sé, per Paul sono anche loro come bestie, anzi meno, perché lui s'intende meglio con le vacche, le ama certamente di più. L'arrivo di Georges, un bracciante portoghese chiamato ad aiutarlo, semina nel cuore di Paul dubbi e rivalità.
Georges è un omaccione da soma, come Paul, ma qualche libro l'ha letto e ha anzi rifiutato l'università per qualche delusione nei confronti della cultura e della sua funzione fintamente salvifica. Georges è a suo modo colto ma è soprattutto una persona sensibile, che ha sofferto, e che sente e si interroga. Egli tratta la Vulva da donna, e cerca di rompere la crosta selvatica di Paul, di portarlo a ragionare, e ciò facendo ad affinarsi. È lui a capire che la donna ha un cancro e a farla visitare e ricoverare, e la sua intesa istintiva e crescente con lei porta a un minimo risveglio di sensibilità nell'ottuso Paul, lo rende geloso e lo spinge a ragionamenti contorti, ossessivi, le cui associazioni mentali sono primarie, e sono incapaci di approfondire le altrui azioni e le proprie capendone le motivazioni, capendo gli altrui sentimenti e addirittura i propri.
Ci si aspetterebbe che prima o poi la tragedia esploda, in questo piccolo mondo chiuso, dove scarsi sono i rapporti con l'esterno. Ma la tragedia non arriva, e anche questo è significativo in un romanzo che entra nel cuore del protagonista e ne segue i tracciati, le reiterazioni, e si esprime (e pensa) come farebbe uno come Paul, con le sue parole in un'impressionante ‘flusso di coscienza'. La Revaz gioca con le parole con grande abilità, e si ha a volte il sospetto della recita della crudeltà, ma dal mondo che descrive essa ne viene, e sa renderne la durezza come nessun altro. "Cuore di bestia" è un esordio e come tale è un libro sorprendente. Dobbiamo leggere i successivi, però, per capire in che direzione si è mossa dopo di allora.
(Goffredo Fofi)

l'UNITà - 14/09/13
La voce forte e contadina di Revaz
BUONE DAL WEB

Stimolato da qualche segnalazione in rete, ho letto «Cuore di bestia», il romanzo della scrittrice svizzera Noëlle Revaz. Un romanzo che ci ha messo più di dieci anni a essere pubblicato in Italia: e per fortuna ci hanno pensato l'editore Keller di Rovereto e la traduttrice Maurizia Balmelli, (anch'essa svizzera, del Ticino). E qui occorre subito rilevare una cosa: la potenza di questo romanzo è nella lingua, una lingua densa e materica che pare restituire le asprezze di una Svizzera rurale e montanare dove prende corpo la narrazione. E facilmente s'immagina la difficoltà dell'esercizio di traduzione, e tanto più se ne apprezza la resa: del resto la Balmelli ha affrontato prove altrettanto impegnative, come Suttree di McCarthy, che le fruttò il premio Vallombrosa Von Rezzori.
Ecco, Cuore di bestia (Rapport aux bêtes il titolo originale) è un libro con una voce forte, incisiva, assolutamente singolare. «Come Céline ha inventato una lingua urbana... così Revaz ricrea un parlare contadino», hanno scritto su Le Temps: ma anche se mettiamo da parte questi paragoni veramente eccessivi, ciò che resta è comunque un gran libro. La storia è semplice, come semplice è il protagonista/narratore. Paul, un allevatore rozzo e dai sentimenti elementari e primitivi, che chiama «Vulva» la sua donna, non ben distinta ai suoi occhi dalle mucche che cura, anzi vista come un ingombro inutile, diversamente dalle vacche che danno latte. Con loro parla, con lei no. Se mai, qualche volta la picchia. Ma questa violenza, grazie alla lingua, ci arriva trasfigurata, e tutto ci appare come deve apparire a Paul, di una smisurata irresponsabile leggerezza. Poi arriva Jorge, un portoghese dall'animo attento, che cura la donna e semina qualche embrione di «educazione sentimentale». La vicenda non si scioglie in tragedia né in lieto fine, ma rotola fino in fondo in una sospensione fuori dal tempo che, in effetti, resta addosso al lettore anche dopo l'ultima pagina.
(Marco Rovelli)

STAMPA STRANIERA

In "Cuore di bestia", Noëlle Revaz ha inventato una lingua contadina che le ha aperto le porte della collezione bianca di Gallimard.
"Come Céline ha inventato una lingua urbana sfalsata, Noëlle Revaz ricrea un parlare contadino. Un vero pugno in faccia alla bella lingua". Il poeta e romanziere Guy Goffette non ha paura di fare confronti, lui che ha convinto Gallimard ad accogliere nella sua collezione bianca "Cuore di bestia". Qualche mese dopo il "Judas" di Maurice Chappaz, ecco dunque un nuovo shock estetico venuto dal Vallese. La trama del romanzo è semplice: Paul è un contadino rozzo e brutale. Maltratta sua moglie che chiama Vulva, la riduce alla sua funzione genitale e ignora i figli, massa indistinta di mocciosi che talvolta punisce per bene. In questo mondo di silenzi appare un bel giorno Jorge, un portoghese stagionale, un'allegoria del Sud, che si chiamerà Georges - perché si è in Svizzera, qui - e qualche volta "il Portoghese". Infinitamente più acuto, istruito del padrone, l'uomo fungerà da catalizzatore. Grazie a lui, il padrone cambierà gradualmente, accetterà che sua moglie si prenda cura infine del tumore che gli corrode lo stomaco, e abbandonerà le sue paure arcaiche. In breve, lo straniero, prima di partire in autunno, lo renderà più umano, meno distruttivo ma più rivelatore dell'angelo nel "Teorema" di Pasolini. Il racconto si conclude col remake muto di "Donna, vieni a sederti sulla panchina..." dell'antico libro di famiglia.
Questa storia non è realista e pertanto, come dice Guy Goffette, "si sguazza nel letame". Le scene della stalla o dei campi non convinceranno forse i professionisti ma hanno una verità nel quadro di questa storia violenta, a volte difficile da sostenere. "Ho dovuto chiedergli di cancellare certe ingiurie, troppo scioccanti, ma non ho potuto farla rinunciare al nome così brutale di Vulva". Il discorso interiore di Paul, il quale inciampa nella propria rabbia, nell'incapacità di esprimere le emozioni, suona bene, come i dialoghi, eppure nessuno parla così nella vita. Passato il primo sussulto provocato da una sintassi contorta, un lessico deformato, i personaggi iniziano a esistere e il lettore entra nell'universo del romanzo. È molto forte, molto duro anche, ma l'autrice opera il prodigio di mantenerlo leggibile. Ci sono anche alcune scene infinitamente poetiche e tenere, per esempio quando Georges, Paul e i bambini cominciano a dipingere. Con abilità, Noëlle Revaz evita i cliché, pur lavorando su sentimenti universali, quali l'amore, la gelosia, la paura, quella del sesso e della differenza, il desiderio di dominio.
Soprattutto, ha creato uno stile ibrido, giocando sulle pause, mescolando qualche elvetismo a delle costruzioni sapienti, trasformando gli aggettivi in nomi, inventando dei giri di parole che si crederanno talvolta tradotti da una lingua straniera o antica, dove risuona il ritmo di un verso. Questo primo romanzo, pensa Guy Goffette, dovrebbe fare molto rumore nel mondo civilizzato del romanzo francese. E se il suo esotismo è stato troppo radicale? "Poco importa. La letteratura innovativa non ha mai molta eco sul momento. Chi ha letto Faulkner all'epoca?" NÉE ISABELLE RÜF, LE TEMPS

La forza del romanzo di Noëlle Revaz è tale che è entrato a far parte di altre opere. Non solo ha ispirato il film "Cuore animale" ma al libro è dedicata una parte del romanzo "La libreria del buon romanzo" di Laurence Cossé (in Italia uscito per E/O nella traduzione di A. Bracci Testasecca).
"Non avrebbe retto a lungo se un pomeriggio di quello stesso inverno, a dicembre, in un'ora morta, non avesse notato in libreria una ragazza vestita da città - sebbene questa definizione convenzionale si addica poco a una mise che non era da città: diciamo vestita in modo inconsueto per Méribel - che in piedi, sempre meno attenta a non farsi vedere e sempre più rapida man mano che andava avanti, leggeva "Rapport aux bêtes" (ndr Cuore di bestia), un romanzo di Noëlle Revaz che Ivan teneva in altissima considerazione. Un'ora e mezza dopo, arrivata all'ultima pagina, chiudeva il libro visibilmente emozionata e si accingeva a rimetterlo al suo posto sulla mensola delle prime scelte quando si accorse che Ivan la guardava. La ragazza arrossì e gli disse senza abbassare lo sguardo: non ho soldi. Non c'è problema, si affrettò a rassicurarla Van, che se non altro aveva ancora la libertà di ricevere chi voleva nel suo seminterrato. Poi indicò con il mento il libro appena rimesso a posto e chiese: allora, che ne pensa?
La ragazza era sotto shock. Da tempo non aveva letto un'opera di tale intensità. Avrebbe ricordato per un pezzo quegli sfondi, quell'ambientazione, quei personaggi, quel contadino tanghero di mezza montagna con la moglie senza nome. La cosa che l'aveva colpita di più era la struttura del lungo monologo, il fraseggio, l'inventiva della scrittrice che aveva creato una lingua nuova, un francese senza uguali, gibboso, zoppicante, ma pienamente giustificato visto che a parlare è un bifolco, anche lui reso magistralmente..."

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PREZZO: €16,50
DATA USCITA: APRILE 2016
BROSSURA | PP. 288 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO ELISA LEONZIO

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Amore, musica e destino tra le mareggiate del “secolo breve”.

TRAMA

In un villaggio di campagna nel nord della Germania all’inizio del Novecento vive Ruven Preuk, un ragazzo con un’incredibile predisposizione per la musica. Tutto questo, invece che facilitargli la vita, gliela complica tanto da indurlo a lasciare la piccola comunità in cui è nato e cresciuto per raggiungere Amburgo dove studia musica con il vecchio maestro di violino Goldbaum, nel ghetto ebraico. Ad animarlo c’è la fiducia in un futuro radioso nel quale potrà dimostrare al mondo il proprio talento così come l’amore per la bella Rahel. La vita però intralcia il cammino di Ruven, il quale deve superare mille impedimenti e attraversare le turbolenze del Novecento, le sue guerre, le tragedie di fronte alle quali anche i violini sono costretti a tacere e la musica sembra non potere nulla.
Da qualche parte c’è un briciolo di felicità è allo stesso tempo uno straordinario romanzo sul Novecento e sui mille volti dell’Europa, una profonda indagine dell’essere umano e un racconto di grande intensità che pone il lettore a tu per tu con i temi essenziali della grande letteratura.
Amore, musica e destino tra le mareggiate del “secolo breve”.

AUTORE

Svenja Leiber è nata a Amburgo nel 1975 ed è cresciuta nella Germania settentrionale.
Ha vissuto per breve tempo in Arabia Saudita. Ora vive a Berlino insieme al marito e ai loro due figli. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di racconti, Büchsenlicht, e nel 2010 il romanzo Schipino. Ha potuto godere di diverse borse per scrittori finanziate da importanti fondazioni culturali tedesche e ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il Werner-Bergengruen-Preis e l’Arno-Reinfrank-Literaturpreis. Questo è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

STAMPA

Un libro avvincente, un po’ romanzo di formazione, un po’ romanzo artistico e anche affresco del secolo, ma soprattutto è un libro su ciò che significa non poter realizzare i propri desideri. DIE WELT

Un romanzo suggestivo, urgente che accompagna il lettore ben oltre la lettura, ripresentandosi non di rado a fargli visita nella vita quotidiana.
DEUTSCHLANDRADIO KULTUR

€16,50
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PREZZO: €15,50
DATA USCITA: SETTEMBRE 2015
BROSSURA | PP. 227 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DALL'UCRAINO DI FRANCESCA FICI

 
Nel villaggio di questa regione europea travolta dalla storia, chiamata Bucovina, in cui le bandiere e le lingue cambiano più veloci del vento, vive Darusja. Tutti si prendono gioco di lei, del suo mutismo, delle emicranie che si scatenano alla vista delle caramelle e la costringono a immergersi nel fiume ghiacciato o a seppellirsi fino alle natiche nella terra fresca. Ma Darusja non è stupida. Per quanto non parli mai con nessuno, i suoi pensieri corrono senza sosta ed è solo al cimitero, sulla tomba del padre, che Darusja la dolce può liberare la propria voce.

La felicità bussa un giorno alla sua porta e ha il viso di Ivan, un eccentrico suonatore di drimba che riesce a dare sollievo alla sua testa e forma alle sue parole. Ma il passato è un invitato scomodo alla tavola di Darusja e non ammette ospiti inattesi...


Rassegna stampa

DARUSJA LA DOLCE
TOURING | dicembre 2015 |

La Bucovina è una regione oggi in parte compresa dentro i confini dell’Ucraina che ha vissuto e attraversato tutti i travagli del Novecento: prima parte dell’Impero asburgico, poi annessa dalla Romania, conquistata dai nazisti e infine assegnata all’Unione Sovietica, prima di diventare una delle province occidentali dell’Ucraina indipendente. La vita della silenziosa Darusja racconta il destino di una regione periferica d’Europa, dove la storia ha combattuto la sua guerra contro la normale vita di ognuno.

 

LA DOLCE DARUSJA E L'AMORE NEGATO A CHI È DIVERSO
IL CITTADINO | 10 dicembre 2015 | Marco Ostoni

Un’altra storia di confine, confine geografico (quello della Bucovina, terra dell’Est europeo ancora oggi divisa fra Romania e Ucraina), ma anche confine di status: fra chi è “normale” e chi, almeno nell’accezione comune, non lo è ma porta impresse le stimmate della follia. E dunque non può avere diritto alla sua dose di felicità, a partire da quella più importante: amare ed essere amati. Marja Matios, scrittrice 55enne originaria di Rostock ma residente a Kiev, imbastisce per Keller (nella collana “Confini”) un breve romanzo di grande potenza, che sotto la patina di una scrittura solo all’apparenza leggera con tratti all’insegna del grottesco, cela lo strazio di una donna - Darusja - e di una famiglia, condannate all’infelicità da un mondo che sembra non aver pietà per i “diversi” e che non tollera che questi possano godere, sia pure per poco, di un pizzico di gioia. Come quella che a un certo punto piomba, inattesa, nella vita di Darusja, che vede improvvisamente un uomo rude e strambo ma dal cuore grande – Ivan - prendersi cura di lei, dei suoi dolori e delle sue paure. Una parentesi breve e toccante, la loro, cui metteranno fine le cattiverie degli abitanti del villaggio, rosi da un’invidia stolida e crudele, figlia della paura e del pregiudizio. Ma nella carne ferita e nella vita aspra di Darusja, nei furibondi mal di testa che la affliggono e nel suo mutismo rassegnato (rotto soltanto davanti alla tomba del padre), si nasconde in realtà il destino di un intero Paese, di una regione che alla fine della Prima guerra mondiale è spaccata in mille fronti, rivendicata da Ucraina, Romania, Polonia, Germania e Russia. Una regione destinata a non avere pace e futuro, proprio come la vita di Darusja. Con uno stile unico e potente, qua e là spruzzato anche di amara ironia, l’autrice riesce a descrivere questa carne ammaccata dalla storia, disegna il ritratto di Darusja e degli anziani che incarnano il XX secolo in Europa e la guerra che oggi, ancora, mette a rischio quell’angolo di mondo non così lontano dal nostro. Lo fa in pagine come questa, tradotte con grande perizia da Francesca Fici: «... Darusja giaceva a occhi chiusi e ascoltava Ivan quando a un tratto il suo corpo fu percorso da un fremito... Come delle piccolissime bollicine sulla superficie liscia di un fiume in estate, quando comincia a venir giù una pioggerella leggera. Sentì tremare ogni venuzza e pensò che non era stupida, ma soltanto dolce, come era dolce quel fremito febbrile che non aveva mai provato. Il farfuglio di Ivan giungeva nella sua testa come attraverso una nebbia spessa, fino a lontananze e profondità sin allora sconosciute, di cui Darusja ignorava persino l’esistenza. In quel momento non provava né vergogna né paura, e un filo sottile sottile, come  il sentierino lunare sull’acqua delle vasche, guizzò tra lei e Ivan e gridò alla sua anima dolente di rispondere all’appello... E quando le mani ruvide di Ivan strinsero il capo silente di Darusja, da lei eruppe qualcosa, come un gemito o un ululato o un grido di gioia, che avrebbe potuto assoggettare il mondo intero».

 

DARUSJA LA DOLCE
GIOIA | gennaio 2016 | Monica Ceci

Darusja vive in un villaggio della Bucovina diviso da un fiume, di qua i rumeni, di là i polacchi. Ma prima c'erano gli Asburgo, poi sono arrivati i russi, poi i tedeschi, poi sono tornati i russi. I confini della terra cambiano più in fretta della vita dei suoi abitanti. Così è la vita di Darusja, un avanti e indietro tra ricordi e dolori. Dicono che è un po' matta, quando le offrono le caramelle ha una crisi epilettica. Alla fine capirete perché.

 

 

 

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PREZZO: €12,00
DATA USCITA: OTTOBRE 2008
BROSSURA | PP. 128 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO PAOLO VERTIC

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 Lo spoglio delle opere d'arte da parte dei nazisti, la Prima guerra mondiale, la persecuzione degli ebrei, i gesti di coraggio dimenticati dalla Storia, una grande storia d'amore... il tutto condensato in un romanzo impeccabile di poco più di cento pagine.

In una Parigi occupata dalle truppe tedesche, si gioca una strana partita a scacchi tra il pittore Brandes, proprietario di una Madonna con bambino di Lucas Cranach il Vecchio, e il mercante d'arte Walter Andreas Hofer, che vuole impossessarsi del quadro per farne dono a Hermann Goering, uno degli uomini più potenti della Germania nazista.
Il mercante d'arte si dirige regolarmente all'atelier e minaccia il pittore. Brandes mette a punto una  singolare forma di resistenza. Evocando i mesi nelle trincee della Somme durante la Grande Guerra, gli amori, la scoperta dei colori, l'evoluzione delle sue idee pittoriche, l'emarginazione voluta dalla cultura nazista, il protagonista si muove tra presente e passato alla ricerca dell'istante che possa dare un senso alla sua vita.
Un romanzo lirico e morale che esplora le piccole forme di opposizione all'arroganza e ai soprusi del potere e che stupisce con un finale inatteso.
"La decisione di Brandes" si è aggiudicato il Premio Octavi Pellissa (2005), il Premio della Critica catalana (2006) e il Premio Qwerty come Miglior romanzo catalano dell'anno (2007).
Premi: Premio Octavi Pellissa (2005), Premio della critica catalana (2006), Premio Qwerty al Miglior romanzo catalano dell'anno (2007)
 
 Eduard Márquez è autore di libri di poesia, raccolte di racconti e romanzi oltre che di libri per bambini.
Ha iniziato l'attività letteraria con due raccolte di poesie in castigliano: La travesía innecesaria (1991) e Antes de la nieve (1995).
Tutta la produzione seguente si è svolta in catalano sin dai volumi di racconti Zugwang (1995) e L'eloquencia del franctirador, entrambi elogiati dalla critica e nei quali si manifesta già la sua propensione per la sintesi e la precisione che caratterizzano tutta la sua opera. E dai racconti è poi passato al romanzo breve con Cinc nits de febrer (2000), e quindi con El silenci dels arbres (2003, finalista al Premio Libreter) e La decisione di Brandes (2006, Premio Octavi Pellissa, Premio della Critica Catalana, Premio Qwerty Miglior libro in lingua catalana dell'anno). Numerosi i libri per bambini.
Márquez intende la scrittura come un lavoro di rigore e pazienza ed è tradotto in varie lingue.
 

 La stampa

La decisone di Brandes è una piacevole scoperta in una panorama editoriale dove la quantità rischia spesso e sempre più di soffocare l'ormai residuale qualità. M. OSTONI - IL CITTADINO DI LODI

"La decisione di Brandes", l'ultimo pubblicato dall'editore Keller (pp 126, € 12) casa roveretana vivace, che è riuscita a centrare alcuni titoli, aggiudicandosi importanti premi e segnalazioni con l'opera di valorizzazione di scrittori poco noti come Eduard Marquez.
S. Mattei - TRENTINO

Minimalismo estremo della scrittura e grande tensione morale sono gli elementi che qualificano "La decisione di brandes" di Eduard Marquez, romanzo di culto per i lettori in lingua catalana e spagnola...
C. Martinelli - TRENTINO

Con questo lavoro Marquez prova che la vera letteratura è ancora possibile
EL PAÍS

Ne "La decisione di Brandes" Eduard Márquez tratta alcune delle sue principali ossessioni letterarie, come la creazione e la memoria, a partire dalla vita di un pittore nel quadro storico dello spoglio delle opere d'arte portato a termine dai nazisti.
AVUI+

"L'essenza è la ricompensa che otteniamo per ciò che facciamo, non deve provenire dall'esterno: io la trovo di giorno in giorno, nelle mie otto o due ore di scrittura". BENZINA

I personaggi di Márquez, si presentano nudi, tra la memoria e il destino: sono gli eroi anonimi che subiscono la Storia. Ne "La decisione di Brandes", la resistenza di un artista nell'anticamera della morte che è rimasto solo e affronta la barbarie.
ABC

Il pittore Georges Braque fu ricattato da Hermann Goering, luogotenente di Hitler: gli avrebbe restituito i quadri requisiti in cambio della consegna di un dipinto di Cranach in suo possesso.  Goering collezionava opere del maestro del Rinascimento (arrivò ad averne oltre 70) e non si faceva scrupoli a proporre transazioni draconiane per accaparrarsene altre. Questo aneddoto reale è servito da spunto allo scrittore Eduard Márquez per costruire la storia che narra ne"La decisione di Brandes".
LA VANGUARDIA
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PREZZO: €15,00
DATA USCITA: OTTOBRE 2014
BROSSURA | PP. 224 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO FRANCO FILICE

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Gábor Kolozs ha visto crollare poco a poco tutto quanto.La promettente carriera universitaria, gli avanzamenti all'interno del partito, persino il matrimonio e quel poco di tranquillità economica che aveva conquistato. Per fortuna l'anziano padre l'ha accolto in casa a Budapest ed entrambi riescono a sbarcare il lunario con il suo misero vitalizio di sopravvissuto al campo di concentramento di Mauthausen. Un giorno, però, il vecchio genitore muore e Gábor, solo e senza alcun reddito, si trova di fronte a eventi che sembrano impedirgli di ufficializzare la scomparsa del padre. Chi è lui per opporsi al destino? Per non ascoltare quello che tutto il mondo - e forse anche lo stesso genitore dall'oltretomba - gli sta consigliando: che nessuno sappia di quella morte perché ogni cosa rimanga come prima e il vitalizio continui ad arrivare ogni mese?La vita procede per il meglio, fino a quando, qualcuno non vuole festeggiare quello che è il più anziano ebreo ungherese sopravvissuto all'Olocausto...
 

György Dalos è nato nel 1943 a Budapest. Perse il padre nel 1945 in un campo di lavoro dove era stato internato in quanto ebreo e ha trascorso l'infanzia con i nonni. Dal 1962 al 1967 ha studiato Storia a Mosca. Ritornato a Budapest ha vissuto tutti gli eventi significativi dell'Ungheria degli ultimi quarant'anni.
Nel 1977 è tra i fondatori del movimento di opposizione al regime comunista ungherese. Nel 1988 e 1989 è co-editor del foglio clandestino di opposizione «Ostkreuz» della Germania Est. Dal 1995 al 1999 Dalos è a capo dell'Istituto per la Cultura ungherese a Berlino e da allora vive lì e  lavora come editor freelance e redattore. Romanziere e saggista, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui l'Adelbert von Chamisso, la Medaglia Presidenziale d'oro della Repubblica di Ungheria e nel 2010 il Leipzig Book Award for European Understanding.


 
 
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PREZZO: €16,00
DATA USCITA: SETTEMBRE 2014
BROSSURA | PP. 336 | COLLANA RAZIONE K
TRADUZIONE DAL RUSSO E TEDESCO SIBYLLE KIRCHBACH

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Le proteste di piazza Maidan in Ucraina, la vita quotidiana di una famiglia in un Paese in subbuglio, viste attraverso gli occhi e la narrazione coinvolgente e puntuale di uno dei maggiori scrittori del nostro tempo: Andrei Kurkov.
I suoi diari sono uno strumento prezioso per entrare direttamente in piazza Maidan, nel vivo delle manifestazioni, dei preparativi, dei momenti successivi in cui si contano le ferite, ma scopriamo anche i ricordi dell'autore, la storia dell'Ucraina passata e recente.
La voce narrante di Kurkov è naturale, spontanea, ricrea atmosfere, svela retroscena, vive di un forte senso dell'amore per il Paese, i suoi problemi, le persone che cercano di cambiare le cose.

Un libro utilissimo per comprendere cosa sta accadendo oggi sul confine orientale dell'Europa.

Dall'autore più internazionale e tradotto dell'Ucraina un intelligente e appassionato resoconto dei fatti di piazza Majdan e dello stato delle cose in Ucraina.
Un libro unico sul mercato editoriale in questo momento e in via di edizione in tutta Europa.

LA STAMPA
Un resoconto di personale esperienza dal cuore della rivolta e un emozionante documento storico BERLINER ZEITUNG

Chiunque lo legge, capisce molto di ciò che non appare dai telegiornali o dai giornali: come una rivoluzione tocca la vita quotidiana, come si sente, come cambia le abitudini ... è molto interessante perché quando scrive l'autore non sa ancora come andranno gli eventi... FALTER

 

ANDREI KURKOV nasce il 23 aprile 1961 in un paese nell'area di Leningrado. Nel 1983 si laurea a Kiev presso l'Accademia pedagogica di Lingue straniere. È autore ucraino che scrive in russo. Vive a Kiev, inizia a scrivere fin da piccolissimo e ha un hobby particolare, colleziona cactus... a 12 anni possiede la settima collezione di cactus dell'Ucraina. Per un periodo lavora come giornalista, compie il servizio militare come guardia carceraria a Odessa, poi si occupa di cinema, sceneggiature e romanzi di successo.

È autore di tredici romanzi (che hanno spesso protagonisti animali: un topo, un camaleonte, un pappagallo...) e di cinque libri per bambini. Il suo lavoro è tradotto in decine di lingue tra cui inglese, giapponese, francese, cinese, svedese ed ebraico. I suoi romanzi sono editi in Italia per Garzanti: L'angelo del Caucaso, I pinguini non vanno in vacanza e L'ultimo amore del presidente.
A settembre uscirà per Keller il reportage "Diari ucraini" e a ottobre "Il controllore del popolo" che ci conduce con Pawel Dobrynin in un viaggio attraverso l'Unione Sovietica assieme a personaggi insoliti. Un grande romanzo "russo" condito con la solita fantasia e humour nero di Kurkov.

 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

DONNA MODERNA
2 SETTEMBRE 2014

FESTIVAL PRENOTA IL TUO POSTO IN PRIMA FILA A MANTOVA E PORDENONE
QUI INCONTRI I GRANDI SCRITTORI
Festivaletteratura dal 3 al 7 settembre


Con 370 ospiti e centinaia di eventi, quello di Mantova è uno degli appuntamenti letterari piìi importanti d'Europa. «Una fucina di nuovi talenti, dove scoprire nomi poco noti al grande pubblico» dice Dario Fertilio, scrittore e critico del Corriere della Sera. Consigliatissimi l'olandeseTommyWieringa, paragonato al J.D. Salinger de II giovane Holden, e la brasiliana Adriana Lisboa, tra gli autori under 40 più quotati in America Latina.
IL CONSIGLIO «Da non perdere l'ucraino Andrei Kurkov» dice Fertilio. «In Diari ucraini racconta il suo Paese agli stranieri al di là dei cliché giornalistici e politici. Ha uno stile carico di humour nero e surrealismo. Un esempio? I protagonisti dei suoi libri spesso sono animali: un pinguino, un camaleonte, un pappagallo... Kurkov fa viaggiare nella realtà post sovietica con la fantasia».
[...]
www.festivaletteratura.it
Valeria Colavecchio

 

 
 
 
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DATA USCITA: APRILE 2013
BROSSURA | PP. 112 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO ROBERTA GADO

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Un anno, un'infanzia che sembra consumarsi nell'arco di poche stagioni, l'intera esistenza di un villaggio in una stretta valle montana chiusa solo all'apparenza. Qui il mondo esterno si presenta con i treni, il postale e la tivù, ma soprattutto con una lingua, il tedesco, che si insinua nel romancio locale portandovi i fermenti di un mondo che cambia.
Lo straordinario testo di Arno Camenisch ci regala una singolare epica alpina in cui l'innocenza e l'incoscienza dell'infanzia incrociano la quotidianità di un centro popolato da poco più di quaranta anime.
Case mai chiuse a chiave perché gli abitanti si conoscono tutti, ciascuno ha un suo ruolo e partecipa alla storia comune con la propria lingua, catturata dall'autore in una scrittura che nasce dall'oralità e ne mantiene forza e melodia. Ci fa ridere, commuovere e incuriosire descrivendo con gli occhi del piccolo protagonista stalle, animali, malattie e avventure in cui il dramma, la tenerezza e l'ironia si alternano.
Camenisch ci sorprende con storie senza tempo ed echi di una lingua, il romancio, che sembra nascere dalla pietra, risuonare nei boschi e sopravvivere al destino degli uomini.

Arno Camenisch (1978), nato e cresciuto a Tavanasa nei Grigioni, scrive in tedesco e in romancio sursilvano. Ha studiato all'Istituto svizzero di letteratura di Bienne, città in cui vive e lavora. Per l'editore Urs Engeler ha pubblicato nel 2009 il volume Sez Ner, seguito nel 2010 da Hinter dem Bahnhof (Dietro la stazione) e nel 2012 da Ustrinkata.
I testi di Camenisch sono tradotti in diciotto lingue. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Hölderlin (sezione esordienti) nel 2013, il Premio federale di letteratura nel 2012, il Premio bernese di letteratura nel 2011 e nel 2012, nonché il Premio Schiller ZKB nel 2010. La traduzione italiana di Sez Ner è uscita nel 2010 per Casagrande a cura di Roberta Gado mentre Dietro la stazione e Ustrinkata sono inseriti nel catalogo Keller.



SATISFICTION
23 aprile 2013
DIETRO LA STAZIONE
Uno non se l'aspetta così, la Svizzera. Il primo pensiero, ingenuo e stereotipato quanto si vuole, certamente senza senso, ma pur sempre il primo, è quello di un paesaggio di austere banche e giardini ordinati, benestanti agricoltori che rasano i prati con la livella e cittadini cosmopoliti e poliglotti. Mentre in "Dietro la stazione" il villaggio descritto da Arno Camenish (34enne scrittore nato e cresciuto nel canton Grigioni) racconta di una Svizzera diversa, lontana da stereotipi senza senso e incredibilmente vicina invece alla realtà della montagna retica. Camenish non parla della montagna lussuosa e sportiva dei vacanzieri invernali, degli alberghi di Sankt Moritz e delle piste di Pontresina; non descrive neanche paesaggi da scatola di cioccolatini: racconta di una frazione senza nome con quaranta abitanti, tredici cani, sei gatti e quattro idranti. Un villaggio alpino con i suoi personaggi fuori dal comune (c'è il matto del paese, il capostazione che fa le parole crociate, la zia che gestisce l'hotel Helvezia, il nonno con sette dita e mezzo che fa rastrelli) che sono gli stessi che si potrebbero trovare qualsiasi paese di campagna in giro per il mondo. Piccoli bozzetti, miniature che messe una in fila all'altra costituiscono un affresco spesso divertente, spesso atroce, sempre realista di  una realtà alpina chiusa solo in apparenza, con il Postal e il treno che la uniscono al mondo cittadino, quella Coira dove gli abitanti li considerano Schaissoberländers, montanari di merda.

Se le storie raccontate sono universali la lingua usata da Camenish è diversa e unica. Colorata e ricca, usata da un narratore bambino nel suo percorso di scoperta del piccolo mondo totalizzante del suo borgo alpino, una lingua che riesce ad essere ritmica e fluente, riprendendo il parlato, ma anche poetica. Nella versione originale è un pastiche di romancio sursilvano e tedesco, con inserti di italiano e francese. Per capirci, se dovessimo scrivere in romancio una biografia da quarta di copertina di Camenish verrebbe così: Arno Camenisch è naschì l'onn 1978 a Tavanasa en Grischun e scriva en tudestg e rumantsch sursilvan. E gli echi e la musicalità alpina del romancio si ritrovano tutti nella traduzione di Roberta Gado, che ha maneggiato una lingua confederata invertendo i pesi e riuscendo a mantenere l'atmosfera e il piacere della lettura. Uno non se l'aspetta così, la Svizzera.

Dietro la stazione è il secondo atto di una trilogia grigionese che ha avuto un buon successo sia in Svizzera sia all'estero. Il primo volume, Sez ner, è uscito nel 2010 per Casagrande, mentre il terzo Ustrinkata uscirà sempre da Keller entro la fine dell'anno.
T. Mantarro


INTERNAZIONALE
10- 17 MAGGIO 2013
CRONACA ROMANCIA
Dobbiamo all'editore Keller di Rovereto molte buone scoperte, e ora anche questo gioiello di uno scrittore dei Grigioni, piccola patria appartata e montana che confina con la nostra e che la nostra ignora. Vi si parla il romancio, e Camenisch, 35 anni, scrive in un tedesco misto di romancio, tradotto genialmente in un italiano misto di tedesco e romancio da Roberta Gado. Di lui conoscevamo Sez Ner (Casagrande), storie strambe e crude di quattro pastori su uno sperduto pizzo di monte, ma qui è tutto un paese (40 anime!) che vive attorno a un restorant che fa da osteria e centro del mondo a venirci narrato da un bambino di cui non sappiamo l'età (tra i quattro e i sei anni?) con un linguaggio colorito, immediato, comico e sempre sbalordito. Questa "cronaca" di più stagioni è tra le cose più belle sull'infanzia che leggiamo da anni, scritta dal punto di vista di un'infanzia vera (o di un giovane che la ricorda bene e che ha forse letto Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas).
Di storia in storia e per brevissimi capitoli, sole e neve, natura e cultura, vita e morte, umani e animali, indigeni e immigrati (una coppia di italiani), la vita scorre come una continua sorpresa da godere, soffrire, ammirare, e la lingua ha il fascino delle lingue di confine, somiglia nei suoi incroci e connubi a quello per la vita.
Goffredo Fofi

€12,00
Codice SKU: 978-88-89767-43-6
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PREZZO: €14,50
DATA USCITA: LUGLIO 2011
BROSSURA | PP. 160 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL FRANCESE SILVIA TURATO

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Cosa c'entra zia Maria con la Guerra civile spagnola? È possibile, come crede lei, che tutto sia accaduto a causa sua? Oppure si tratta di uno strano scherzo del destino che solo ora, dopo oltre settant'anni, ci viene raccontato e svelato?
Maria è una monaca di clausura. Ha lasciato in tutta fretta il convento benedettino degli Angeli a Pedralbes, prelevata e protetta dal cognato Francisco che la nasconde in casa propria per salvarla dalle rappresaglie di anarchici e comunisti nei giorni convulsi del luglio 1936.
Nel caldo di quell'estate iberica ritrova il nipote Félix: un giovane come tanti altri che tira di boxe, frequenta i circoli anarchici, è obbligato ad andare a lezione di pianoforte e ama fotografare con la sua Leica, perché quella macchina "non mente mai" e riprende anche quello che l'occhio non vede nel mirino.
Inizia così una storia di affetti travolti da una sorte avversa: la partenza per il fronte, la pazzia, la perdita degli ideali, la sconfitta, i ricordi esposti all'azione del tempo, e persino gli umori di un Dio che vede tutto...
Finalista del Premio Herralde nel 1998 e secondo finalista del Premio Planeta nel 2000, Jordi Bonells torna alla letteratura con Dio non appare in foto, pubblicato in varie lingue, e ci regala un romanzo che partendo da una storia famigliare diventa occasione per parlare del destino che segue il proprio corso, indifferente agli uomini.


Jordi Bonells nasce a Barcellona nel 1951. Nel 1970 lascia la Spagna per la Francia dove diventa docente di Letteratura spagnola all'università. Tra i suoi romanzi anche La seconda scomparsa di Majorana (Keller, 2010), affascinante inchiesta-romanzata sulla scomparsa e fuga del noto fisico siciliano in Argentina.

 


ESTRATTO
"Per tutta la mia vita non ho amato che i crani" pensa lui arricciando il naso bitorzoluto pieno di punti neri. "Mi hanno ben ripagato d'altronde, i crani. Ma perché, cavolo, a fine carriera, devo finire faccia a faccia con il cranio dell'amore? Ero tranquillo con il mio fumo, con i miei libri, con i miei pazzi ed ecco che lei arriva improvvisamente nel mio ospedale... Eppure, Dio sa quanti ne ho visti di crani! e di protuberanze! frontali, parietali, occipitali, sfenoidali... Non avrei mai immaginato che l'amore potesse prendere anch'esso una forma ossea autonoma, non mi aveva mai sfiorato l'idea, fino al suo arrivo... Benedetta Maria, sei malata d'amore" mormora, geloso di quel ragazzo che si strofina energicamente davanti a lui i capelli con l'asciugamano bianco che gli ha portato, anche il viso si strofina, e il collo e le braccia, ignorando quel che avviene intorno a lui e anche in lui.

STAMPA

Uno scrittore lontano dalla mediocrità dominante, ENRIQUE VILA-MATAS, EL PAÍS

L'opera di Jordi Bonells stilla letteratura, BABELIA - EL PAÍS

Sull'arte di scomparire, Bonells supera tutti gli autori, LA RAZON

Un'affascinante e acuta riflessione sull'identità, LE FIGARO

Un labirinto che apre e chiude percorsi, LE MONDE

Affascinante come una luce nelle tenebre, TELERAMA

Una storia per tempi inquieti, LIVRES-HEBDO

PUBBLICATO IN SPAGNOLO, FRANCESE, ITALIANO



PREZZO: €16,00
DATA USCITA: DICEMBRE 2014
BROSSURA | PP. 304 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO ANGELA LORENZINI

 

Annie ha dovuto imparare ben presto che la vita degli adulti non sempre è migliore di quella dei bambini. Nella sua famiglia le cose sono andate in modo un po’ diverso rispetto alle altre e oltre a crescere senza un padre, la giovane Annie ha imparato a prendersi cura di una madre fragile e a essere presente ogni volta che c’è bisogno di aiuto.
Così non si spaventa quando si ritrova da sola a pensare a tutto e tutti, compreso il campo di famiglia con gli alberi di amarene pronti per il raccolto, e nemmeno quando alla fattoria si presenta Paula, una giovane ragazza incinta fuggita di casa...
Un incontro che cambierà per sempre la vita di entrambe.
Dolce come le amarene è un romanzo pieno di umorismo e sentimento che s’interroga sull’essere genitori e sul diventare adulti. Un’altra storia indimenticabile dall’autrice de La felicità di Emma.


Claudia Schreiber vive e lavora a Colonia. È scrittrice, sceneggiatrice e ha collaborato con la radio e la televisione tedesca (ZDF). Con il romanzo La felicità di Emma (Keller) ha ottenuto  uno straordinario successo di critica e pubblico imponendosi all’attenzione internazionale.
Dolce come le amarene è il suo secondo lavoro tradotto in Italia.


RASSEGNA STAMPA

ANNIE AMA IL FRUTTETO
MARIE CLAIRE | novembre 2014 | Marta Cervino

Annie ama il frutteto. Anche perchè con una famiglia come la sua - una madre che sceglie sempre l'uomo sbagliato e un nonno che fugge per amore -, la vita non è semplice. E infatti presto lei si troverà a doversi occupare da sola sia del raccolto di amarene che di una ragazzina scappata dai genitori, che le "invade" casa. Un romanzo da assaporare come un dessert agrodolce.

 

SCHREIBER, PAGINE E STAGIONI DELLA VITA
CORRIERE DEL TRENTINO | 20 dicembre 2014 | Gabriella Brugnara

«Il Natale fu come sempre, tutto secondo l'ordine prestabilito e identico all'anno prima, ogni singola decorazione allo stesso posto e ogni rituale nell'identica sequenza: il concerto d'Avvento e l'orribile merluzzo che non piaceva a nessuno ma che faceva parte della tradizione. Un presepio nell'ingresso, benché in casa nessuno credesse che nella stalla fosse nato un redentore. E la stella morava rossa, gigante, alla finestra, illuminata dall'interno. Ogni barcaiolo dell'Elba poteva vederla splendere là in alto». Così vanno da sempre le cose a casa di Paula, adolescente i cui genitori «sembravano più che altro i nonni della ragazza, lui professore al politecnico di Dresda, lei una signora sottile, curata, una casa da ricchi, tre piani, enormi vetrate ovunque». Un'apparente «normalità», basata su rapporti di superficie, pronta a sgretolarsi: Paula aspetta un bambino, non lo puà dire ai suoi, e scappa di casa. È così che nel suo vagare raggiunge la fattoria di Annie, ragazza che ha dovuto crescere in fretta per prendersi cura di una madre fragile. «Un ciliegio ha bisogno dell'inverno» le aveva spiegato il nonno. «Se il suo legno non sta al freddo per settimane e settimane, non darà frutti, d'estate. Accetta anche tu le gelate allo stesso modo. Chi non conosce il dolore non realizzerà mai niente di prezioso e duraturo». E il dolore Annie lo conosce, ma nell'immedesimazione con la natura trova la pienezza e, al contempo, la fertilità dell'immaginazione.

 

 

 

 

€16,00
Codice SKU: 9788889767566
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PREZZO: €15
DATA USCITA: IN LIBRERIA IL 29 ottobre 2016
BROSSURA | PP. 192 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL FRANCESE DANIELA ALMANSI

 

 

Una scatola di fotografie, il sapore di una pastina ai lamponi, una cartella clinica, qualche testimonianza strappata a fatica a un parentado riluttante. Sulla base di pochi indizi sparpagliati la voce narrante di Domani è domenica tenta di ricostruire i frammenti di una storia di famiglia sbriciolata da anni di menzogne e silenzi e offre, al contempo, uno scorcio di storia europea quasi dimenticata: l’Istria italianizzata, il destino degli sloveni, la guerra dei Balcani.
In una Ginevra tra gli anni Sessanta e Settanta, quando tutto sembra pronto per le vacanze di famiglia, una giovane madre si toglie la vita. La figlia, all’epoca bambina, cercherà poi di comprendere il dramma dando voce alle storie dei due genitori che ben presto si fanno anche ritratto di un’epoca e dell’Europa. Da un lato una donna bellissima, elegante, bohémienne, che inspiegabilmente rinuncia alla propria indipendenza per un matrimonio sbagliato. Dall’altro lato invece un padre, immigrato sloveno, fuggito dalla Jugoslavia di Tito che nella sua storia porta i traumi di una nazione intera.
 

AUTORE

Nata a Ginevra da padre sloveno italianizzato e da madre svizzera, Sandrine Fabbri ha lavorato a lungo come giornalista culturale. Dopo aver vissuto a Zurigo e Parigi, è tornata nella sua città natale dove insegna francese e comunicazione in un istituto tecnico commerciale.
Ha tradotto Lukas Bärfuss e Sibylle Berg. Il suo romanzo Domani è domenica ha ricevuto il premio Pittard 2010 ed è stato tradotto anche in tedesco.

STAMPA ESTERA

Un romanzo dalla bellezza nera e brutale. L’HEBDO

Sandrine Fabbri ha dato vita a una narrazione di grande intelligenza poetica.LE COURRIER

Sandrine Fabbri racconta un pezzo di storia europea, terribile quanto quasi dimenticata: l’Istria italianizzata, i Balcani sconvolti dalla guerra, la condizione di rifugiato. LE MONDE

 

€15,00
Codice SKU: 9788889767986
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PREZZO: €19
BROSSURA | PP. 608 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO R. GADO - R. CRAVERO

 

Un libro commovente. Un monumento ai ragazzi di allora. Un pezzetto di magia. STEN NADOLNY

Daniel, Mark, Paul e Rico sono cresciuti come “pionieri” nella Germania dell’Est. 
Sono gli ultimi anni prima della caduta del Muro e sogni e illusioni sono amplificati dal mito dell’Ovest a portata di mano, tanto più dopo gli eventi dell’89. 
Con la Svolta – la riunificazione delle due Germanie – anche la loro vita cambia trasformandosi in una folle corsa fatta di furti d’auto, alcol, paura e rabbia. 
Clemens Meyer ci regala un romanzo sulla generazione a cavallo della caduta del Muro raccontata alla Trainspotting con la schiettezza di chi allora cercava di sopravvivere e di inventarsi un futuro nel Selvaggio Est. 
Saltando da un piano temporale all’altro, l’autore ci presenta la Lipsia delle case occupate, degli incontri clandestini di boxe, degli hooligan, delle prime discoteche e delle bevute disperate con la profondità e la poesia di chi quegli anni li ha amati a carissimo prezzo, vedendo perdersi uno dopo l’altro i propri amici d’infanzia e sgretolarsi, a poco a poco, il mito dell’Ovest. 
Un romanzo travolgente sui nostri tempi che ha dato voce alla generazione dell’Europa unita – anche quella che ne è stata travolta –, alla gioventù che affiora potente e ricca di sfumature. Un lavoro superbo, compassionevole, ma con una leggerezza meravigliosamente matura della narrazione e una straordinaria capacità di gestire emozioni, atmosfere e memoria.

AUTORE

Clemens Meyer è nato a Halle nel 1977 e vive a Lipsia. Il suo primo romanzo, Als wir traumten (Eravamo dei grandissimi, 2006) è ormai un libro cult. Nel 2015 ne è stato tratto l’omonimo film di Andreas Dresen presentato alla 65a Berlinale. Sono seguiti Die Nacht, die Lichter. Stories (2008), che gli è valso il premio della Leipziger Buchmesse, Gewalten. Ein Tagebuch (2010) e il monumentale Im Stein (2013), finalista al Deutscher Buchpreis. Nel 2015 Clemens
Meyer ha tenuto le prestigiose Frankfurter Poetikvorlesungen, pubblicate nel 2016 con il titolo Der Untergang der Akschn GmbH. Questa è la sua prima traduzione italiana.

Clemens Meyer ha ottenuto numerosi premi letterari.

Mainzer Stadtschreiber, 2016
Bremer Literaturpreis, 2013
Stahl-Literaturpreis, 2010
TAGEWERK-Stipendium der Guntram und Irene
Rinke-Stiftung, 2009
Preis der Leipziger Buchmesse, 2008
Clemens-Brentano-Preis der Stadt Heidelberg, 2007
Märkisches Stipendium für Literatur, 2007
Förderpreis zum Lessing-Preis des Freistaates
Sachsen, 2007
Mara-Cassens-Preis, 2006
Rheingau-Literatur-Preis, 2006
Einladung zum Ingeborg Bachmann-Wettbewerb, 2006
Nominierung zum Preis der Leipziger Buchmesse, 2006
2. Platz MDR-Literaturwettbewerb, 2003
Literatur-Stipendium des Sächsischen Ministeriums
für Wissenschaft und Kunst, 2002
1. Platz MDR-Literaturwettbewerb, 2001

 

IN QUARTA DI COPERTINA

L’ultima volta che lo vidi prima che partisse, Rico mi salutò dalla finestra con la mano. Sembrava piccolissimo. Avevo suonato il campanello giù al portone ma sua madre non mi aveva aperto. Così feci qualche passo indietro sulla strada e guardai in alto verso di lui, portando la mano alla testa come nel saluto dei pionieri. «Sempre pronti» sussurrai. Lassù alla finestra vidi Rico ridere. Solo un attimo, poi si girò e comparve sua madre che tirò le tende. Dietro di me una macchina suonò il clacson. Tornai sul marciapiede e mi avviai verso casa. Discesi la strada fino al parco, mi fermai di nuovo e mi voltai. Riuscivo ancora a vedere la finestra con le tende chiuse al terzo piano. Rico aveva riso quando gli avevo fatto il saluto dei pionieri giù in strada. Aveva riso anche se sarebbe dovuto andare via il mattino dopo all’alba. «Partenza alle sei e mezza» mi aveva detto il giorno prima, «in treno. Forte eh?», e anche allora aveva cercato di ridere.

RASSEGNA STAMPA

ERAVAMO DEI GRANDISSIMI. INTERVISTA A CLEMENS MEYER

MINIMA ET MORALIA, 24|11|2016

Gabriele Santoro 

[...] Lui, ragazzo del 1977, aveva ventidue anni quando lo ha cominciato a scrivere senza alcuna esperienza precedente in materia. Per due anni e mezzo dopo la scuola, diplomatosi nel 1996, ha scelto di fare l’operaio in cantieri edili. Ha smesso a causa di un infortunio alla schiena. Il padre, che disponeva di un’immensa libreria a casa, gli ha trasmesso la passione per la letteratura. Meyer, tatuato sulla maggior parte del corpo, poi è riuscito ad accedere al German Literature Institute di Lipsia, presentando alcuni scritti [...] LEGGI TUTTA LA RECENSIONE
 
ATTENTI Al TEENAGER
D - LA REPUBBLICA, 10|12|2016
Tiziana Lo Porto

Questa storia accade a Lipsia, nella ex Germania dell'Est, prima, durante e dopo la caduta del muro di Berillio. I protagonisti sono una band di piccoli criminali disincantati ma di buon cuore, che affrontano il passaggio dall'infanzia all'età adulta con la noncuranza di clii ha vissuto quanto basta da imparare a diffidare del futuro. 11 libro si chiama Eravamo dei grandissimi e a firmarlo è lo scrittore tedesco Clemens Meyer, che nei 2006 ha esordito trentenne proprio con questo romanzo, diventando in seguito uno degli autori più amati della sua generazione. Gli echi sono duelli di Noi i ragazzi della zoo di Berlino di Christiane F, Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll e Trainspotting di Irvine WeLsh, vicini a Meyer nel restituire un ritratto autentico dell'adolescenza. Magnifiche le ambientazioni, tra cinema che la caduta del muro trasforna da popolari a porno, capannoni abbandonati dove nascono i primi rave, macchine rubate e case occupate da ragazzi che, alterati da alcol e droghe, aspettano che il sogno dell'Occidente tramonti. Quindicenni alla caduta del muro, dell'indomani ricordano solo le auto colorate, la birra Holsten e lo Jägermeister.
«La Holsren Pilscner era troppo amara e quindi, almeno nel bere, eravamo conservatori», dice uno dei giovani protagonisti. «Leipziger Premium Pils. Ce la procuravamo nel cortile della fabbrica. Di notte. Il birrifìcio era il fulcro del quartiere e della nostra vita. L'origine di notti etiliche nel cimitero di periferia, di infinite orge vandaliche e di balli sui tetti delle macchine...». Così è l'adolescenza.
 
NOI, I RAGAZZI POST-MURO:
TRAINSPOTTING ALLA TEDESCA
IL VENERDÌ, 02|12|2016
Roberto Brunelli
Sì, sembra un sogno. Un sogno fatto di automobili distrutte, fiumi di birra, ragazze sifilitiche, incontri clandestini di boxe, furti e furiose risse, quel che di più lontano si possa immaginare dalla retorica della "svolta", ossia della Germania riunificata sull'onda della caduta del Muro. Lipsia, un po' prima e un po' dopo il crollo della Ddr, gli anni Ottanta e i primi anni Novanta come non li avete mai visti. Una Germania e il suo "selvaggio est"come non ne avete mai sentito parlare. Il mondo di Clemens Meyer.
Ebbene, Meyer, forse il più talentuoso degli scrittori post Muro emersi negli anni Duemila, ha da par suo una storia notevole. Nato nel '77 a Halle, profondo oriente tedesco, dopo un'adolescenza ai limiti (compreso qualche passaggio dietro le sbarre), ha lavorato come operaio edile, facchino e guardiano.
Poi ha cominciato a scrivere, vincendo vari concorsi, fino a esordire, dieci anni fa, con questo Eravamo dei grandissimi (edito ora in Italia da Keller, tedesco il titolo è Quando sognavamo), che si è rapidamente conquistato lo status di romanzo-cult sul lato buio della cosiddetta "svolta". È la storia, rabbiosa e furente, di quattro amici – Daniel, Rico, Mark e Paul - prima e dopo la caduta del Muro, una sequenza fulmicotonica, notte dopo notte, di botte, di ruberie, di sogni, ma soprattutto di fughe: dai genitori, dalle autorità, dalla polizia, da una quotidianità che è sopravvivenza disperata eppure piena di vita, una corsa avanti e indietro nel tempo, dall'epoca dei "pionieri" e dei gagliardetti delia Ddr alla Germania unita dei primi anni, quando la "svolta" con tutti i suoi vorticosi cambiamenti per molti è diventata uno strano incubo, ma anche un'eccitante fuga verso gli abissi «con dentro un senso di smarrimento che non si riesce a spiegare».
C'è chi, per Meyer, ha tirato in ballo Salinger, Jean Genet e Dostoevskij: sì, perché in questa specie di Trainspotting in salsa tedesca c'è tutta l'oscura magia di chi sa guardare in faccia anche le anime perdute.
 
LIBERI DI FARSI MALE
La fine della Ddr e i primi anni della RIUNIFICAZIONE TEDESCA raccontati dalla prospettiva di un gruppo di adolescenti della periferia di Lipsia. Ragazzi sbandati che si distruggono tra furti e droghe.
STYLE MAGAZINE - CORRIERE DELLA SERA, DICEMBRE 2016
Sandro Orlando

Eccezionalmente buio, piovoso e freddo. Così Clemens Meyer ricorda l'autunno 1989.
All'epoca della caduta del Muro, lo scrittore di lipsia aveva 12 anni. E come tanti suoi coetanei era convinto che ad attenderlo ci sarebbe stato il radioso futuro declamato dal regime. La storia cambiò il corso delle cose. Ma agli occhi di un adolescente cresciuto in una periferia dell'Est, piena di famiglie sfasciate, alcolizzati e tossici, la riunificazione si tradusse innanzitutto nell'apparizione di nuove mnarche di birra e sigarette da rubare nei supermarket.
E la nuova libertà, che improvvisamente si prospettò, fu così spesso solo quella di distruggere se stessi, trasformandosi in teppisti e delinquenti. Con una vita sregolata, fatta di sballi, pestaggi e arresti, che non avrebbe offerto grandi possibilità di ritorno. In Eravamo dei grandissimi (Keller editore), il suo romanzo d'esordio, Clemens Meyer ci consegna il diario di una generazione perduta, quella dei ragazzini diventati precocemente adulti con la fine del comunismo. La generazione dei vari Dani, Rico, Mark e Walter, i protagonisti del romanzo, che perdono la loro innocenza le prime volte che vengono riaccompagnati a casa di notte in manette, e finiscono tutti col fare una fine balorda, chi ucciso da un'overdose chi in carcere. Un'esperienza condivisa dallo stesso autore, che in questo libro rielabora la sua gioventù randagia a Reudnitz, periferia Est di Lipsia, tra furti, guerre tra bande e soggiorni in riformatorio. Con personaggi tutti realmente esistiti, come Fred, il 15enne che girava sempre con auto rubate per fare casino: “Era strano andare in macchina con lui perché quasi non ci stavamo tant'era piena di lattine di birra sparse dappertutto, e quando eravamo in giro insieme combinavamo le robe più folli. Non so cosa ci prendesse quando salivamo con lui, qualcosa che ci faceva mollare ogni freno, sentivamo dentro una libertà totale e un'indipendenza ancora sconosciuta che sfogavamo urlando come animali” dice Dani, l'alter ego dello scrittore. “Ogni tanto ci facevammo surf in piedi sul bordo del finestrino abbassato, aggrappati al tetto con una mano”. “Non c'è notte in cui non sogni queste cose, e di giorno mi ballano in testa i ricordi, e mi tormento a chiedermi perché tutto è andato come è andato”.
 
TRA PUGNI, FURTARELLI E DROGA CRESCONO I BULLI DISPERATI DI LIPSIA
La generazione dell’89 allo sbando dopo la riunificazione, una danza senza futuro sulle macerie dell’ex Germania Est
TUTTOLIBRI, LA STAMPA, 10|12|2016
Luigi Forte
Aveva appena dodici anni Clemens Meyer quando cadde il Muro di Berlino, più o meno come Dani, Rico, Mark, Walter il piccoletto, Stefan detto Pitbull e altri come Paul e Thilo Etilico, gli adolescenti protagonisti del suo romanzo d’esordio Eravamo dei grandissimi, pubblicato nel 2007 e ora proposto da Keller editore nell’ottima versione di Roberta Gado e Riccardo Cravero. Nato a Halle e cresciuto in un quartiere operaio di Lipsia era un piccolo pioniere come tanti nel paese del socialismo reale ormai allo sbando, ma nell’autunno del 1989 partecipò già alle dimostrazioni di massa che reclamavano un nuovo ordine democratico con la sorella e la madre, attivista per i diritti civili.
L’adolescenza non fu facile per nessuno dopo la riunificazione tedesca: una specie di «danza sulle macerie», senza futuro né prospettive. E la lunga cronaca delle bravate di quei bulletti dei sobborghi di Lipsia sta lì a dimostrarlo: giorni che si trascinano, tra una birra e l’altra, scazzottate a non finire fra bande rivali, furtarelli qua e là per pagarsi un po’ di droga o un bel paio di tatuaggi che fanno fico e magari servono a rimediare qualche ragazzina di passaggio. Sullo sfondo ci sono insegnanti con le loro eterne litanie e genitori piuttosto confusi e inetti: un mondo alla deriva, incapace di arginare lo smarrimento dei ragazzi, ma soprattutto insensibile alla loro feroce richiesta di aiuto.
In quella sorta di serraglio di disperati anche Meyer deve aver fatto le sue esperienze e messo radici. Ce lo dice la sua scrittura che dà vita a un gioco inarrestabile di pulsioni seguendo percorsi deliranti, in un universo paranoico, dove vince la trasgressione. E’ un impasto di sensazioni viscerali, di realismo greve, che ha messo al bando ogni riflessione, ogni argomentazione teorica.
La vita offesa domina la scena a tutto campo e l’assoluta mancanza di ogni utopia: non ci poteva essere epilogo peggiore per la retorica della vecchia Rdt nel soffocante abbraccio capitalista.
Eppure la straordinaria scrittura di Meyer, i suoi dialoghi dal ritmo incalzante, i personaggi immersi nel torpore quotidiano coinvolgono il lettore in un’avventura febbrile. Non c’è un prima e un poi in questa storia, tutto si mescola e racconta un eterno presente, perché le cose sembrano non cambiare mai, se non in peggio. A narrarla in prima persona è Daniel Lenz detto Dani, forse il migliore della banda, con un padre in carcere e una madre disperata. Il suo eroe è Rico, che tirava di boxe, ma è finito al tappeto contro Eismann, l’uomo di ghiaccio, e da allora i pugni li usa solo per difendersi da skin e hooligan. Con lui Dani va al bar di Goldie, al Pilz o alla Grüne Aue, poi si rintanano con Walter e Mark nel comune rifugio, «la nave dei pirati », a fumare e sbevazzare, e tra le rovine di un vecchio cinema di periferia, il Palast Theater, dove per un certo periodo dopo la caduta del Muro davano dei soft-porno favolosi.
Con qualche annetto in più girano per locali dove si suona musica techno e ci sono belle figliole esperte di strip-tea-se, e si avventurano nei bordelli di periferia, in atmosfere piuttosto surreali come nel club di scambisti Super 6. Sempre che non debbano fare a botte con quelli di Markkleeberg che una notte, durante un party, arrivarono con bastoni e mazze da baseball a distruggere il loro sogno. Quella volta i ragazzi c’erano tutti e si era aggiunto perfino qualche graffittaro dei centri sociali, ma non bastò.
La loro discoteca, la mitica Eastside, con il famoso Dj Frog, nella vecchia fabbrica di cambi in Hauptstrasse, dalla cui torretta si vedevano i paesi tutt’intorno, fu sfasciata. Avevano sedici, diciassette anni allora, ed erano i più giovani gestori della città. «Grandissimi!», disse Rico, che a più riprese finì in riformatorio e poi in un vero carcere. Si era dato alla droga e ai furti e gli andò male. Ma nel mondo di quelle creature nomadi e sfiduciate tornare in gabbia, come diceva Rico, non era la soluzione peggiore.
«Tanto qui non c’è più nessuno - confessò a Dani -, sono andati tutti via o all’altro mondo».
Ed è proprio così: Mark è crollato a forza di drogarsi, Walter è morto in un incidente d’auto, e poi quel povero cristo di Hasenhof che viveva per strada e si è suicidato. Molti altri se ne sono andati coi parenti all’ovest, come Katja, compagna di classe di Dani, che le voleva un gran bene. E’ un mondo frantumato che ricorda il libro del berlinese Ernst Haffner, Fratelli di sangue (1932) su una gang di giovani sbandati che sbarcano il lunario con furti e scippi, e dormo-no dove capita.
Anche là l’amicizia era l’unico tenace legame in un mondo asfittico e stagnante, ma Meyer ci aggiunge una malinconia profonda, il sapore di una vita che nel cercare un barlume di gioia distrugge se stessa.
 
CLEMENS MEYER, L’URLO DEGLI SBANDATI
Tedeschi "selvaggi". Lo scrittore tedesco avvolge una sequenza di scene violente, tese, ripugnanti,
intorno allo scheletro di un pregevole e shoccante romanzo di formazione: «Eravamo dei grandissimi», da Keller
ALIAS, IL MANIFESTO, 17|12|2016
Luca Crescenzi

«Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno in testa – scriveva Kafka, diciannovenne, all’amico Oskar Pollak – che lo leggiamo a fare?». Ogni letteratura dello choc, da Poe e Baudelaire fino ai loro ultimi eredi e diseredati, condivide esplicitamente o implicitamente questa domanda e la inalbera contro ogni compiaciuto ottimismo, contro ogni desiderio inappagabile di tregua, di pace, di serenità. Non per nulla gli scrittori dello choc offrono sempre, di sé, un’immagine selvaggia, barbarica, irriducibile. Sono ribelli della civilizzazione e tocca a loro il compito di preservare la coscienza dei pericoli che si annidano dietro le conquiste di quel fantasma che il secolo illuminista chiamava spirito d’umanità. Prima di chiunque altro, esplorano uno spazio elementare, avventuroso e sconosciuto di cui tracciano la mappa così che sia impossibile ignorarlo. Sono guardiani della nostra memoria e a loro non ci si rivolge volentieri, ma non si può fare a meno di interpellarli quando – per dirla con Nietzsche – «il deserto cresce e si fa minacciosamente vicino».

Clemens Meyer, di cui Keller pubblica ora in italiano, nella traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero il gran romanzo d’esordio ribattezzandolo con il titolo fin troppo consolatorio e fuorviante Eravamo dei grandissimi (pp. 608, euro 19,00), è oggi – insieme a Christian Kracht – il più spietato guardiano che la narrativa tedesca possa esibire. La sua scrittura è durissima, colpisce col ritmo incalzante di uno dei tanti boxeur e picchiatori da strada di cui racconta, e se di certo non è fatta per divertire, possiede il merito – ben maggiore – di torturare il suo lettore costringendolo a entrare a occhi aperti in mondi a cui mai sognerebbe di volersi avvicinare.

Dieci anni fa, al momento della sua apparizione, il libro rivelò a una Germania ancora dedita a coltivare la sua immagine di terra unificata e florida, la vita violenta delle bande di adolescenti dell’est negli anni a cavallo della caduta del muro: illustrò la realtà criminale, tossica e indifferente a tutto di desperados che derubano vecchie inermi, distruggono a casaccio automobili, vetrine, appartamenti e locali, entrano e escono dal carcere minorile e, soprattutto, ingaggiano lotte all’ultimo sangue con ogni genere di rivali in prove di forza quasi sempre immotivate.

E probabilmente fu giusto allora, come molti hanno fatto, accostare Meyer a Irvine Welsh e i suoi sbandati ai protagonisti di Trainspotting. Anche la narrazione per capitoli giustapposti e in apparenza indipendenti o slegati fra loro richiama quel modello. Ma le affinità, per quanto evidenti, sono semplificazioni e anche in questo caso nascondono molto più di quanto non dimostrino.

In realtà Meyer costruisce il suo racconto intorno allo scheletro di un romanzo di formazione e cioè alla più solida fra le strutture narrative concepite dalla letteratura tedesca fin dagli inizi della sua storia moderna. Muovendosi continuamente avanti e indietro nel tempo, alterna capitoli che raccontano la formazione dei protagonisti nell’ambiente cupo e restrittivo di una scuola di Lipsia subito prima della riunificazione delle due Germanie a capitoli in cui, diventati adolescenti, i ragazzini di un tempo si sono ormai trasformati in una banda di quartiere dedita con appassionata convinzione a distruggere tutto e ad autodistruggersi. Così facendo, e concedendo pochissimo alla prediletta ossessione della letteratura tedesca contemporanea per il ricordo del 1989, Meyer trasforma il muro (di cui non parla mai) nella metafora della linea di confine che separa infanzia ribelle e adolescenza rabbiosa così come divide passato e presente della Germania.
Tuttavia, proprio perché nasconde benissimo il filo logico del suo romanzo nella successione apparentemente disordinata di scene tese, violente, ripugnanti, ma raccontate in modo così secco e dinamico da attirare tutta l’attenzione del lettore, riesce a Meyer un qualcosa che molto di rado è riuscito, negli ultimi anni, ad altri, più espliciti e meditabondi cronisti del passato tedesco.

Gli riesce, cioè, di piazzare una scena di grande letteratura in cui la storia afferra per un attimo i suoi storditi personaggi, li trascina, li mette al centro della scena, li rende protagonisti di un momento fuori dall’ordinario e poi li abbandona, lasciandoli perfettamente identici a ciò che sono sempre stati e non meno inconsapevoli di prima. È la scena in cui il gruppetto degli sbandati, ancora ai tempi della scuola, si convince a seguire uno di loro (che ci va con la mamma) alla marcia «del lunedì», una delle tante, dinanzi alla Nikolaikirche che segnarono l’inizio della fine della Repubblica Democratica Tedesca.
L’idea è di andarci per mischiarsi nella calca, toccare un po’ di tette e ingaggiare qualche rissa. Nel frattempo, i ragazzi scoprono che il preside e i professori sanno qual è il posto delle loro riunioni segrete e capiscono che qualcuno li spia. Sono stati sfiorati dal sistema di controllo della Stasi, ma non possono capirlo e attribuiscono tutte le colpe a qualche traditore di un gruppo rivale. Per farsi notare vorrebbero portare una bandiera, ma non sanno cosa scegliere e alla fine si ritrovano a sventolare uno stendardo dei pionieri su cui campeggia il più retorico degli slogan sulla pace e la fratellanza dei popoli.

I protagonisti dei romanzi, dall’epica dei picari in poi, sono spesso fuorilegge e emarginati protagonisti casuali di eventi più grandi di loro nei quali cercano invano di barcamenarsi. Il modernismo nichilista ha adottato questi improbabili eroi e ne ha preso a prestito lo sguardo stralunato, diventando la cronaca di una realtà in cui tutto è incomprensibile perché nulla ha senso. Sono nati così i tanti Sc’vèik e Bardamu del Novecento e le masse di marginali ribelli che affollano i romanzi brutti, sporchi e cattivi di oggi sono anche gli eredi minori di quei grandissimi modelli. Sono, in fondo, i protagonisti ideali di una narrativa che vorrebbe raccontare il mondo ma deve arrendersi di fronte all’evidenza per cui l’avversario più irriducibile del loro realismo è la realtà stessa: troppo vasta, oscura, mutevole e sfuggente per poter essere ridotta a una storia. Mentre può essere restituita come impressione di un’infinita serie di accadimenti traumatici, come un pugno, come uno choc. Appunto.
Anche i personaggi di Meyer sono antieroi immersi in una realtà contro la quale urlano, corrono, picchiano e piangono e dalla quale riescono a uscire in un solo modo: immaginando un seguito migliore o semplicemente diverso, ma dotato almeno di un senso. Proprio all’inizio della storia il protagonista, Dani, lo fa capire come meglio non si potrebbe: «Avevamo un compagno di classe, per il resto irrilevante, che ci procurava timbri e macchinine tramite la madre, operaia al reparto dei tamponi inchiostrati, per cui non lo menavamo e, anzi, ogni tanto gli allungavamo persino qualche spicciolo. Nel 1991 l’azienda fallì, demolirono l’edificio, la madre del piccolo ricettatore perse il lavoro dopo vent’anni lì dentro e si impiccò nel cesso sul pianerottolo, per cui continuammo a non menarlo e ad allungargli qualche spicciolo anche dopo. Oggi al posto del VEB c’è un discount dove vendono birra e spaghetti di sottomarche. La storia che la madre si è suicidata è un’invenzione. Nel 1992 ha trovato lavoro in un distributore della Shell appena aperto, faceva sempre finta di non conoscerci».

Il titolo originale del romanzo è Als wir träumten, che forse si sarebbe potuto tradurre: Quando avevamo dei sogni o Quando ancora sognavamo. Questo fa, o vorrebbe fare, il romanzo non meno dei suoi protagonisti: inventare una continuazione logica a fatti che si susseguono ignorandola, cercare un finale sensato a una storia che procede alla cieca.
 
NOI, RAGAZZI CHE VIVEVAMO A EST DELL'EST
Le auto da scassinare, le vecchiette da derubare, le puntate allo strip-bar per crescere in fretta: il romanzo di Clemens meyer commuove per la straordinaria descrizione di una generazione "a cavallo del Muro".
IL CORRIERE DELLA SERA. LA LETTURA, 8|1|2017
Alessandra Iadicicco
È il più americano tra i romanzi tedeschi che sia mai capitato di leggere, e sia detto con sorpresa e ammirazione. Als wir träumten, letteralmente «Quando sognavamo», «Quando avevamo dei sogni», di Clemens Meyer, appena pubblicato dalla casa editrice Keller con il titolo un filo traditore ma comunque ben scelto di Eravamo dei grandissimi, si legge con il fiato sospeso e gli occhi sgranati, conquistati dal tono della voce che narra, trascinati capitolo dopo capitolo dal ritmo di una scrittura incalzante che corre via per oltre seicento pagine senza mai inciampare in una riga di troppo.
I “sognatori”, i “grandissimi” di un passato lasciato riaffiorare spontaneamente dai ricordi con quell’urgenza che rende la letteratura più necessaria e credibile e vera, sono i ragazzi di un diseredato quartiere orientale di Lipsia, a est dell’Est, investiti quasi senza accorgersene dalle scosse della storia, travolti dodici/quindicenni dagli effetti della Svolta, e lasciati inermi e smarriti in un vuoto spiazzante, pieno di miraggi e privo di appigli. È Daniel – Dani - che ci parla di loro: di Mark, Rico, Paul, Stefan detto Pitbull, Thilo “etilico”, Walter, Fred. Che racconta delle loro sortite al birrificio della «grande, la vecchia Leipziger Premium Pils»; dall’Ovest, con lo Jägermeister, era appena arrivata la Holsten Pilsner, è vero, una scoperta, ma era troppo amara per i giovani palati orientali. Che ricorda le corse sulle prime colorate BMW, adocchiate per la strada come giocattoli magici da afferrare al volo (leggi scassinare e rubare) per il gusto di farsi una sgommata. I servizi resi a qualche vecchietta del quartiere, come portarle a casa la borsetta (a casa propria, non della vecchietta). Le prove di coraggio tentate come sfide alle bande rivali. Le puntate allo strip-bar, nella discoteca vietata ai minorenni, nel club per scambisti, dove ci si imbucava sospinti dalla fame di esperienza e dalla voglia di giocare a fare gli adulti. Le nuove rischiose ebbrezze provate grazie certe sostanze di importazione occidentale, come l’eroina. Le fughe dall’ospedale - reparto tossici – o dal carcere minorile. Non proprio imprese da eroi, insomma, anche perché tanti di loro ne sarebbero usciti sconfitti: Mark da un’overdose, Walter da uno schianto in auto, Hosenhof dalla paura che lo fece arrendere al suicidio… Non certo attività che accendano consensi e simpatie. Eppure, avvolti in quella luce obliqua, la luce incerta, crepuscolare che cade nello spazio intermedio tra due mondi - tra DDR e BDR, tra vecchio regime e Repubblica federale - nel passaggio tra due età - l’infanzia da Pionieri orientali e la giovinezza da teppisti occidentali - sul confine sempre dolorosamente infranto tra realtà e sogno, i protagonisti del romanzo di Mayer brillano di uno splendore epico, incandescente.
Sono irresistibili, commuovono, divertono, seducono e fanno rabbia con la loro pazzesca contraddittorietà. Sono spericolati e ingenui, audaci e sprovveduti, sfrenati e smarriti. Bambini maturi, sgamatissimi, e adulti troppo acerbi. Canaglie e farabutti come sono, non possono che toccare il cuore del lettore perché sono creature vive, di carne e sangue, anzi, meglio, sono creature dell’autentica letteratura, non certo casi sociali o esempi di una problematica generazionale.
Nessuno poi si azzardi a etichettare il libro di Meyer come un «Wenderoman», uno dei romanzi “della Svolta” che prendono a tema quel capitolo cruciale della storia tedesca. Meyer si muove certamente in questa zona: ci scrive dentro, ci è vissuto dentro. Nato a Est, a Halle nel 1977, dodicenne al crollo del Muro, cresciuto a Lipsia, proprio dalle parti di Reudnitz, il quartiere delle scorribande dei suoi eroi, con la madre attivista politica e la sorella aveva perfino preso parte alle Montagsdemonstrationen, cui accenna en passant anche nel libro, alle “Marce del lunedì”, le pacifiche proteste di massa che iniziarono proprio da Lipsia nel settembre dell’89 e che al grido di «Wir sind das Volk!», «Il popolo siamo noi!», avevano dato avvio alla fine della DDR.
Ma alle orecchie di un bambino quel grido non suonava certo come un richiamo della Storia. Ai tempi, come fu per tutta la gang degli amici di Daniel, le piccole lotte quotidiane, per una dose, una sigaretta o una bottiglia, per una ragazza o qualche metro di territorio da riconquistare al dominio della banda rivale, importavano più delle rivoluzioni epocali.
Il segreto della riuscita formidabile di questo romanzo sta proprio nel modo quasi inavvertito in cui le piccole vite di Paul, Mark, Thilo Fred ecc. agganciano la grande storia e ne vengono travolte e trascinate via. Non c’è critica sociale, non c’è ideologia. «Certo ai tempi ci divertivamo anche un sacco – scrive Meyer dando voce a Daniel -, ma in quel che facevamo avevamo sempre dentro un senso di smarrimento che non riesco a spiegare». Perciò non spiega affatto: racconta. Ma forse neanche questo, dacché confessa: «Nelle notti in cui non riusciamo a dormire e restiamo svegli nei letti, mordo un angolo della coperta pur di non raccontare quegli anni selvaggi».
Così, affinando ai limiti della perfezione una regola che deve avere appreso al Deutsche Literaturinstitut di Lipsia - al corso di scrittura creativa frequentato per un quinquennio dai 22 anni, dopo le esperienze giovanili da operaio edile, facchino, guardiano e qualche passaggio per il riformatorio -, applicando il principio «Show, don’t tell!», ha messo in scena gli episodi di quegli anni come in un film. Tra l’altro un film è stato tratto davvero dal romanzo di Meyer, presentato alla Berlinale dell’anno scorso con la regia di Andreas Dresen e il titolo As We Were Dreaming.
Ma il sogno perduto di Clemens Meyer sprigiona la sua magia anche fuori dal grande schermo e il suo autore, oltre all’innegabile talento, oltre alla maestria di ritmo, dialoghi, costruzione narrativa e perfino all’imponderabile qualità di uno stile che convince ad ogni riga, disponeva di una dote di cui non è affatto detto siano provvisti gli allievi di una scuola di scrittura. Aveva materiale autentico. Ricordi veri. Un’esperienza ardente vissuta sulla pelle. Questo patrimonio ha dato il frutto di un debutto straordinario: il romanzo infatti uscì in Germania nel 2006 come titolo d’esordio dell’allora 29enne Meyer. E in dieci anni ha conservato intatto il suo onirico charme. Tra i suoi compagni di avventura di allora, degli anni della fine «dell’infanzia-DDR», Daniel/Clemens si direbbe l’unico riuscito a saltare indenne dall’altra parte: nella nuova Germania e nella nuova vita. Perciò, scrivendo, può guardare da una distanza conquistata ai giorni dell’adolescenza. Li vede con distacco e passione, con una raggiunta consapevolezza e una struggente partecipazione. Gli appaiono irreali, come sogni. Sogni intaccati, infranti già sul nascere dalla brutalità del reale. Sogni che però, nascendo, avevano aureolato la brutale realtà di un alone di poesia.
 
CLEMENS MEYER, ERAVAMO DEI GRANDISSIMI, KELLER
DI LAURA FORTI
IL SEGNALIBRO
GIOVEDÌ 12 GENNAIO 2017 ALLE 07:50
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DATA USCITA: GENNAIO 2014
BROSSURA | PP. 192 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO SONIA SULZER

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Joschi Molnár ha avuto cinque bambini da altrettante donne diverse, ha perso due figli e la seconda moglie ad Auschwitz ed è stato imprigionato a Buchenwald.
Ha voluto farla finita in un albergo, a settant'anni, pagando solo per due ore. Troppo poco per riuscire nell'intento. Per cui morirà in un ospedale lasciando dietro di sé uno strascico di storie incredibili e menzogne spudorate. Sì, perché quel favoloso bugiardo ha regalato ai propri figli molte versioni diverse della propria vita.
Trent'anni dopo la sua morte, nel centesimo anniversario dalla sua nascita, tre di loro e la nipote Lily di sedici anni - che deve scrivere una relazione sul campo di concentramento di Buchenwald - si ritrovano assieme per la prima volta a Weimar. Ognuno ricorda un padre diverso: traditore, assente, inventore di storie.
Ne scaturisce un weekend pieno di sorprese, incomprensioni, litigi, confessioni, risate e persino una cerimonia notturna clandestina in onore di Joschi, con finale alla Stazione di Polizia di Weimar.
Con un romanzo intelligente e insolito, pieno di compassione e umorismo, Susann Pásztor ci conduce nella notte del Novecento e allo stesso tempo ci racconta una storia famigliare in cui tragedia e comicità vanno a braccetto. Il tutto reso attraverso lo sguardo, i pensieri e le parole di un'adolescente dei giorni nostri.

L'UMORISMO È UNA FORMA D'AMORE
 
Susann Pásztor nasce nel 1957. Terminati gli studi artistici e pedagogici si è occupata inizialmente di illustrazioni di libri per bambini, per poi passare alla narrativa. Dal 1991 ha lavorato come giornalista freelance, autrice e traduttrice. Ein fabelhafter Lügner è il suo primo romanzo, edito in Italia per i tipi della Keller editore.
 

 D - LA REPUBBLICA, 20 ottobre 2012
ATTENTI A QUEL LIBRO: "UN FAVOLOSO BUGIARDO"
Una commedia famigliare irriverente e irresistibile, variegata dei segni di una tragedia domestica, il mistero mai risolto di un uomo sfuggente e sbadato - una bella sorpresa da un piccolo e prezioso editore, Keller. Il romanzo si apre con un prologo di cinque paragrafi che detta il tono e presenta la figura del mistero, dalla voce di un narratore esterno. Dove József detto Joschi, è vegliato da tre donne piangenti e attente a mantenere le distanze tra loro - due delle quali incinta e ignare l'una dell'altra, la terza con un figlio dodicenne avuto dal mancato suicida. Secondo le gerarchie sociali: la moglie, l'ex-moglie, l'amante in carica. La scena cambia e anche la voce del narratore: siamo 30 anni dopo, parla Lily, sedicenne e unica nipote di Joschi, che ha intenzione di mettere un po' d'ordine nell'albero genealogico famigliare, a suo dire "una specie di sudoku a cui si lavora da anni, in particolare rimuovendo". L'occasione si presenta quando i tre figli, due femmine e un maschio, di tre donne diverse decidono di festeggiare i cento anni del padre e intanto cercare di far chiarezza su di lui. Sì, perché Joschi "lasciava in giro donne e figli come altre persone fanno con i calzini o le biro", ha perso la seconda moglie e i relativi due figli ad Auschwitz ed è stato prigioniero a Buchenwald.
Almeno così si dice, visto che era un meraviglioso narratore di storie e di frottole, l'unica caratteristica su cui concordano Marika, Hannah e Gabor, i tre figli che si riuniscono a Weimar insieme a Lily, col proposito di una visita a Buchenwald, con Lily cronista e relatore dell'evento famigliare. Insomma, una situazione perfetta per far commedia, e Susann Pásztor dimostra un vero talento per il genere, le scene e i dialoghi sono definite e ben congegnati, i botta e risposta tra Marika e Hannah spassosi quanto la descrizione di Gabor, un uomo amareggiato il cui odore è un «inequivocabile miscuglio di tabacco, prof di matematica e solitudine»: voilà la commedia.
■ Susann Pasztor, Un favoloso bugiardo ,
Keller editore, 14 euro
di Tiziano Gianotti



IL PICCOLO, 2 novembre 2012
UN FAVOLOSO BUGIARDO NEL BUIO DEL '900
Il romanzo di debutto della scrittrice tedesca Susann Pásztor pubblicato da Keller
Molti romanzi hanno raccontato la notte del Novecento. Quasi sempre con profonda angoscia, perché il secolo breve non ha lasciato dietro a sé ricordi molti allegri. Susann Pásztor, però, è la prova vivente che si può costruire un romanzo buffo e amaro al tempo stesso, divertente e pensoso, senza dimenticarsi di Auschwitz, di Buchenwald.
Anzi, sovrapponendo una storia familiare alle ferite profonde della Storia.
Il romanzo si intitola "Un favoloso bugiardo" (pagg. 219, euero 14), lo ha tradotto Fabio Cremonesi per la piccola casa editrice Keller di Rovereto. Che va lodata per il suo prezioso lavoro di scoperta di autori che, altrimenti, in Italia passerebbero del tutto inosservati.
La storia ruota attorno al personaggio di Joschi Molnár, un uomoche dagli amoricon cinque donne diverse ha avuto altrettanti bambini. Due di questi, insieme alla seconda moglie, li ha visti sparire nell'inferno di Auschwitz, mentre lui stesso è passato per il lager di Buchenwald.
A settant'anni, travolto dalla vita, Joschi decide di farla finita inunalbergo.Mala Morte non se lo vuole portare via subito, lo lascia ad agonizzare in ospedale ancora per un po'. Facendo in modo che le molte bugie da lui raccontate ai figli, le versioni diverse e spesso inconciliabili della sua vita, diventino un vero puzzle di leggende. Attorno alla quale, trent'anni dopo, prenderà forma un lungo weekend organizzato da tre dei figli, insieme alla nipote Lily, nel segno di quel padre e nonnostrampalato, sfuggente.
Che è stato una vittima e un traditore, un genitore assente, molto affettuoso, incapace di resistere al fascino delle menzogne.
Con questo primo romanzo, la giornalista freelance Susann Pásztor regala ai lettoriunlibro che fa ridere e pensare. E un personaggio, Joschi, capace di contenere in sé l'allegria da naufraghi di chi è sopravvissuto agli incubi del '900.
(a.m.l.)



LA LETTURA
CORRIERE DELLA SERA, DOMENICA 18 NOVEMBRE
Memoria
Un bugiardo da celebrare con ironia
di MARCO OSTONI

Cinque figli da cinque donne diverse. Cinque come le punte
della stella ebraica che veniva apposta sulle divise degli internati nei lager. A dire una storia e un'appartenenza, rifiutate ed espunte dalla follia nazista e gelosamente custodite dal popolo eletto. Anche da chi, come i tre figli superstiti dell'ungherese ed ex prigioniero di Buchenwald Joschi Molznár (la cui identità ebraica è assai dubbia), con quella storia hanno poco a che fare ma desiderano  ardentemente conoscere. Fino a incontrarsi, trent'anni dopo la scomparsa del fedifrago e bugiardo genitore, per celebrarne il centesimo compleanno e provare insieme a tirare i fili di un passato sfuggente e sdrucciolevole: ciascuno svolgendo il rispettivo rocchetto per «mettere le cose nel giusto ordine» con una cerimonia semplice quanto geniale, suggerita dalla sola nipote — e voce narrante — del compianto festeggiato. Ha scelto una via inconsueta, giocando su una levitas ironica e dissacrante, Susann Pasztor per raccontare in Un favoloso bugiardo (Keller, pp. 218, e 14) l'orrore della Shoah, la forza dell'ebraismo e quella dei legami familiari. Ne è uscito un cammeo, che
si legge d'un fiato e che lascia, alla fine, un intenso retrogusto agrodolce.

STRADANOVE
UN FAVOLOSO BUGIARDO, SUSANN PÁSZTOR
Un libro diverso e indimenticabile sull'Olocausto
di Marilia Piccone

Che tipo questo Joschi Molnár! Sarà anche un favoloso bugiardo, sarà anche un marito fedifrago, un furfante, però- diciamocelo- è tremendamente simpatico. Tanto quanto le sue figlie (i geni non mentono) che ci parlano di lui (e intanto anche di loro) e che decidono di festeggiare i cento anni del padre (ovvero, quelli che avrebbe compiuto se fosse ancora vivo) nel campo di concentramento di Buchenwald dove Joschi era stato deportato. Già questa idea ha un che di irriverente che la dice lunga sui Molnár.
Joschi Molnár ha avuto cinque figli da cinque donne diverse e tre di questi si incontrano a Weimar per recarsi insieme a Buchenwald: l'unico maschio, Gabor, e Márika e Hannah che sono quasi gemelle essendo nate a pochi mesi di distanza l'una dall'altra. La quarta presenza è Lily, figlia di Hannah. Le grandi assenti, invece, sono le prime due bambine che sono morte ad Auschwitz. Che sia la sedicenne Lily ad essere la voce narrante è importante- Lily è un punto di vista nello stesso tempo interno ed esterno alla famiglia; Lily non ha storie sul nonno da raccontare, non ha versioni diverse dei fatti da rivelare. Lily che deve scrivere una relazione su Buchenwald per la scuola varca il cancello del campo con un duplice intento, sia per cercare tracce del nonno sia per sentire le voci di tutti coloro che sono stati internati- e non badate al fatto che ha le cuffie sulle orecchie, è Lily quella che scorge la scritta sulle pietre in cui la memoria viene affidata alle generazioni a venire, è Lily che avrà l'idea gloriosa di come festeggiare adeguatamente il nonno.
Ed è anche Lily che si fa portavoce delle storie raccontate dalla mamma o dalla zia o dallo zio- è come se girasse la testa dall'uno all'altra, ascoltando senza sapersi raccapezzare su quanto sente. La rivelazione-bomba lanciata da Gabor è che Joschi non era affatto ebreo. Ha sposato delle donne ebree, questo sì, ma lui ha sostenuto di esserlo per ottenere l'indennizzo della Germania. Se poi non ha mai raccontato nulla di Buchenwald...forse non c'era mai stato: qualcuno ha provato a fare una ricerca negli archivi? E dire che la madre di Hannah ha cresciuto la figlia facendole imparare a memoria, come una litania, i nomi di tutti i campi di concentramento e che Hannah ha vissuto persino in un kibbutz in Israele, convinta di avere delle radici ebraiche.
Chi era, in definitiva, Joschi Molnár? La verità non si saprà mai. Viene fuori solo che era un fantastico inventore di storie, a giudicare da quelle che volano tra i tre figli. Persino la sua morte era stata programmata per diventare qualcosa di cui parlare: era andato in un albergo a ore per suicidarsi, ma il costo di due ore era troppo poco per riuscirci. Eppure vorrà pur dire qualcosa se figli e nipote finiranno addirittura nella stazione di polizia di Weimar per le lanterne che hanno lanciato nell'aria fuori dal campo per festeggiarlo- ci ricordano le candeline sulla torta di compleanno, ci fanno pensare alle lucine di Yad Vashem, scacciano via il pensiero delle fiamme del crematorio.
Susann Pásztor non sminuisce la tragedia dell'Olocausto in "Un favoloso bugiardo", le dà, piuttosto, una dimensione umana che trova il suo spazio nella cosiddetta ‘zona grigia' dove non ci furono né eroi né criminali. Leggendo il suo libro si prova compassione, si sorride, si piange, si prende parte al grande dramma e a quello piccolo che si svolge tra le mura domestiche, interrogandosi sull'essenza dell'identità e dell'appartenenza.
Susann Pásztor, Un favoloso bugiardo, Ed. Keller, trad. Fabio Cremonesi, pagg. 217, Euro 14,00




IL CORRIERE DELLA SERA
LA LETTERATURA VIENE DELL'EST
Quattro autori ungheresi ridanno forza alla cultura europea.
Di G. Pressburger

Mentre l'Europa sta attraversando una crisi economica severa pare che anche la cultura, e soprattutto la letteratura in questa fine d'anno che già si prepara ai bilanci, stia gravemente soffrendo. Dilagano i libri di narrativa d'intrattenimento, i bestseller prefabbricati vagamente porno, verso i quali ormai il gusto del pubblico sembra essersi orientato. Tutto è solo mercato, allora? Scopo e ragione della vita è soltanto il possesso del denaro? (E intanto masse enormi di persone, famiglie intere si stanno pericolosamente impoverendo). Il vecchio segno distintivo dell'umanità, l'esistenza della coscienza, pare essere messa sotto i talloni. Ma quello che per comodità chiamiamo letteratura, le opere letterarie più profonde e belle esistono ancora, eccome. E vengono da Paesi europei molto più in crisi del nostro - vengono ancora una volta dall'Est, per esempio dall'Ungheria, dai Paesi dei Balcani - e da quelli più lontani, dalla Russia, dalla Cina, dal Vietnam.
Settanta o ottant'anni fa dall'Ungheria erano arrivati romanzi davvero commerciali, che diventavano bestseller in un batter d'occhio, Zilahy, Kormendi, Herczeg, Molnàr... Oggi proprio da quella nazione arrivano invece dei veri capolavori della letteratura.
Qui vorrei parlare brevemente di quattro libri che sono usciti in questi mesi. Uno di questi è di Susann Pástzor, ed è stato pubblicato in Italia da Keller editore, una piccola e meritevole casa editrice di Rovereto, provincia di Trento. Il titolo del libro è Un favoloso bugiardo, l'autrice Susann Pástzor, è una ungherese che scrive in tedesco, visto che vive in Germania. La storia raccontata in questo romanzo in forma di confessioni di una ragazza di sedici anni è un po' un thriller, un po' una saga di famiglia. Tutta la vicenda ruota intorno alla ricerca di tre individui, due sorelle e un fratello che vogliono scoprire la vera identità del loro padre già deportato a Buchenwald, sopravvissuto e poi impelagato in vari matrimoni e vicende amorose. A poco a poco viene fuori che quest'uomo probabilmente non era né ebreo, né era stato deportato, né era qualificabile con nulla tranne che con la sua attitudine di Don Giovanni e di bugiardo impenitente. La vera identità non si scopre e i tre fratelli più la figlia di una delle due sorelle ripartono da Buchenwald con tutti i punti interrogativi irrisolti con i quali erano arrivati fin lì.
Un romanzo di successo (almeno in Germania), ma che nello stesso tempo agita problemi che coinvolgono l'intera Europa, che della soluzione di enigmi del proprio passato non ha voluto mai occuparsi fino in fondo (tranne le debite eccezioni). Con i risultati che vediamo: il ritorno dei fantasmi di una destra eversiva, pronta alla violenza e al più selvaggio razzismo.
Le altre pubblicazioni, oltre a questa, di cui voglio far menzione sono di due autori di diverso calibro. Sono Non c'è arte di Péter Esterházy e Kornél Esti di Dezsö Kosztolányi. Il primo pubblicato da Feltrinelli, il secondo da Mimesis. Esterházy è ben noto al pubblico italiano e in questo romanzo «postmoderno» si conferma il suo talento, la sua verve da grande Pierino della letteratura. Già, perché le due case editrici piccole (Keller e Mimesis) e la grande Feltrinelli si occupano di letteratura. Di libri che parlano alla coscienza, alla fantasia, alla sensibilità, ai pensieri del lettore e non soltanto alla curiosità di pettegolo ficcanaso, o di guardone sentimentale.
[...]
Dove andare a pescare qualcosa di simile nella letteratura odierna? Questi libri, dei quali si parla qui, non sono semplici storie («Ho una storia bellissima! Ho una storia bellissima!») - no! - sono veri pezzi di letteratura. Quella che il mondo occidentale vuole distruggere o ha già distrutto, come anticaglia inservibile perché non fa abbastanza soldi.
[...]

LA STAMPA INTERNAZIONALE
È straordinario come Susann Pásztor riesca a trattare in maniera incredibilmente spiritosa argomenti quali l'Olocausto e l'identità ebraica. Ma in questo romanzo, che raccomandiamo caldamente, lascia trasparire anche il lato tragico e quello meraviglioso della vita famigliare.  R1

Per descrivere il romanzo d'esordio di Susann Pásztor, "Un favoloso bugiardo", basta una parola: grandioso!
LITERATURMARKT

Empatico e irriverente, sincero e comico. E malgrado tutto, meravigliosamente leggero. DR 5

Susann Pásztor racconta una storia famigliare in cui tragedia e commedia vanno a braccetto. BUCH AKTUELL

Uno dei libri più interessanti di questa primavera è la particolarissima storia famigliare ritratta da questa autrice cinquantaduenne.
Una narrazione splendida, divertente e tragicomica. BUCHJOURNAL

Con leggerezza inarrivabile, spirito e fiuto psicologico, l'autrice racconta la tragica storia famigliare di tre fratelli... SBD.CH

Un esordio magnifico, una scrittura eccellente che entusiasma per capacità di immedesimazione e senso dell'umorismo. AACHENER ZEITUNG

Un romanzo toccante e a tratti irresistibilmente comico... BR-ONLINE

Un ironico dramma didattico su memoria e rimozione. JÜDISCHE ALLGEMEINE

Colpisce la capacità di Susann Pásztor di trattare in maniera davvero spiritosa temi come l'Olocausto e l'identità ebraica.
DIE MÄRKISCHE

Susann Pásztor è riuscita a creare un ritratto di famiglia davvero fresco e piacevolissimo.
FREUNDIN

Una storia famigliare raccontata con umorismo e calore, piena di situazioni esilaranti, inclusa una gita notturna a Buchenwald con finale nella questura di Weimar.
LITERATURKURIER
€14,00
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UN VIAGGIO NEL CUORE GHIACCIATO DELLA SIBERIA


PREZZO: €16,50
DATA USCITA: SETTEMBRE 2016 - NUOVA EDIZIONE
BROSSURA | PP. 368 | COLLANA RAZIONE K
TRADUZIONE DAL POLACCO MARZENA BOREJCZUK

LA LETTURA

Sembra un libro di viaggio in territori di grande fascino; ma è più di questo... (M. Zamboni)

 

Questa è la storia di un viaggio come nessun altro: Jacek Hugo-Bader si avventura attraverso la Siberia, da Mosca a Vladivostok, in pieno inverno. Viaggiando da solo su una jeep russa modificata, attraversa un continente che è grande due volte e mezzo l'America, pieno di banditi e dove le strade lo sono solo di nome.
Lungo la sua odissea, Hugo-Bader scopre grandi tragedie umane, ma anche un inatteso humour nero tra i pastori di renne, le tribù nomadi, gli ex hippy, gli sciamani, i senzatetto e i seguaci di alcune delle molte religioni arcane che ancora fioriscono in questa terra isolata e incredibile.


Jacek Hugo-Bader è nato a Sochaczew nel 1957, ha una moglie, due figli e due cani. è stato insegnante in una scuola per ragazzi in difficoltà, ha lavorato in un negozio di alimentari, caricato e scaricato treni, è stato pesatore in un punto vendita di maiali, consulente matrimoniale e ha gestito una società di distribuzione. Dal 1991 è reporter per la «Gazeta Wyborcza», il più importante quotidiano polacco.
Ha scritto numerosi reportage sull'ex Unione Sovietica, sull'Asia centrale, Cina, Tibet e Mongolia e vinto prestigiosi premi come il "Grand Press" nel 1999 e nel 2003, e il "Bursztynowego Motyla" nel 2010.


 STAMPA ESTERA

I paragoni con Ryszard Kapuscinski sono inevitabili.
Io credo sia come lui, se non migliore. WENDELL STEAVENSON

Un reportage straordinario e compassionevole. METRO

Racconto ispirato di un'odissea nel cuore ghiacciato di un continente morente, in cui brillano esempi e storie di resistenza umana. THE TIMES

Assolutamente da leggere! SUNDAY TIMES

Divertente, illuminante e incredibilmente coinvolgente. Un viaggio avvincente in una terra fuori dal tempo.
FINANCIAL TIMES

INTERNAZIONALE - 20/06/2014
Jacek Hugo-Bader
Febbre bianca
Voto:5/5
Febbre bianca è il racconto del viaggio demoralizzante fatto
dal giornalista polacco Jacek Hugo-Bader attraverso la Siberia. In un tragitto di quattro mesi da Mosca a Vladivostok, punteggiato da guasti frequenti all'automobile e da un incidente in cui finisce fuori strada sulla neve, Hugo-Bader esplora un disperante paesaggio postcomunista.
L'ideologia è scomparsa e altre credenze hanno riempito il vuoto che ha lasciato. Incontra sciamani ed ex hippy. Viaggia fino a una remota comunità nella taiga siberiana dove migliaia di persone venerano un Cristo russo. Il vero nome di quest'uomo è Sergei Torop, ed è un ex miliziano che dice di avere centomila seguaci nel mondo e che ama dare comandamenti sul sesso, sui figli e su come bollire l'acqua per fare il tè. Questo è l'unico posto in Russia, scrive Hugo-Bader, dove ha incontrato persone felici. Mentre alcuni siberiani si sono rivolti al misticismo in cerca del senso della vita, altri si abbarbicano alla vecchia fede sovietica.
L'autore fa un salto da Michail Kalašnikov, 88 anni, l'inventore del famoso fucile, che non si pente affatto della sua invenzione letale. Si considera un patriota, ma la patria che ha in mente è l'Unione Sovietica.
Il titolo Febbre bianca si riferisce alla vodka, o più esattamente ai bizzarri effetti allucinogeni che sperimentano le tribù indigene della Siberia quando ne bevono troppa.
L'alcolismo sta spazzando via intere popolazioni, ma Hugo-Bader trova altre prove scoraggianti del fatto che la Russia si sta lentamente uccidendo. Oltre all'alcolismo ci sono gli incidenti automobilistici, l'abuso di droghe e l'hiv. E tuttavia Febbre bianca include anche moltissimi momenti gioiosi inaspettati. La forza del libro sta nel basarsi su storie umane che cadono al di fuori dei perimetri del giornalismo convenzionale. Magari ha poco da dire sulla cricca che comanda oggi al Cremlino - per quanto Vladimir Putin vi appaia brevemente come giovane luogotenente nel Kgb di Leningrado, mentre spazza via una comune hippy, ma Hugo-Bader è un compagno di viaggio cordiale e la sua opera offre un ritratto appassionante di una società che sta crollando.
(Luke Harding, The Guardian)

REPUBBLICA 29/06/2014
INCHIESTE E REPORTAGE
FEBBRE BIANCA

Il resoconto di un viaggio che in realtà è una odissea in un paese fuori dal tempo: la Siberia. Da Mosca a Vladivostok in pieno inverno, in solitudine, sua una jeep russa modificata incontrando pastori di renne, nomadi, ex hippy, sciamani, senzatetto...
Di Jacek Hugo-Bader, Febbre bianca, Keller

TOURING CLUB ITALIANO 15/07
Parole in viaggio. In macchina nel cuore della Siberia.
Intervista a Jacek Hugo-Bader di Tino Mantarro
http://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/parole-in-viaggio-in-macchina-nel-cuore-della-siberia
Leggendo un reportage di viaggio si cercano tante cose: avventura, passione, divertimento, empatia e verità. Non vuoi sapere vita, morte e miracoli di chi sta al potere, quelli si trovano sui libri di storia. Si cerca un racconto di prima mano di mondi lontani e diversi, zone periferiche che magari mai visiterai, ma che stuzzicano la fantasia e la voglia di scoprire. E poi, chi lo sa, prima o poi non è detto che uno non decida di partire con un libro sotto braccio. Per questo abbiamo selezionato dieci reportage per dieci settimane. Dieci scoperte del mondo partendo dalle pagine di un libro letto a casa o, ancora meglio, in viaggio.
Quando decidi di attraversa la Siberia in inverno e per giunta in macchina devi essere pronto a tutto: assalti di banditi, agguati di poliziotti, animali pericolosi, incidenti mortali e guasti meccanici. Soprattutto questi ultimi possono essere fatali:  rimanere di notte al freddo, in Siberia, d'inverno è l'anticamera della morte, se non sei preparato. Il giornalista polacco Jacek Hugo-Bader si era preparato per anni per affrontare la sua odissea via terra: un viaggio da Mosca a Vladivostok per scoprire il cuore ghiacciato della Russia e la sua gente. Perché quel che più attrae e incuriosisce del suo racconto, oltre alle peripezie stradali con la sua vecchia auto sovietica, sono le persone. Sciamani che si credono la reincarnazione di Cristo, ex hippy ubriaconi, generali ancora orgogliosamente sovietici e poi minoranze siberiane, popolazioni destinate a sparire che racchiudono nelle loro parole l'essenza delle Siberia. Un'essenza che il giornalista polacco, il cui reportage Febbre Bianca è stato tradotto da Keller editore (pag. 288, euro 16,50) prova a raccontare in questa lunga intervista.
 
Chi viaggia in Siberia se può usa il treno e mai la macchina: perché?
Per le dimensioni. La Siberia da ovest a est è più o meno come farsi cinque volte dalla punta dello stivale italiano alle Alpi. A questo aggiungi che le strade sono mal messe, che mancano posti in cui dormire o mangiare, e che la polizia russa è ben nota per la sua avidità. Un viaggio di più     giorni in treno è come un lungo pic-nic in continuo movimento sulla strada. I treni russi sono molto comodi e gli stessi russi amano questo modo di viaggiare, li prendono come una parte della vacanza, un non far niente, riposarsi, dormire e bere wodka parlando con gli altri passeggeri. Soprattutto per uno straniero che parla il russo, come me, questo è particolarmente stimolante e curioso. In un viaggio tanto lungo come quello attraverso la Siberia si allacciano bei rapporti, le persone sono costrette a entrare in contatto tra loro, a conversare. Si può stare in silenzio un paio d'ore andando da Varsavia a Cracovia, o da Roma a Milano, ma non si può non parlare cinque giorni e cinque notti andando da Mosca a Vladivostok.
Dopo cinque giorni tutti parlano...
A quel punto persino i cuori si aprono, i passeggeri acquistano una rara sincerità, a lungo e in modo vero parlano di sé, questo fenomeno si è persino conquistato un nome, i russi lo chiamano «Sindrome paputčika», una parola che deriva da put (strada) e paputčik, l'uomo con cui si è in viaggio (in senso figurato e letterale), la persona con cui condividi opinioni simili, aspirazioni, mete. I treni russi a lunga percorrenza hanno tre classi: obščij, che è la classe più bassa; kupejnyj (scompartimento per quattro) e lux molto confortevoli (per due persone). In quanto a comodità io preferisco la seconda, ma soprattutto per la curiosità viaggio spesso con la classe più bassa, si tratta di un vagone per 82 passeggeri che non è diviso a scomparti; lì si procede bene, una vita comune, in inverno si brucia il carbone nel forno, si scalda l'acqua per fare il tè nel samovar e tutto questo avvicina le persone.
Quali sono i pericoli maggiori che si possono trovare sulle strade russe in inverno: il gelo, i banditi o i poliziotti?
Direi piuttosto la distanza. Manca del tutto l'assistenza stradale, i meccanici, e se si verifica un guasto si aggiungono il gelo, e la notte, e nessuno che si fermerà ad aiutare: la disgrazia è servita. Riguardo al banditismo sulle strade la situazione migliora di anno in anno. La Russia di Putin ha fatto in questo ambito enormi progressi. Questo è uno dei pochi lati positivi del potere autocratico. Nessun dittatore spartirà mai con nessuno il suo personale diritto all'uso della violenza e quindi il banditismo è assolutamente combattuto.
Facevano concorrenza alla polizia?
La polizia stradale è la professione più malvista in Russia, perché sono avidi e corrotti all'inverosimile. Spillano soldi ai conducenti al posto di multe per trasgressioni inventate o con, come se chiedessero un pedaggio per passare dalla strada. Ma questo non vale per gli stranieri, perché i russi sono molto ospitali, amano gli stranieri, se possono li aiutano. Persino la polizia, che i russi li spenna, li deruba senza pietà. In tutto il mio viaggio ho pagato solamente una multa/bustarella del valore di 1000 rubli, circa 25 euro, ma di questo ho scritto nel libro. Ho viaggiato su una macchina registrata in Russia, mi hanno fermato molte volte, ma una volta saputo che sono un giornalista polacco mi hanno sempre lasciato proseguire senza problemi, persino quando per davvero avevo commesso qualche reato, ad esempio quando non accendevo i fari al crepuscolo perché dovevo risparmiare batteria alla Lazik.
Quanto è distante questa Russia che hai attraversato dalla Mosca dei nuovi ricchi e dalla Sochi delle Olimpiadi? Sono lo stesso Paese?
Sono come due mondi diversi. La Russia è un meraviglioso, insolitamente ricco, e interessante buon paese, con persone sincere, per molti dei quali la patria è come la peggiore matrigna. Perché nonostante la straordinaria potenza e ricchezza della Russia, è un paese costruito ingiustamente. A ogni passo s'incontra una disuguaglianza sociale che non vedrete in Africa. Ci sono oligarchi a confronto dei quali i milionari americani sono poveri, e persone che fanno la fame. Nella stessa Mosca, con dieci milioni di abitanti si vendono più Mercedes classe S (il tipo più lussuoso) che in Germania, dove queste macchine vengono prodotte. Perché scrivo di questo? Perché nella capitale russa ci sono almeno cinquemila bambini senza una casa. Un mio amico tedesco non ha torto quando dice che è un paese marcio. E che cos'è, che in questa straordinaria nazione è capace di rovinare questo posto magnifico?
L'umanità di cui racconti, quella che hai incontrato lungo la strada è triste e dolente: hai trovato degli angoli di gioia nel tuo viaggio?
Ma certo che ho incontrato russi felici. A ogni angolo: è solamente necessario essere capaci di guardare a loro (e leggere di loro), perché con loro è esattamente l'opposto che con gli americani. Gli abitanti degli Stati Uniti sono infelici, tristi, depressi, ma sembrano e fanno finta di essere contenti. I russi, anche se sono felici e tutto fila liscio e sono sani e ricchi, hanno i visi cupi, gli piace lamentarsi e sono invidiosi. Ma non sono d'accordo se afferma che in Febbre bianca ho descritto solamente persone che non hanno avuto successo, persone segnate dalla sofferenza. Già gli hippy di Mosca, dai quali parto col mio racconto, sono persone che hanno scelto quella determinata vita, che l'hanno costruita e che in quello sono felici, hanno trovato la loro felicità, la gioia, la soddisfazione nella diversità, nel rifiuto della normalità, la rinuncia allo stile di vita sovietico. La loro felicità è una libera scelta. Vi hanno beneficiato e se la sono conquistata, perché nel periodo sovietico non l'avevano. Sono stati i primi russi a conquistare per sé la cosa più preziosa del mondo la libertà e l'amore, e io lo so bene, perché anch'io provengo da un paese e da un tempo in cui la libertà individuale doveva essere conquistata.
E gli hippy non sono gli unici, giusto?
Così è anche per i vissarionisti, i protagonisti del capitolo "Un lembo di cielo". Hanno un biografia sfregiata ma costruiscono di nuovo la loro vita e sono felici, soddisfatti, trovano la gioia e la forza nell'essere una comunità, nessuno li indottrina, non sono una qualche setta, non hanno subito un lavaggio del cervello, hanno compiuto una libera scelta e in qualunque momento possono andarsene. Sono loro le persone più felici che ho incontrato nell'ex Unione Sovietica.
Nel libro racconti di alcune delle cinquanta popolazioni native della Siberia che stanno scomparendo. Che destino vedi per loro?
Purtroppo temo che le popolazioni native della Siberia non possano aspettarsi niente di buono. Si scioglieranno nella massa russa in qualche decina d'anni. Continuano a diminuire, morire, estinguersi, bevono fino a morire, hanno un incremento naturale di nascite negativo e non sono capaci di mantenere un 'unità nazionale, etnica. Perdono la loro lingua, la cultura, la religione, quel senso di diversità che li caratterizza, ma lo Stato russo di questo non si preoccupa. Gli jakuti lottano eroicamente per preservare la loro identità e sono fiducioso che loro ce la faranno, perché sono il più numeroso dei popoli indigeni, sono mezzo milione; ma se si parla degli altri non ho grandi speranze. Questa consapevolezza non mi dà pace, perché nel nostro XXI esimo secolo, come dicono sul loro destino i popoli che vivono in Siberia, è in corso un morbido olocausto. E di loro ce ne sono già appena due milioni.
Il tuo è un viaggio in qualche modo replicabile?
Conosco persone che hanno fatto questo viaggio col mio libro in mano, ma si sono preparati bene, conoscevano la lingua, e questo è essenziale, perché i russi maneggiano male le lingue straniere, ma sono persone di cuore, ospitali, e aiutano volentieri se glielo si chiede. Tuttavia sono un po' diffidenti e per questo è importante riuscire a comunicare bene. Bisogna fare i conti con la scomodità, dormendo dalle persone incontrate per caso, mangiando qualsiasi cosa. Credo che sia meglio conoscere la realtà del posto, per sopravvivere nelle più profonde regioni russe in Siberia, quindi piuttosto consiglierei di approfittare di appositi servizi delle agenzie viaggi, che organizzano "spedizioni a richiesta" in qualsiasi posto il clienti indichi.


AVVENIRE 25/7/2014
SIBERIA
RELITTI D'URSS

"Un libro tanto intenso quanto vero che interviene a colmare la mancanza di una voce capace di narrare la realtà soprattutto dal punto di vista umano, come è stata quella di Kapuscinski".
La mancanza di una voce capace di "narrare" la realtà soprattutto dal punto di vista umano, com'è stata quella di Ryszard Kapuscinski, viene ora, in parte colmata da un altro giornalista polacco, Jacek Hugo-Bader, che ci racconta la realtà di una Russia, pur molto ricca, ma molto degradata. Lo fa attraverso il resoconto di un suo viaggio di quattro mesi, da Mosca a Vladivostok, attraversando la Siberia. Invece del treno, mezzo di trasporto senz'altro più comodo e sicuro, Hugo-Bader sceglie il più avventuroso percorso con una jeep, che spesso ha vari guasti e una volta finisce fuori strada per la neve. La necessità di questo viaggio-verità deriva da una serie di articoli che due giornalisti sovietici avevano pubblicato sulla Pravda, in cui spiegavano quella che avrebbe dovuto essere la Russia del XXi secolo. Idee che facevano nascere la necessità di capire che cosa è diventato oggi quell'immenso Paese. Tanto che nel libro spesso cita in senso sarcastico le testuali parole del 1957.
Con un piglio di scrittura sempre diretta, a volte anche ironica, Hugo-Bader ha la capacità di accompagnare con sé il lettore in questo suo viaggio per riviverlo insieme durante la lettura. Lungo il percorso incontra le persone e sono i ritratti che lo scrittore-giornalista riesce a dare, così intensi e così veri, a rendere questo libro tanto vivo quanto intenso. Accanto ai racconti degli incontri, ci sono anche le trascrizioni di alcune conversazioni, scelta anche strutturale del voler mettere in evidenza quanto la realtà spesso sofferente dell'uomo sia l'unica a poter interrogare la Storia. Così è come se gli esclusi, anche per propria scelta, dal sistema russo - ma anche del divario sociale che esiste nella Russia di oggi, con una ricchezza esagerata e una povertà impietosa - si potessero prendere la parola e raccontare. Si va dai rapper e dal punk rock da Guerra fredda agli allevatori di renne, dai senzatetto ai superstiti dei vecchi manicomi. Ci sono poi due incontri che segnano il libro, per consistenza morale ed espressività della scrittura. Uno è quello con una comunità di sieropositivi, quella che si rifà a un misticismo molto personale, dove l'autore ha incontrato "le persone più felici dell'ex-Unione Sovietica" perché la loro è una libera scelta, un modo per ricostruirsi una vita e sentire la felicità nell'essere comunità. Come gli hippy, i primi che hanno rinunciato allo stile di vita sovietico, i primi a conquistarsi di nuovo la libertà e l'amore.
C'è anche il passaggio che sta intorno, quello delle popolazioni native della Siberia che stanno subendo una lenta, ma già visibile e allarmante diminuzione, con la perdita di quella cultura strettamente propria e delle diversità che la caratterizzano. Con in più il peso dell'alcol che è una realtà preoccupante nella Russia di oggi. Ce lo racconta Hugo-Bader, ma ben ne sintetizza la realtà una delle donne incontrate, ritratti assai intenso come quello della sciamana: "Il nostro Paese è in preda a una spaventosa epidemica alcolica, una vera piaga, una peste. Con tutte le conseguenze del caso: la criminalità, i penitenziari". Ne emerge una realtà sociale allo sbando, che fa dire alle persone incontrate nel viaggio che la Russia sta morendo; anche la corruzione e lo strapotere, la censura e l'ingiustizia sono i fantasmi di questo dissolvimento di una grande nazione. Un esempio è quello della polizia stradale: "I peggiori sono i poliziotti sbronzi. Hanno un mucchio di quattrini, soprattutto quelli della statale, ma sono violenti anche da sobri".
(Fulvio Panzeri)


A SUA IMMAGINE, RAI UNO, 24/08
Al minuto 25:40 circa si parla di FEBBRE BIANCA del polacco Jacek Hugo-Bader, su consiglio di Eraldo Affinati.
http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2014-08-24&ch=1&v=407161&vd=2014-08-24&vc=1#day=2014-08-24&ch=1&v=407161&vd=2014-08-24&vc=1

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PREZZO: €14,50
DATA USCITA: NOVEMBRE 2010
BROSSURA | PP. 240 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO ANGELA LORENZINI

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Emma alleva maiali in un angolo sperduto della campagna tedesca. È libera, forte e quello a una vecchia scrofa, che stringe quando riflette, è l'abbraccio più vigoroso che abbia mai dato. Gli animali sono la sua cura all'assenza di un amore, ai debiti che stanno per farle perdere la fattoria.
Una notte, però, il silenzio viene rotto dal fragore di un incidente stradale e nella sua vita arriva Max, giovane impiegato in fuga con il denaro rubato all'azienda per cui lavora e con il sogno di trascorrere gli ultimi mesi di vita in Messico.
Come d'incanto Emma si ritrova tra le braccia tutto ciò che poteva desiderare: una borsa piena di soldi e un uomo da amare. Ma la felicità c'entra qualcosa con i desideri?
Delicato, surreale, commovente, a tratti triste e a tratti rabbiosamente comico questo romanzo ci consegna una indimenticabile storia d'amore e di incontro tra destini.

"Emma andò in camera da letto e annusò la trapunta. C'era ancora impigliato il suo odore. Resina e cannella. E perché adesso se ne voleva andare, quel tipo dai begli occhi scuri?
Per una volta una donna salva un uomo invece che viceversa, lo consola come una madre, e dopo lui se ne vergogna? Per questo era così taciturno? E poi, dove voleva andare senza soldi?"

La felicità di Emma è una gioia, uno di quei romanzi che si leggono tutto d'un fiato e rimangono per sempre dentro di noi. ELIAS BARCELO


Claudia Schreiber vive e lavora a Colonia. È scrittrice, sceneggiatrice e ha collaborato con la radio e la televisione tedesca (ZDF). La felicità di Emma, primo romanzo tradotto in italiano, ha ottenuto in Germania uno straordinario successo di critica e pubblico ed è stato tradotto in numerose lingue.
Dal libro è stato tratto anche un film, diretto dal regista Sven Taddicken.

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DATA USCITA: NOVEMBRE 2015
BROSSURA | PP. 176 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO FRANCO FILICE

 

TRAMA

In tutte le famiglie ci sono dei segreti, storie che vengono taciute, fatti nascosti dietro alle porte, sotto i tappeti o in una casa di pescatori a millequattrocento chilometri di distanza da dove si è cresciuti.
All’inizio di una torrida estate Juno riceve una lettera anonima grazie alla quale scopre che il padre le ha lasciato in eredità una casa in Bretagna. Chiede spiegazioni alla madre, ma in cambio riceve solo silenzi e un mazzo di chiavi. Allora prende una decisione: carica poche cose in macchina e parte. La casa è già abitata da Julie, una ragazza di Marsiglia che lavora al Bar du Matin e che accoglie con circospezione e semplicità la nuova arrivata. Prende vita così un viaggio alla scoperta di un passato che riemerge un po’ alla volta, doloroso, ma finalmente libero di essere guardato in faccia, di essere capito, di essere curato. Con un linguaggio scarno, attento e già maturo Lisa-Maria Seydlitz ci regala una bella riflessione sulla famiglia, sulla perdita, sulla solitudine, ma soprattutto sulla vita che continua e ci riserva sempre nuove sorprese.

«Mio padre dovrebbe rientrare oggi. È da un’ora che lo aspettiamo in giardino tra girasoli e digitali. Mia madre cammina nervosamente sull’erba calpestando con i sandali le ciliegie cadute che le lasciano sulle caviglie delle striature irregolari, rosse. Sale di continuo le scale come per entrare in casa, si ferma sul vano della porta e tende l’orecchio nella speranza che squilli il telefono. I cubetti di ghiaccio nella caraffa di vetro sul tavolo del giardino si sono ormai sciolti. Mia madre mi ha pettinata: ho i capelli tirati all’indietro e una frangetta che mi si appiccica sulla fronte. Mia madre ha comprato dei vestiti nuovi, rosso a pois gialli il mio, a pois bianchi il suo. Ieri sera, dopo il lavoro, è andata in città per cercare l’abbigliamento giusto per oggi. Si passa una mano sul vestito come per spolverarlo e alza lo sguardo verso di me».

PRESS

Una piccola meraviglia. NDR KULTUR
Incantevole! JOY
Un esordio che promette molto e che mantiene ciò che promette. DEUTSCHLANDRADIO KULTUR
Una impressionante opera d’esordio. DRESDNER NEUESTE NACHRICHTEN
Uno dei miei libri preferiti. HANNS-JOSEF ORTHEIL
Solare e malinconico. TAZ
Va dritto al cuore. NZZ


RASSEGNA STAMPA

INTERNAZIONALE, 8/1/2016
Lisa-Maria Seydlitz, Figlie dell’estate
Figlie dell’estate è il primo romanzo della tedesca Lisa-Maria Seydlitz, nata nel 1985, e a prima vista sembra appartenere al prolifico filone dei romanzi familiari. Ancora una volta al centro della storia ci sono i “segreti” di una famiglia; ancora una volta la narrazione procede attraverso flashback; e ancora una volta il racconto è scritto al presente, cosa che rende così statici tanti romanzi contemporanei. E tuttavia Lisa-Maria Seydlitz si muove con la sicurezza di una sonnambula su tutti questi abissi.
Figlie dell’estate rievoca un’estate sulla costa della Bretagna, raccontata dal punto di vista di una giovane donna, Juno, che dopo aver ricevuto una strana lettera parte per la Francia a riscuotere un’eredità lasciatale dal padre, una casa di pescatori. Il padre si è suicidato anni prima e il viaggio in Bretagna offre a Juno l’occasione per ripercorrere nella memoria le tappe della propria infanzia, che è tutta circondata da enigmi legati a lui. Come uomo d’affari il padre, prima di avere disturbi mentali, intraprendeva viaggi non meglio specificati verso la Francia. Ma l’oscurità comincia a diradarsi quando Juno scopre che nella casa che ha ereditato vive un’altra ragazza, Julie. Camille, proprietaria del Bar du Matin, e Jan, un architetto vicino di casa, sono insieme a Julie pezzi di un unico puzzle, che si compone passo dopo passo nel corso del romanzo. Una delle rivelazioni è che Julie è la sorella di Juno. Figlie dell’estate salta avanti e indietro tra diversi piani temporali. “I ricordi si fondono con i sogni, si fondono con i desideri, si fondono con il presente e diventano una cosa sola”, riflette Juno, “come pellicole colorate che si sovrappongono e si combinano per dar vita a una nuova immagine”. In questa metafora c’è tutta la poetica del romanzo, capace di raccontare gli stati d’animo fluttuanti e indefiniti che accompagnano l’infanzia e le scoperte della giovinezza.
Rainer Moritz, Neue Zürcher Zeitung

IL MANIFESTO, 24/12/2015
L'IMPOSSIBILE UTOPIA DELLA FELICITÀ FAMILIARE
Le storie di figli, fratelli, sorelle riconciliati mi hanno sempre acchiappato (forse per proiezione, magari per desiderio di emulazione).
Tutte le storie poi in fondo parlano di questo: il passato dei padri ricade sul presente dei figli, vendette fratricide, tradimenti, eredità spartite a duello. Ognuno di noi è nato da un ventre, ognuno di noi vive accanto a esseri umani vicini per sangue ma non sempre per cervello o cuore, ognuno di noi morirà solo, senza dimenticare errori, rivalità, bugie. Parricidi, infanticidi, matricidi, incesto, le declinazioni dell'amore deviato tra consanguinei.
Edipo destinato a uccidere il padre e a giacere con la madre. Medea assassina dei suoi stessi figli. Urano, per toglierseli di torno, infilava di nuovo i neonati nel ventre da cui erano venuti.
Crono divorò tutti i suoi figli, subito dopo la nascita. Da qui parte tutto: da Star Wars a Pirandello fino alla tv spazzatura.
Da allora ci siamo evoluti ma solo un po', sotto sotto sempre là stiamo: le storie, per funzionare, hanno bisogno di un uomo con tendenze incestuose, di una donna incatenata in un amore edipico fino alla fine dei suoi giorni, di un padre che non riconosce i propri discendenti (e fugge in un paradiso fiscale).
Da una ventina d'anni siamo tutti un po' fratelli di tutti: genitori si lasciano e figliano di nuovo con nuovi partner,  apparteniamo tutti a famiglie allargatissime: ritrovarsi a chiamare sorella un'emerita sconosciuta solo perché i nostri genitori scopano, passano i weekend insieme fuori città portando noi figlie - «son coetanee, chissà che non diventino amiche» - ma non si sa quanto la relazione reggerà (forse fino a quando la figlia della «matrigna» una notte si confonderà e andrà a letto col fidanzato della «sorellastra»)...
Nel romanzo Figlie dell'estate (Keller editore) della tedesca Lisa-Maria Seydlitz (classe 1985) tutta questo furore passionale non esiste: siamo nel civile nord Europa, una famiglia con una sola bambina, im padre che si assenta, a volte per lavoro, a volte per soggiorni in clinica non ben identificati.
Il libro interseca due piani temporali: un presente in cui Juno, la giovane ormai divenuta orfana di padre, ricevuta una lettera anonima grazie alla quale scopre di avere ereditato una casa in Bretagna, parte immediatamente, in barba ai silenzi inoppugnabili della madre; un passato di vita familiare di non detti, sorrisi sghembi, amore filiale verso una figura paterna complicata. Durante il soggiorno francese la protagonista incontrerà Julie, bella ragazza marsigliese, che occupa la casa di Juno senza darci peso. Il loro è im incontro inatteso, foriero di scoperte. La leggerezza di ritrovarsi vicine tra estranee (che estranee non sono affatto), la possibilità di migliorarsi, fare i conti con un passato non vendicativo né punitivo, quanto piuttosto occasione e riparo, cura e recupero, superamento della solitudine e potenziale condivisione. Senza ghingheri o esclamazioni si scopriranno sorelle consanguinee, di diverse madri ma dello stesso seme: somiglianze a distanza, curiosità da far venire a galla nuotando insieme dentro il mare caldo dell'estate. (Pur sembrandomi, nella mia trama personale, un'utopia impossibile, ho amato molto questo lieve libro a lieto fine).
Fabiana Sargentini

€14,50
Codice SKU: 9788889767825
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PREZZO: €13,00
DATA USCITA: NOVEMBRE 2012
BROSSURA | PP. 144 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO FABRIZIO CAMBI

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 Questi scritti densi, leggeri e acuti allo stesso tempo, sospesi tra memoria, diario, poesia e riflessione ci permettono di scoprire il mondo privato e letterario di Herta Müller, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura, e di lanciare uno sguardo più lucido sul mondo.
Ogni pagina è resa ancora più affascinante dall'incontro tra pensiero e quotidianità, tra gesti e oggetti semplici e interpretazioni del mondo, tra ricordi dell'infanzia e consapevolezze dell'età adulta che l'autrice rumena di lingua tedesca restituisce con una lingua e con immagini che restano a lungo nella memoria.
 
 
Herta Müller, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2009, è nata nel 1953 in un villaggio di lingua tedesca nel Banato rumeno.
Tra i suoi libri tradotti in italiano: Il paese delle prugne verdi (Keller), Il re s'inchina e uccide (Keller), L'altalena del respiro, Bassure, In viaggio su una gamba sola, Lo sguardo estraneo, Cristina e il suo doppio, In trappola.
 

 



TUTTOLIBRI DEL 17/11/2012, LA STAMPA
MUELLER: I MIEI BAMBINI PAZZI PER CEAUSESCU



LIBERO, 27 novembre 2012
HERTA MÜLLER
di Vito Punzi

Alla scrittrice rumeno-tedesca Herta Müller,Nobel per la letteratura nel 2009, il coraggiodi chiamare le cose con il loro nome, soprattutto quando in gioco c'è la libertà d'espressione, non è maimancato e ora, a pochi giorni dalla consegna dello stesso riconoscimento al cinese Mo Yan (il 10 dicembre), dimostra di non voler accettare compromessi, usando il quotidiano svedese Dagens Nyheterper definireuna «catastrofe» la scelta di premiare uno scrittore che ha contribuito di recente alla stesura di un volume commemorativo contenente le regole censorie elaborate da Mao Zedong nel 1942.
Del resto, appartenente alla minoranza germanofona rumena, la Müller ha vissuto la propria infanzia sotto il regime comunista di Ceausescu come «scuola di paura» e quella terribile esperienza è diventata il contenuto di tutti i suoi romanzi e scritti, compresa l'ultima raccolta di saggi e discorsi, appena edita inItalia, in cui ricompone il rapporto tra la propria biografia e le proprie opere letterarie.
Dopo averne pubblicato una parte nel 2011 nel volume Il re s'inchina e uccide, è sempre l'editore Keller a proporre i restanti scritti contenuti nel volume Der König verneigt sich und tötet (Hanser 2010) ne Il fiore rosso e il bastone (trad. di Fabrizio Cambi, pp. 138,euro 13).
In luogo dell'infanzia la Müller trova solo i ricordi di un padre che si ubriaca per dimenticare il suo passato di SS e di una madre che non riesce a superare il pensiero della deportazione in un lager sovietico edella sua impotenza: «Lei infatti piangeva perché il marito era un ubriacone che agitava il coltello quando gli chiedeva contodel suo comportamento. Io invecepiangevo perchévolevoavere una madre che qualche volta piangesse per me, per una figlia che non sa perché appartiene a quei due genitori». Così il villaggio d'origine resta un oggetto di disgusto sotto il cui cielo non c'è nulla da attendersi se non malattia, punizioni per i peccati quotidiani e morte.
La Müller non vuole essere accolta come fenomeno interculturale e piuttosto insiste su un'esperienza che è stata così diversa da quella di un qualsiasi altro scrittore o semplice cittadino tedesco che il comunicarla appare quasi impossibile. E quando ne fa memoria e tenta di raccontarla non esita a riconoscere il proprio limite: «Ancor oggi mi vergogno di aver capito allora così poco le dimensioni reali delle cose. Mi stupisce quanto poco abbia compreso in ogni momento del presente il bagaglio consegnatomi dal passato per il futuro».
Ciò che è esistenziale e ancor più ciò che minaccia l'esistenza rappresentano un bene esile nella letteratura contemporanea. Per la Müller, al contrario, sembra non esistere altro. Il suo mondo è privo d'ironia, di letizia; vive in una condizione di costante emergenza, la quale può essere gridata aderendo alla lingua che sola può raccontare l'esistenziale: la lingua del villaggio. Grazie a essa, così le sembrava da bambina, le persone che le stavano attorno «riferivano le parole direttamente alle cose che intendevano indicare». Espresso con ancor più chiarezza, «le cose si chiamavano così com'erano ed erano proprio così come si chiamavano.
Un accordo stipulato in eterno». In quest'assenza di varchi tra la parola e l'oggetto è nascosto il valore della scrittura della Müller (che troppo facilmente viene accusata di rielaborare sempre gli stessi temi), perché in virtù di quest'aderenza i suoi testi finiscono col librarsi oltre le stesse cosenominate, finoache questestesse si trasformano in preziose metafore.
Ma i ricordi della vita nel villaggio della sua infanzia sono legati anche al silenzio dei suoi abitanti, dei contadini, e ancora oggi la scrittrice ne riconosce il valore, cheè perfinosuperiore a quello delle parole, perché «il silenzionon è una pausa che si inserisce quando si parla, ma è un fatto in sé». Col silenzionasceva «un sovraccaricarsi delle cose che si trascinavano e che noi ci portavamo dietro».
«Le parole», continua, «non hanno un peso simile perché non si fermano. Subito dopo aver finito di parlare, appenadette, le parole sonogià mute. E si lasciano dire singolarmente una dopo l'altra. A ogni frase tocca il suo turnosolo quando è finita quella prima. Invece quando si tace viene fuori tutto insieme, vi resta attaccato tutto quelloche da lungotempo non è stato detto».
Accusata, in particolare dai recensori tedeschi, di scrivere "solo" sul suo passato rumeno, laMüller si difende ricordando che i suoi sono criteri di «appartenenza», non «spaziali», comesono quelli cui siobbedisce in Germania: «Se io scrivo qualcosa dellaRomania che risale a dieci anni fa, significa che scrivo (ancora) sul passato. Se un autore di qui scrive sul dopoguerra, sul miracolo economico o sul Sessantotto, lo si legge come presente». E probabilmente è proprio questa sua «appartenenza» al passato a donarle quella libertà di criticare il Nobel al politicamente compromesso Mo Yan che troppi critici e scrittori tedeschi dimostrano di non avere.

 

 

LA REPUBBLICA - D -15  dicembre 2012

IL DONO DI HERTA
Nella nuova raccolta della Müller c'è la chiave della sua intera opera narrativa di Tiziano Gianotti

Una raccolta di scritti sospesi tra memoria e immaginazione, vicenda personale e Storia, che affianca il precedente Il re s'inchina e uccide e va a formare una sorta di glossario dei motivi e figure del mondo di finzione di Herta Müller.

Per chi ha letto L'altalena del respiro, Bassure e Il paese delle prugne verdi la lettura di Il fiore rosso e il bastone è una conferma, per un nuovo lettore è il miglior viatico possibile all'opera di unodelle maggiori scrittrici europee d'oggi.

Dove viene subito facile isolare i due paradigmi della vicenda personale, il silenzio e la paura: «Se sto in silenzio, si assopisce in me la paura, così mi sembra. Se parlo, si risveglia».

Il silenzio che è un modo di comunicare, quando non si parla di continuo di se stessi e così si ascolta con gli occhi, si impara a intendere i movimenti di labbra e narici, mento e dita delle mani, com'era nel paese natale della Müller, nel Banato, dove i contadini svevi, tedeschi in terra rumena, non fanno grande uso delle parole. È così che si sviluppa quella capacità di osservazione estrema che nella scrittrice si traduce nella precisione lenticolare di un pittore fiammingo, quella capacità di mettere a fuoco tutti i dettagli su una profondità di campo che è quella infinita dell'immaginazione.

La paura è invece quella del perseguitato politico dal regime, in questo caso quello del dittatore Ceausescu, che la Müller ha dovuto patire per molti anni: è il brodo di cultura da cui nascono le figure nere, gotiche dei suoi romanzi, frutto di una vertiginosa vena metaforica. 

Ecco allora che lo scrittore ritrova la figura della Morte, così presente nel quotidiano contadino svevo e in quello cittadino del perseguitato, nelle «pesche di vecchie », le pesche amare grosse come noci che le vecchie montanare scendevano a vendere al mercato, oppure seduta lungo le strade e «chiara come la cera», quando dai tigli in fiore cade quella polvere gialla che al paese natale chiamavano «lo zucchero dei cadaveri».

D'altro canto, chi se non uno scrittore gotico tedesco potrebbe raccontare «della collezione dei modi di morire in una valle nel pieno della fioritura»? Quella che lei voleva raccontare all'amica di città, sensuale e scoperta, che finirà col tradirla inchinandosi al re di stato, il dittatore, che vuole ucciderla: dovrà lasciarla pur amandola e sapendo che deve morire di cancro, una perdita dolorosa «come il taglio di un bosco », e nessuno ha mai detto meglio il vuoto della perdita di una persona amata, il panico di fronte al nulla che rimane là dove prima erano il rigoglio e il silenzio, l'ombra e la luce, un mondo.

■ Herta Müller Il fiore rosso e il bastone, Keller, 13 euro

MANGIALIBRI
DI CATERINA MORGANTINI

Il silenzio, infilato nei pertugi degli eventi che non si possono raccontare. Il potere, arrivato ad influenzare la mimica di bambini ed adulti. La felicità e la fortuna, diametralmente opposte sul filo teso dalla speranza. Infine la lingua quale ultimo, invalicabile confine tra le persone. Nascere, poi crescere, in un Paese stretto nella morsa della dittatura è esperienza sommamente complessa, capace di scatenare, una dopo l'altra, domande senza risposta, riflessioni senza approdo. Vuol dire, per la scrittrice Herta Müller, non riconoscersi in alcun luogo: che sia il piccolo villaggio nel Banato rumeno o la grande città in cui studiò per diventare una donna libera, la sua condizione di "diversa" tra gente "normale" rimane perpetua, inconciliabile con il regolare scorrere delle ore. Così, con le parole imbavagliate, la paura quale fedele compagna quotidiana fin dall'infanzia, la scrittrice propone una particolare, intima interpretazione della realtà: osservata e descritta dallo sventurato punto di vista di chi, non avendo modo di agire, si rifugia nel pensiero per poter decifrare uomini ed eventi. Sembra non esserci gioia, nel mondo di Herta, né un alito di vento che sollevi da terra l'urgenza di andare e ritornare sulle stesse, irrinunciabili questioni: come se non si fosse detto abbastanza della coercizione imposta dalle autorità, dell'influenza prepotente esercitata fin dai primi anni di scuola. Ciò che mai si allontana da questi scritti, capaci di prendere i caratteri del diario e della pubblica confessione, è la sinistra presenza della Morte: incarnata qui nelle mille fratture quotidiane, silente osservatrice delle pene umane. La Müller, dunque, senza voler incarnare il personaggio dell'esule o del perseguitato, riesce passo passo, con magnifica lucidità, a descrivere quanto di incredibilmente doloroso e assurdo possa esserci nella vita, osservata con gli occhi di chi sa di avere mille occhi addosso...
"I libri non potevano cambiare niente, ma ci mostravano come sembriamo quando non si può realizzare la felicità". Più che dichiarazione d'intenti un assunto che ha il sapore di una resa da parte di chi, con i libri, è uscita dai confini angusti imposti da una dittatura conoscendo popolarità e fama (ma non, si potrebbe dire quasi con certezza, alcun sollievo emotivo). Il fiore rosso e il bastone è l'ultimo libro di Herta Müller che l'ottimo editore Keller propone ai lettori italiani: una scelta, pubblicare i lavori di questa autrice sconosciuta fino a qualche anno fa, ripagata dal successo di pubblico e critica dopo la vittoria del Nobel per la letteratura, nel 2009. Anche qui, come nei precedenti romanzi e saggi, la strada da compiere per arrivare fino al centro nevralgico dei motivi che più premono per emergere in superficie è una ripida salita di montagna, resa accidentata da sassi, foglie, radici: da affrontare con cautela e passione, senza lasciarsi scoraggiare dalla prima difficoltà semantica, dal peso che ciascuna frase ha nella struttura ad "archi rampicanti" del volume. In poco più di cento pagine la Müller condensa ricordi d'infanzia e riflessioni "adulte" dettate da un'amara conoscenza del mondo, accendendo tanti piccoli lumi su temi complessi, delicati: libertà, gioia, inquietudine. L'autrice, qui come in altri contesti, fa della sua esistenza, radicata in una palude fatta di reciproco sospetto e diffidenza, un museo a cielo aperto, nel quale girovagare tenendo in allerta tutti i sensi: trovando, gli uni accanto agli altri, gli oggetti della quotidianità e i grandi avvenimenti storici, i membri della famiglia e i controllori al servizio del potere, i villaggi e le città, le grandi aspettative e i piccoli, insormontabili terrori di ogni giorno. Il fiore rosso e il bastone, condensando in sé i caratteri del diario, della confessione, del saggio, aggiunge un altro tassello alla conoscenza di una scrittrice divenuta personaggio pubblico senza perdere i caratteri della più tenace riservatezza. Gli affezionati non avranno dunque nessuna difficoltà a ritrovarsi tra pagine lievi e profonde, dense ma senza senz'affanno: i neofiti, invece, comprenderanno subito quanto sia bello avere a che fare con un intelletto sopraffino, capace di raccontarsi e raccontare usando voci ed espressioni intagliate nel legno pregiato di un'immensa bravura.
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€13,00
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PREZZO: €13,50
DATA USCITA: APRILE 2010
BROSSURA | PP. 144 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL POLACCO MARZENA BOREJCZUK

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Sono molte le vite che popolano questo piccolo e intenso libretto scritto da Irit Amiel, sopravvissuta alla Shoah dopo aver passato i primi anni della guerra rinchiusa nel ghetto di Cestocova. Una scrittura densa e poetica che le è valsa l'inserimento nella rosa dei candidati all'edizione 2009 del NIKE, il più prestigioso premio letterario polacco.
In queste pagine il presente "s'incontra e si mescola con il passato", fioriscono episodi, memorie, miniature, sogni. Le fredde campagne polacche e le strade buie delle città, in cui echeggiano i passi delle pattuglie tedesche, si alternano al sole e alle brezze mediterranee in un continuo dialogo tra ieri e oggi, tra la Polonia - terra della perdita - e Israele - terra della rinascita, tra gli scomparsi e i sopravissuti, tra i padri e i figli, tra i nemici e gli amanti.
Ritornano i temi del dolore, del recupero della vita, della voglia di ricominciare, dei fantasmi che ricompaiono, dell'amore, ma quel che più colpisce è che Irit Amiel ci dimostra come sull'olocausto non sia già stato detto tutto.
 
 
Nata nel 1931, Irit Amiel ha trascorso i primi anni della Seconda guerra mondiale nel ghetto di Cestocova in Polonia riuscendo a fuggire e a salvarsi procurandosi dei falsi documenti ariani.
Ha lasciato la Polonia nel 1945 per raggiungere la Palestina, clandestinamente, solo due anni dopo, nel 1947, passando per la Germania, l'Italia e Cipro. Da allora vive in Israele e alterna lavori in prosa a raccolte poetiche. Fratture è stato inserito nella rosa dei candidati al NIKE 2009, il più prestigioso premio letterario polacco che viene concesso al miglior libro dell'anno.
€13,50
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PREZZO: €10,00
DATA USCITA: NOVEMBRE 2014
BROSSURA | PP. 108| COLLANA RAZIONE K
TRADUZIONE DAL TEDESCO

TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA RUCHAT E ALLIEVI FONDAZIONE MILANO LINGUE CRISTINA GALIMBERTI, ANNA CLAUDIA IACOPINI, NOEMI LATTARULO, FEDERICA TORTIELLO

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FINALISTA CANDIDATO AL PREMIO TERZANI 2015

Nella zona vietata, sul lato est del confine che per quarant’anni ha separato i tedeschi dai tedeschi, c’erano duecentonovantasette villaggi.
La zona chiusa tra i due blocchi era larga cinque chilometri, in un certo senso era il braccio di isolamento della DDR, una nazione ermeticamente chiusa…
Solo chi risultava politicamente affidabile poteva rimanere in quella zona. Entrare o uscire da uno dei villaggi era possibile unicamente grazie a un lasciapassare...
Tra la zona vietata e la Germania Ovest, c’era la striscia della morte con torrette di guardia e campi minati, recinzioni di metallo e postazioni di sparo automatico. Lì ci abitavano solo i cani…

€10,00
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GALIZIA

Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa


PREZZO: €18,00
DATA USCITA: MARZO 2017
BROSSURA | PP. 288 | 32 pagine con immagini a colori |COLLANA RAZIONE K
TRADUZIONE DAL TEDESCO FABIO CREMONESI

Chiunque abbia amato la letteratura mitteleuropea deve almeno sfogliare questo libro.

 

Caro Martin, hai scritto un libro bellissimo, che è insieme il tappeto magico di Faust, un grande viaggio nella Storia e nella vita. CLAUDIO MAGRIS

Libro di viaggio, trattato, omaggio poetico e filosofico, reportage, saggio e cronaca, resoconto di un mondo scomparso, gioco letterario, romanzo documentario, portolano per una terra senza mari, non c’è una sola definizione che possa calzare pienamente per questo libro straordinario che tutte le riunisce e tutte le rende inadeguate e insufficienti. Con Galizia di Martin Pollack ci si immerge senza mediazioni in un mondo intero: quello dell’Europa di mezzo, quello della carne e la terra che la componeva, quello dell’immaginario che ne è scaturito.
In queste pagine tutto si moltiplica quasi all’infinito assumendo però una chiara identità. Popoli, lingue e minoranze, città che hanno svariati nomi e vite a seconda dell’etnia e della lingua che le nomina, spazi ampi e smisurati, senso del confine e del confino pari a quello delle grandi terre dell’esilio… In questo cuore del nostro continente, ormai dimenticato persino nel nome, sta gran parte del Novecento e di quello che oggi siamo.

Questo libro è un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa, un tentativo di descrivere un mondo prima della sua distruzione. Le mie guide sono state quegli autori ebrei, tedeschi, polacchi e ucraini [solo per citarne due tra tanti Joseph Roth, Bruno Schulz, N.d.R.] che hanno fatto della Galizia e della Bucovina un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione tra popoli e culture.
MARTIN POLLACK

Un libro che ha una precisione da orario ferroviario austroungarico e il respiro vagabondo di grandi libri quali il Viaggio in Galizia o Ebrei erranti di Joseph Roth.
CLAUDIO MAGRIS

Martin Pollack, nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco (vari i reportage di Kapuściński che ha fatto conoscere nel mondo tedesco), giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per la rivista «Spiegel» a Vienna e Varsavia tra il 1987 e il 1998.
Il suo lavoro è stato premiato tra gli altri con l’Ehrenpreis des österreichischen Buchhandels für Toleranz in Denken und Handeln (2007) e con il Leipziger Buchpreis zur Europäischen Verständigung (2001). Vive a Vienna e Stegersbach, nel Burgenland meridionale. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007), Warum wurden die Stanisławs erschossen? (2008), Kaiser von Amerika. Die große Flucht aus Galizien (2010), Paesaggi contaminati (Keller, 2016). 

 

MAPPA INDICATIVA DI ALCUNI LUOGHI CITATI NEL VOLUME

 

RASSEGNA

VIAGGIO IMMAGINARIO NELLA GALIZIA CHE NON C’È
Letteratura | Uno straordinario reportage dello scrittore Martin Pollack. Dalla regione cancellata dal ’900 che ha dato i natali a Joseph Roth e Paul Celan, Helene Deutsch e Bruno Schulz... Culla dell’Illuminismo ebraico e guazzabuglio di culture

PAGINA99 | 11 MARZO 2017

Enrico Arosio Robert Musil, per il suo Uomo senza qualità, aveva creato la Kakania. Gregor von Rezzori s’era inventato, anni dopo, la Maghrebinia. Quanto a Joseph Roth, aveva immaginato un Hotel Savoy di 864 stanze, città-Stato ai margini di quell’Est metafisico che comincia dopo Vienna e finisce in Siberia. Erano tutti luoghi inventati. Finzioni letterarie. Metafore della Mitteleuropa perduta.
Poi c’era la Galizia, che esisteva davvero. Che cos’era: un regno, un ducato, una regione, un territorio conteso? Di tutto un po’. A lungo fu sotto la Corona d’Asburgo, e dunque Austria. Dal 1918 se la riprese la Polonia, e la vicina Bucovina andò alla Romania. Dopo il 1945 una parte fu inglobata nell’Urss, è oggi si è sciolta tra Polonia e Ucraina. Sono rimasti i Carpazi, ma la Galizia non esiste più, è diventata un luogo ipotetico.
Martin Pollack, scrittore austriaco, le ha dedicato un libro straordinario dal titolo secco: Galizia (Keller, traduzione di Fabio Cremonesi, 288 pp., 18 euro). Pagina99 lo ha letto in anteprima. L’autore lo definisce «un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa». Dove i nomi stessi delle città sono cangianti come le forme di sovranità. Leopoli, la principale, sarebbe Lemberg che sarebbe Lwów che sarebbe L’viv. In Galizia nessun idioma comandava appieno: coabitavano il polacco, il tedesco, lo yiddish, il ruteno, e si parlava anche il romeno, l’ungherese, il russo. «Una Babele variegata e sconosciuta », riassume Claudio Magris in una importante postfazione centrata su questa «patria dei senza patria».
Leopoli era considerata la porta sul mondo.
Un mischmasch, un guazzabuglio non solo in senso etnico. Intorno al 1900, sotto l’Impero di Francesco Giuseppe, aveva 160 mila abitanti, polacchi, ebrei, ruteni (gli odierni ucraini), e nei dintorni minoranze tedesche. I polacchi erano in posizione dominante, e la burocrazia polacca, in particolare, sbarrava la strada alle carriere altrui nel pubblico impiego.
La città aveva qualche pretesa, piena com’era di gente ambiziosa. La stazione principale, scrive Pollack, «riempiva di orgoglio ogni abitante» con le sue alte volte vetrate e l’arrivo dei treni da Vienna, Berlino, Parigi. A Leopoli si riuniva il Parlamento galiziano, risiedevano il governatore, tre arcivescovi (cattolico romano, armeno e di rito greco), un rabbino capo. Si erano insediati diversi consolati esteri. L’hotel Bristol e altri alberghi eleganti tenevano a un certo tono. Leopoli era sede universitaria. Ed era un centro dell’I l l uminismo ebraico.
Se il ruteno rimaneva contadino, il proletario ebreo era inquieto, mirava a diventare borghese e suscitava invidie. Gli antisemiti non erano pochi, specie tra i polacchi cattolici.
Joseph Roth definiva l’antisemitismo nelle regioni orientali della monarchia «il socialismo degli imbecilli». Tanti giovani ebrei sognavano un’occasione per andarsene. Non solo dalle Judengassen, i vicoli fangosi con le buie casine di legno riscaldate da stufe precarie dove di frequente scoppiavano incendi; ma verso l’agognato Occidente, verso Vienna, Berlino, New York, il Brasile. Veniva da Przemysl, città fortificata sul fiume San con guarnigione di truppe austro-ungariche, la ragazza Helene Rosenbach: poté studiare a Vienna, divenne assistente di Sigmund Freud, sposò un noto medico, e con il nome di Helene Deutsch si affermò come psicoanalista negli Stati Uniti.
Pollack s’immagina di viaggiare sulle ferrovie imperial-regie fino alla Bucovina. A ogni tappa ci fa conoscere personaggi nuovi, estrae aneddoti vivaci, a volte leggende. Come la diceria, non priva di grazia poetica, che in certi paesi «gli abitanti di notte legassero il municipio al tiglio del paese per proteggerlo dai ladri». Con calda partecipazione umana fa rivivere frammenti di un mondo che finì annientato prima nei crematori della Shoah nazista, poi nelle deportazioni staliniane.
In Galizia a inizio Novecento gli ebrei erano una marea, oltre 800 mila, e la metà di loro erano negozianti, attivi nei commerci più vari. Chi fece studiare i figli, chi si assimilò, i sionisti emigrarono in Palestina, i socialisti a Berlino, gli avventurosi nelle Americhe; ma tra quelli che rimasero, tanti Kaftanjuden, gli ebrei col caffettano di Roth, salirono in cielo per la via del camino.
La miseria era ben visibile, le condizioni igieniche spesso terribili, l’ignoranza diffusa, ma una certa enfasi in quelle contrade era la norma. Leopoli era detta «piccola Vienna», i dintorni di Terebovlja la «Svizzera di Podolia», il villaggio di Busk la «Venezia della Galizia». La regione di Drohobic, addirittura, la «nuova Pennsylvania». Un motivo c’era. Drohobic crebbe, nell’Ottocento, sullo sfruttamento dei campi petroliferi. Dapprima minime imprese locali, poi compagnie internazionali, con ingegneri tedeschi e americani.
Gli speculatori, in quella febbre contagiosa, ci sguazzavano. Sorsero ville esagerate con scalinate in marmo e fontane a zampillo. Gli industriosi ebrei che all’inizio facevano tutto, sia i finanziatori sia i manovali e i sorveglianti, furono negli anni contrastati dalle banche austriache, che si presero operai cristiani. Discriminazioni incrociate.
Eppure, fino agli anni Trenta, la Galizia fu un esperimento di convivenza etnica e culturale, non solo uno spazio economico: il che ci fa riflettere sulle pulsioni antieuropee di oggi.
Colpisce come un territorio così piccolo abbia prodotto tanti ingegni. Da Drohobic proveniva, figlio di un mercante di tessuti ebreo allontanatosi dall’ortodossia, Bruno Schulz, l’autore di Le botteghe color cannella, che paragonava la corsa all’oro nero a «un selvaggio Klondike». Schulz morì a 50 anni, nel 1942, assassinato dalle SS dopo un rastrellamento.
In una modesta casa di Brody (donde origina il cognome dell’attore americano Adrien Brody) crebbe Joseph Roth, che poi studiò all’imperialregio liceo di lingua tedesca Kronprinz Rudolf, e dedicò alla Galizia e all’aspro mondo dello shtetl pagine fondamentali della letteratura centroeuropea, da Ebrei erranti alla Cripta dei Cappuccini.
A Czernovitz, dove borghesia e intellettuali si incrociavano al Café Habsburg e al Café de l’Europe, era nato il poeta Paul Celan, che poi morì suicida a Parigi nel 1970. Di Czernovitz era anche Gregor von Rezzori, l’apolide aristocratico vissuto a lungo in Toscana, di cui Pollack però non parla. Da Ivano- Frankivs’k arrivò a Berlino l’ex fornaio Alexander Granach, che fece una brillante carriera da attore nei teatri di Max Reinhardt.
Da Tarnów (dove «il Municipio è circondato da un mare di sporcizia, da cui sorge come un’isola») veniva lo scrittore di lingua tedesca Karl Emil Franzos, che per definire Galizia e Bucovina coniò il termine Halb-Asien, Mezza Asia; lo pensavano in molti, ma lui fu il primo a metterlo per iscritto.
C’è un particolare importante che non va dimenticato: gli ebrei che volevano gettarsi alle spalle ortodossia, povertà, superstizione avevano come traguardo la lingua e la cultura tedesca. Non è un caso che siano in tedesco, e non in polacco, le più importanti testimonianze letterarie di quel mondo.
Per tornare a Pollack, l’autore si muove nel cuore meticcio della Mezza Asia con piglio da antropologo. Accurato, mai pedante, ci regala anche scoperte divertenti, come le pagine sulla minoranza degli huzuli, montanari di cultura patriarcale, renitenti alla leva, dediti al brigantaggio. Le ragazze più belle erano dette «le parigine dei Carpazi».Ma un motto maschile era: «Non picchiare una donna è come non affilare una falce». Angeli e demoni di un angolo d’Europa svanito nel nulla, ma che riecheggia nei nostri cuori e ravviva le nostre ansie.

 

 

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CIECO SULLA CIMA DEL MONDO


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DATA USCITA: MARZO 2013
BROSSURA | PP. 272 | 8 PP IMMAGINI | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO FABIO CREMONESI

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Andy Holzer non riesce a vedere le montagne perché è cieco dalla nascita. Eppure questo alpinista estremo può cogliere tutto del paesaggio che lo circonda attraverso l'udito, l'olfatto, il tatto e il gusto.
In "Gioco d'equilibrio" Holzer racconta la propria infanzia in un paese del Tirolo austriaco, l'adolescenza, come è cresciuto in una famiglia che non ha mai interpretato il suo stato come una limitazione e, infine, le sue incredibili ascensioni e scalate. Ne scaturisce un ritratto vero e appassionante.
"Gioco d'equilibrio" non è solo un libro sull'alpinismo. È un libro sulla vita. Qui la montagna è potente, con le sue vette, le sue sfide, i passaggi arditi, i limiti che impone all'uomo, ma tutto nasce con un bambino cieco che non si arrende, vive pienamente e diventa un grande alpinista.
Andy Holzer è un esempio prezioso di come sia possibile trasformare gli ostacoli in opportunità e di come "dipendere l'uno dall'altro possa essere una benedizione", un gesto di fiducia, un dono meraviglioso, anziché una maledizione.
 
 

Andy Holzer è uno dei più celebri scalatori non vedenti, ed è conosciuto principalmente per i suoi successi in arrampicata e alpinismo. È cieco dalla nascita, è sposato e vive in Tristach, dopo la scuola si è dedicato agli sport professionali come lo sci, il surf e mountain bike.

Nel 2007 è stato vincitore del Premio Life nella categoria sport.

www.andyholzer.com

 
 

 STAMPA

LA REPUBBLICA
4 AGOSTO 2013

Holzer, la cecità non è un handicap
«Per uno che ci vede è difficile immaginare che la vita possa essere bella anche al buio». Parola di Andy Holzer, nato a Lienz (Austria) 47 anni fa, cieco dalla nascita, colore preferito celeste, fisioterapista, musicista e soprattutto alpinista estremo, con all'attivo la conquista di sei delle "Seven Summits". In Gioco d'equilibrio, Holzer racconta la sua «vita dinamica ed emozionante», vissuta con la consapevolezza che «ogni mattina è un evento unico e irripetibile«: l'infanzia e l'adolescenza trascorse all'insegna dell'autonomia, tra giri in bici, escursioni in montagna, pattinaggio e sci di fondo; poi la consapevolezza della propria cecità, il desiderio di «espandere i confini delle mie possibilità», l'incontro con la futura moglie Sabine, le prime scalate, la conquista delle grandi vette. Il suo segreto? Due genitori intelligenti che lo hanno spinto a non considerare la cecità un handicap bensì una grande opportunità, uno stimolo ad agire. Chi è cieco, spiega Holzer, oltre all'affinamento degli altri quattro sensi, ha una capacità di immaginazione superiore a quella di chi non lo è. Perché «ciò che un vedente crede di vedere, non sempre corrisponde alla realtà.»
(Benedetta Marietti)

IL SOLE 24 ORE - Nòva 30/08
L'uomo che scala le montagne a occhi chiusi
Intervista a Andy Holzer, di Mauro Garofalo
http://maurogarofalo.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/30/luomo-che-scala-le-montagne-a-occhi-chiusi-unintervista-a-andy-holzer/
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DATA USCITA: MARZO 2012
BROSSURA | PP. 192 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO LAURA BORTOT

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 Un romanzo provocatorio, un viaggio nell'intimità segreta del rapporto tra madre e figlia reso con compassione e durezza, stupore e splendore.
Johanna ha appena perso la madre, proprio in quella camera di ospedale dove già da settimane si recava quotidianamente a farle visita. Una morte annunciata, eppure di fronte all'immobilità di quel corpo la protagonista combatte con la sensazione che respiri ancora. Non si concede una lacrima, neanche un ultimo abbraccio. Esce dalla stanza e si dirige a casa dei genitori.
Comincia così l'inventario di un'intera infanzia riordinato allo stesso modo in cui la protagonista riordina l'appartamento della madre. Gesti quotidiani che si mescolano a immagini di vita di un lontano passato, alle parole dimenticate, alle esperienze, così come al destino di un popolo, quello dei Sudeti, che riemerge lieve assieme al ricordo della madre e dei nonni.
 
Angelika Overath è nata a Karlsruhe nel 1957 e ha studiato germanistica, storia e italianistica all'Università di Tübingen. Dopo la laurea ha lavorato come scrittrice e giornalista per tre anni in Grecia. Nel 1991 è rientrata in Germania. Attualmente vive in Svizzera. Da anni pubblica regolarmente saggi e reportage per numerosi quotidiani e periodici.
Tra i riconoscimenti che ha ottenuto si ricordano l'Egon Erwin Kisch Prize, il Thaddäus Troll Prize, l'Ernst Willner Prize all'Ingeborg Bachmann Competition e lo Swiss Prize for Independent Journalism.
 

 LA STAMPA

Un libro narrato magistralmente.  DER SPIEGEL

È molto intrigante vedere la notte dilatarsi in uno spazio che abbraccia la memoria di  tutta un'infanzia; vedere come il tempo dilatato si intreccia col tempo cumulato.
BERNADETTE CONRAD, DIE ZEIT



In Angelika Overath tutto passa al vaglio del suo sguardo preciso, incorruttibile.
Oliver Vogel, Süddeutsche Zeitung

Con laconica accuratezza Angelika Overath, rifuggendo da qualsiasi elemento superfluo, delinea un desolante microcosmo degli anni Cinquanta [...] Anche in questa opera le frasi usate da Angelika Overath sono della medesima sagace chiarezza che avevamo apprezzato nelle sue due precedenti raccolte di reportage.  Sabine Löhr, Frankfurter Allgemeine Zeitung
 
Con immagini intrise di sensibilità la Overath non solo rende più tangibili i personaggi, ma anche il loro universo concettuale ed emotivo... Con puntiglioso rigore - niente sentimentalismi, nessun cedimento a vezzose storie collaterali o a compiaciuti giochi di parole - l'autrice crea un'atmosfera di intensità che non solo acuisce in Johanna la percezione della sua storia famigliare, ma anche quella dei lettori che abbiano abbandonato all'oblio il proprio vissuto.
Gabriele Michel, Literaturen

Nella prosa di Angelika Overath un'oggettività che sfiora la sobrietà si sposa con una straordinaria padronanza della lingua. Il tutto a beneficio del romanzo...
Meike Fessmann, Süddeutsche Zeitung

Angelika Overath delinea tratto per tratto non solo il rapporto conflittuale tra madre e figlia, ma soprattutto le caratteristiche della generazione nata prima della guerra che, pur avendo vissuto in prima persona gli sconvolgimenti e le espulsioni provocate dal conflitto, non ne ha tratto, tuttavia, nessun insegnamento sul piano esistenziale.
Cornelia Jentzsch, Frankfurter Rundschau

È vero che il primo romanzo di Angelika Overath vive della precisione del suo sguardo da reporter, della cura del dettaglio, con cui crea un ambiente assolutamente riconoscibile. Ma solo nella finzione riesce l'umano sguardo interiore dell'intimità. Il testo di presentazione all'interno della copertina recita che il romanzo è stato scritto con "compassione". È la parola giusta.
Ulrike Pfeil, Schwäbisches Tageblatt

La vita potrebbe essere più bella - è una frase banale il cui lamentoso condizionale riecheggia ancora per parecchie pagine. Il fatto che riecheggi, che la sua eco risuoni ancora nei nostri pensieri ben oltre la lettura, è dovuto alla sensibilità stilistica con cui Angelika Overath rende visibile il fondo luttuoso del condizionale davanti al letto di morte della vita mancata.
Andrea Köhler, Neue Zürcher Zeitung

Con "Giorni vicini" Angelika Overath ha scritto un romanzo narrato in modo denso, sommesso, eppur avvincente...
Baseler Zeitung, baz Kulturmagazin

L'autrice ripercorre in modo avvincente le tappe di un rapporto angosciante tra madre e figlia... Solo dopo la morte della madre Johanna vede il suo passato in una luce che genera smarrimento - e si sente liberata. Chissà se bisogna aspettare la morte dei genitori prima di poter vedere dischiudersi pienamente la propria infanzia.
NDR, Zum Lesen empfohlen

Nell'arco di 150 pagine il lettore si confronta con una biografia che resterà a lungo nella sua mente.
Cornelia Resik, Sächsische Zeitung

Coerente, sensibile, suggestivo: da leggere.
Oswald Burger, Südkurier

Con una trama e un numero di personaggi ridotti al minimo e in una stretta cornice di tempo e spazio, Angelika Overath, nota anche come giornalista e critico, presenta una fatica letteraria di grande pregio.
Ursula März, www.dradio.de

Non da ultimo "Giorni vicini" è un romanzo tanto preciso quanto poetico sul potere liberatorio del ricordare.
Carola Ebeling, TAZ

Nel corso della notte i ricordi diventano "nomadi sicuri, ancorché irredenti, dell'anima".
Carola Ebeling, Rheinischer Merkur

Esordio narrativo riuscito... La precisione e la martellante intensità con cui Angelika Overath induce la sua protagonista a portare alla luce i ricordi dispersi, dà un'idea di quanto pesi il non detto.
Südhessen-Woche
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DATA USCITA: MARZO 2016
BROSSURA | PP. 288 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL FRANCESE SILVIA TURATO

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Magnifico! Potente! Sconvolgente! Quattro personaggi, il ricordo, i non detti, la pena di morte. E il respiro di una grande romanziera. L’EXPRESS

TRAMA

1989.
Una famiglia è massacrata nella stanza di un albergo di Atlanta.
Smokey Nelson, l’assassino, viene condannato alla pena capitale. Passa vent’anni nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione della sentenza.
Molte cose sono accadute dopo la sua carcerazione: guerre, altri crimini, la devastazione provocata dall’uragano Katrina e, a parte un nome su un documento dell’amministrazione penitenziaria, Smokey Nelson non significa più nulla per nessuno.
Eppure ci sono persone che non hanno dimenticato. Quattro personaggi – attorno ai quali Catherine Mavrikakis costruisce un romanzo polifonico con un incalzante e perfetto gioco a incastro – che non solo non hanno dimenticato ma hanno fatto del nome di Nelson una vera e propria ossessione…
Catherine Mavrikakis ci regala un romanzo forte e potente e si rivela una delle grandi voci della letteratura americana contemporanea.

AUTORE

Catherine Mavrikakis è nata a Chicago nel 1961 da padre greco e madre francese.
Insegna Letteratura all’Università di Montréal. Dopo il suo primo saggio, La Mauvaise Langue, ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Le Ciel de Bay City, Les Derniers Jours de Smokey Nelson (tradotto ora per Keller editore, 2016) e il suo ultimo, La Ballade d’Ali Baba.

PRESS

L’autrice sa come raccontare splendidamente gli uomini e le donne in questa storia piena di furia e di emozione, ne evidenzia le pulsioni, i sentimenti di vergogna, la rabbia per l’ingiustizia, il desiderio di porre fine a tutto. LIRE

Costruito intorno all’esecuzione di un assassino, un affascinante romanzo corale della canadese Catherine Mavrikakis. Parodia degli Stati Uniti allo sbando, Gli ultimi giorni di Smokey Nelson fanno sentire la cacofonia di un mondo, fino a ieri esaltato come geniale melting pot, e oggi attaccato per la ghettizzazione delle sue comunità. Il romanzo di Catherine Mavrikakis descrive in modo meraviglioso questa deriva dei minicontinenti. Ancor meglio: ne fa sentire la musica, mischiando il furore di Jimi Hendrix alle volute sapienti del jazz, i duri canti degli evangelici alle ridicole e gioviali melodie di una pubblicità della Coca-Cola. LE MONDE DES LIVRES

Catherine Mavrikakus firma uno dei romanzi più forti e coinvolgente della stagione
Alexis Liebaert, Marianne

Se Catherine Mavrikakis è franco-greca per nascita, la sua penna è quella di un'americana. In questo romanzo si ha l'impressione di sentire la falcata dei migliori traduttori della letteratura d'oltreoceano eppure non si tratta di questo. Nata a Chicago, questa scrittrice scrive in francese – in una lingua a tratti gutturale, trattenuta, esaltata, fattuale. Sono questi gli aggettivi che ben si applicano ai quattro personaggi di origini diverse che in Gli ultimi giorni di Smokey Nelson fanno sentire la loro voce su uno stesso evento, l'assassinio di una coppia con due bambini, avvenuto in un motel nella periferia di Atlanta anni prima. Punto comune dei quattro personaggi, quella verginità di fronte alla morte che dona al libro una luce unica.
Marine Landrot, Télérama

Il condannato a morte di Victor Hugo, anonimo e arrestato per un crimine sconosciuto, espiava la sua colpa nella solitudine di un monologo interiore. A dispetto della risonanza hugoliana del titolo, l'ultimo romanzo di Catherine Mavrikakis evita qualsiasi anatomia dei pensieri del condannato a morte Smokey Nelson, assassino di una famiglia in un motel della periferia di Atlanta. E allo stesso modo lui stesso rifiuta, al momento di morire, di fare ultime dichiarazioni: il criminale rimane rinchiuso in una gabbia di silenzio per tutta la narrazione. L'autrice americana, di origine francese, mescola le sue influenze trasformando il soliloquio romantico di Hugo in una corale faulkneriana. Aprendo le porte del penitenziario solo nell'ultimo capitolo, allarga così lo spazio chiuso della cella finale di un condannato alla pena capitale negli Stati Uniti. Gli ultimi giorni di Smokey Nelson diventa quindi un pretesto per esplorare un momento di morte imminente, la condizione critica di un'America ipocondriaca e moribonda, flirtando continuamente, sia dentro che fuori, con la morte.
Juliette Poizat, Le Magazine littéraire

Quattro voci americane si susseguono nel nuovo romanzo di Catherine Mavrikakis. Quattro volti perseguitati dalla morte, a un soffio dal buttarsi alle spalle un passato che non che non passa, un ricordo doloroso che prende la forma di un incubo ricorrente. In Le ciel de Bay City la sua protagonista ebrea imparava a scuotersi di dosso il passato per restituirgli il suo giusto posto. Allo stesso modo qui Catherine Mavrikakis si immerge nelle contraddizioni di un Paese che glorifica la libertà e pratica la pena di morte. L'autrice è incredibilmente capace di far parlare gli uomini e le donne di questa storia piena di furore e di emozione, di mettere in luce le loro forze, la loro vergogna, la loro rabbia di fronte all'ingiustizia, il loro desiderio di farla finita. Catherine Mavrikakis propone un francese sottile che cambia a seconda dei narratori pur tenendo ferma una stessa domanda: è possibile addomesticare il dolore del ricordo?
Christine Ferniot, Lire, octobre 2012

Magnifico! Potente! Sconvolgente! Quattro personaggi, il ricordo, i non detti, la pena di morte. E il respiro di una grande romanziera
François Busnel, L’Express

Costruito intorno all'esecuzione di un assassino, un affascinante romanzo corale della canadese Catherine Mavrikakis. Parodia degli Stati Uniti allo sbando, Gli ultimi giorni di Smokey Nelson fanno sentire la cacofonia di un mondo, fino a ieri esaltato come geniale melting-pot, e oggi attaccato per la ghettizzazione delle sue comunità. Il romanzo di Catherine Mavrikakis descrivo in modo meraviglioso questa deriva dei mini-continenti. Ancor meglio: ne fa sentire la musica, mischiando il furore di Jimi Hendrix alle volute sapienti del jazz, e i duri canti degli evangelici alle ridicole e gioviali melodie di una pubblicità della Coca-Cola.
Catherine Simon, Le Monde des livres

Tra le righe le ferite e le cicatrici che solcano il volto dell'America. Quattro voci, quattro temperamenti (si potrebbe infatti anche riconoscere un elemento o una stagione in ciascuno dei quattro personaggi), una cosmogonia americana particolare, ma dalla risonanza universale. È un romanzo di strappi, che maltratta in modo insidioso il suo lettore e lo solletica come la coscienza sporca. Il romanzo di una persona che conosce bene l'America e che riesce a restituire in francese l'aspetto proteiforme della sua lingua. Una scrittura ricca di ritmo e di respiri diversi come la vita stessa, fatta di strade impreviste e smarrimenti, di momenti vuoti e tempi accelerati. Urla, silenzi, stupori, beatitudini davanti alla morte, la propria o quella degli altri.
Sophie Ehrsam, La Quinzaine littéraire

L'America, Honolulu, la Georgia, la Lousiana... Verrebbe da dire il Sud, un Sud che non ha ancora fatto i conti con i propri demoni.
Il fatto. Ripugnante: Smokey Nelson uccide una famiglia di bravi americani in carne negli anni Settanta. Trent'anni dopo, alla vigilia della sua esecuzione, si compiono tre destini sconvolti dall'omicidio: l'uomo scambiato per l'assassino, la donna che l'ha riconosciuto, il padre di una vittima. E l'omicida stesso, lucido, desideroso di farla finita, il cui intervento alla fine del romanzo colpisce come un uppercut e rinvia alla domanda imprescindibile della pena capitale.
Il verdetto. 336 pagine di page-turner. Il razzismo lampante del dopo Katrina, la crociata oscena degli evangelici, la follia consumistica, c'è tutto in questo libro, e tutto urla la verità.
Guy Gilsoul, Elle

Come reagiscono degli americani di religioni, colori e origini diversi quando sono personalmente messi di fronte all'esecuzione di un condannato alla pena capitale? In questo bel romanzo polifonico Catherine Mavrikakus entra nella testa di tre uomini e una donna direttamente implicati nel selvaggio omicidio di una famiglia.
I capitoli alternano prediche e ricordi. Catherine Mavrikakis seziona i sentimenti, i tentativi di ripartire e il riaffiorare dei ricordi provocato dall'annuncio dell'esecuzione dell'assassino, senza mai dare avvio a un dibattito teorico sulla fondatezza della pena di morte, ma dedicando il libro a “coloro che sono morti assassinati dai governi dei molti Stati dell’America”. La scrittura si piega alla personalità dei narratori e conduce il racconto verso una conclusione inaspettata. Un romanzo acuto che attraverso prospettive diverse e originali evoca l'atteggiamento della società americana di fronte alla pena di morte. Interessante e sconvolgente.
Sophie Guinard, Luxemburger Wort

Al penitenziario di Charlestown, negli Stati Uniti, stanno per giustiziare Smokey Nelson. Tre persone, di cui seguiamo il racconto separato, ricordano che quel criminale, al momento del suo quadruplice omicidio, ha incrociato le loro strade e sconvolto per sempre le loro vite. Danni collaterali che la morte di Nelson forse risolverà... o forse no. Un libro cupo in cui la vita di un uomo avrà delle conseguenze sui destini degli altri. Brillante e impressionante.
Marc Gadmer, Femme actuelle

Ecco un romanzo corale diverso dal solito. Tutti i personaggi sono perseguitati da una figura comune, quella di Smokey Nelson, un assassino, autore di un quadruplice omicidio, che attende da quasi vent'anni nel braccio della morte la data della sue esecuzione. Non si tratta tanto di condividere le riflessioni di Sydney, Pearl e Ray al momento dell'annuncio della vicina esecuzione di Smokey quanto di assistere alla disfatta di ciascuno di loro. Perché cosa resta dopo la morte di Smokey?
Psychologies, octobre 2012

Catherine Mavrikakis è una scrittrice coraggiosa e affronta senza scorciatoie gli argomenti più suscettibili. In questo romanzo polifonico i personaggi mettono in questione la legittimità della pena capitale e fanno emergere l'ambiguità di una nazione sempre alle prese con il fanatismo religioso e il razzismo. Gli ultimi giorni di Smokey Nelson sembra solo l'inizio di una lunga riflessione...
Olivia Mauriac, Madame Figaro pocket

Su diversi toni, beffardi, isterici o depressi, il carosello dell'America allo sfascio.
Claire Devarrieux, Libération, supplément Livres

Ognuno sulla sua isola. È con questa nota insulare che vive, naviga e muore (per quanto riguarda uno di loro) ognuno dei personaggi del romanzo di Catherine Mavrikakis. Ognuno solo al mondo nonostante tutto quel che lo lega agli altri.
Serge Airoldi, Le Matricule des anges

In un romanzo magistralmente costruito e realizzato, quattro personaggi espongono, ciascuno a sua volta, il loro rapporto con il crimine e rivelano un'America allo sbando: razzismo, violenza, crisi economica e povertà, estremismi religiosi... Questi quattro monologhi, dalle tonalità diverse, tracciano quattro vite, fatte da secreti, fallimenti, colpevolezze, confrontate a un triste destino. Un romanzo forte e intenso che scuote nel profondo.
Bo. et B. Bo., Notes bibliographiques

Gli ultimi giorni di Smokey Nelson, l'impressionante romanzo di Catherine Mavrikakis. Sono in quattro, da qualche parte in quel sud degli Stati Uniti che in fondo ha sempre creduto unicamente nella collera di Dio. Aspettano la morte. Da sempre, o meglio da quel mattino d'ottobre del 1989 in cui in un motel della periferia di Atlanta sono stati trovati i corpi senza vita e atrocemente mutilati di un padre, di una madre e dei loro due figli. Catherine Mavrikakis ci consegna una variazione viva e lirica sulla morte.
Olivier Mony, Livres Hebdo

La canadese Catherine Mavrikakis ci consegna un magnifico romanzo corale sull'America. Il ritratto che emerge di quest'America, che sta per applicare la pena di morte, è abbastanza cupo. Offre solo integralismo e precarietà, o il riparo nel consumismo. Il sogno americano è davvero morto.
Agnès Noël, Témoignage chrétien

Gli ultimi giorni di Smokey Nelson impone Catherine Mavrikakis come una delle grandi voci della letteratura americana contemporanea, capace di una lingua potente ed evocatrice. Non citerò Faulkner, né McCarthy o Capote per descrivere la sua scrittura, ma in realtà l'ho appena fatto.
Michel Edo (Librairie Lucioles à Vienne), Page des libraires


RASSEGNA STAMPA

TRE VITE SPEZZATE INTORNO AD UN DELITTO
LA REPUBBLICA | 13 marzo 2016 | Susanna Nirenstein

Al centro di Gli ultimi giorni di Smokey Nelson, un omicidio del 1989, quando il giovane citato nel titolo massacra quattro persone, una coppia con due bambini, in un motel. Intorno, un coro a tre di chi da quell'assassinio è stato toccato da vicino, come un segno di Caino capace, capiremo man mano, di condizionare i destini. Siamo vent'anni dopo, e il primo a prendere la parola in un monologo disordinato e sincopato è Sydney, un quarantenne nero come l'assassino che a quell'epoca fu scambiato per il massacratore e messo in galera per alcuni mesi,- fino a che Pearl Wanabee, la donna che scoprì la scena del crimine dopo aver parlato, meglio, vagamente flirtato con Smokey, non riconobbe il vero criminale scagionando il ragazzo finito in carcere. Sydney parla, straparla, si identifica con Jimi Hendrix, sogna, dopo l'uragano Katherina, di poter tornare dai genitori e suonare in qualche complesso anche se non si sente un genio della musica. Quello strano episodio dello scambio di persona lo ha segnato, farnetica anche di quello, soprattutto ora che annunciano alla radio l'esecuzione di Smokey Nelson. Già, l'esecuzione di Smokey. È questo il cuore del romanzo più della strage in sé, perché Catherine Mavrikakis, la nostra scrittrice nata a Chicago nel 1961 da madre francese e padre greco, danza con furore contro la pena di morte dedicando il libro «a coloro che sono morti assassinati dai governi dei molti Stati d'America». Tra lei e Ray Ryan,il padre della donna trucidata, che, con la voce di un Dio supervendicativo in testa, va ad assistere alla morte di Smokey, non c'è nessuna empatia. Che troviamo invece mentre dipinge il delirante Sidney in viaggio verso il niente, o l'insicura Pearl, ancora oggi emozionata da quella sigaretta fumata insieme all'omicida, quasi volesse a tutti i costi recuperare i palpiti più contraddittori della sua vita, il lato umano di ogni persona, anche la peggiore. E quando l'appuntamento con la morte si avvicina trascinando il buio dietro di sé, quando Smokey consuma l'ultimo pasto senza saper pensare a niente di significativo, senza sensi di colpa, Catherine Mavrikakis ripete fortissimamente il suo "no".

 

NEL BRACCIO DELLA MORTE TRA GLI ECHI DI McCARTHY
IL FATTO QUOTIDIANO  | 17 febbraio 2016 | Angelo Molica Franco

Per il lettore che abbia alle spalle i romanzi di Cormac McCarthy è insieme un atto dovuto e un piacere leggere Gli ultimi giorni di Smokey Nelson della scrittrice americana ma di espressione francese Catherine Mavrikakis. L'autrice raccoglie in eredità da McCarthy il senso concreto della violenza casuale e crea un romanzo tonico e perturbante. Il protagonista eponimo, Smokey Nelson, viene condannato a morte per aver massacrato un'intera famiglia in un motel di Atlanta alla fine degli Anni 80. Il momento dell'esecuzione della pena giunge dopo vent'anni. A raccontare l'attesa di questa morte, le voci di tre personaggi che da Smokey Nelson sono stati solo sfiorati, eppure a loro modo inesorabilmente spezzati: Sydney Blanchard, musicista fallito e fan di Jimi Hendrix, che all'inizio delle indagini era stato arrestato al posto di Nelson; Pearl Wanabee, la responsabile del motel dove accadde l'omicidio, che ancora ignara del massacro avvenuto aveva conversato nel parcheggio con Nelson; infine Ray Ryan, il padre della donna uccisa insieme al marito e ai figli, che si è rifugiato nella fede. Con l'allarme tipico della buona letteratura, Mavrikakis rompe lo schema romantico dell'attesa d'amore, svelando al lettore che si può attendere anche la morte con la medesima e rovinosa fiducia.

 

UNA STORIA DI COLPE E INGIUSTIZIE
L'ESPRESSO | 4 marzo 2016 | Fabio Gambaro

È un'America di frustrazioni e ingiustizie, quella raccontata da Catherine Mavrikakis, scrittrice franco-greca residente in Canada. Una terra dominata da una violenza senza senso che si abbatte su un mondo di sconfitti lontani anni luce dalle illusioni del sogno americano. "Gli ultimi giorni di Smokey Nelson" (traduzione di Silvia Turato, Keller pp. 282) è un romanzo intenso e drammatico che, alternando i punti di vista di quattro personaggi, ricostruisce a posteriori la strage di una famiglia in un motel alla periferia di Atlanta. Più che alla dinamica dei fatti, però, la scrittrice s'interessa alle tracce lasciate dalla violenza nelle vite di chi con essa ha dovuto confrontarsi. A cominciare da Smokey Nelson, l'autore del massacro, la cui condanna a morte sta per essere eseguita a vent'anni di distanza. Ad assistere all'esecuzione c'è Ray, il padre di una delle vittime, un uomo ossessionato dalla voce di un dio vendicativo in guerra contro un mondo dominato dal male. Le loro storie s'intrecciano a quelle di Sydney, all'epoca erroneamente accusato dell'omicidio, e di Pearl, che incontrò per caso l'assassino subito dopo la strage. E che da allora vive sentendosi in colpa per il momento di leggerezza condiviso inconsapevolmente con un mostro dotato di fascino. Catherine Mavrikakis ne ricostruisce abilmente i percorsi tortuosi e sofferti, ricordandoci che gli uomini, «malgrado la loro volontà, sono sottomessi a influenze, umori, casualità che sfuggono» al loro controllo. Questo è il loro destino, fatto di spettri, rimorsi e sensi di colpa.

 

LA PENA DI MORTE CONDANNA SOPRATTUTTO GLI INNOCENTI
IL GIORNALE | 12 marzo 2016 | Gian Paolo Serino

Un cameriere nero con la passione sfrenata per Jimi Hendrix; una donna delle pulizie che troppo spesso «si accontenta di quel che arriva»; un padre devastato dal dolore che si esprime come un telepredicatore in preda a una visione; un uomo di 40 anni che si trova a poche ore dall'esser giustiziato per aver ucciso una famiglia in un motel di un paesino dell'America più profonda negli anni '70, quando era appena maggiorenne. Sono i protagonisti e le voci narranti che si alternano in Gli ultimi giorni di Smokey Nelson di Catherine Mavrikakis, nata a Chicago nel 1960 da madre francese e padre greco. In questo romanzo, che sin dal titolo rimanda a Gli ultimi giorni di un condannato a morte di Victor Hugo, l'autrice affronta il tema della pena capitale (ancora legge in 37 Stati su 50 degli Usa), ma soprattutto si confronta con la giustizia in un Paese dove «il sogno americano non è più per niente accessibile», dove «la televisione è la vostra messa», dove la religione spesso coincide con il fanatismo e dove il meltingpot non sempre è sinonimo di integrazione. Ognuno dei quattro protagonisti interpreta un aspetto della società americana: il cameriere è stato il primo accusato dell'eccidio, ma si è trattato di uno dei molti errori giudiziari che insanguinano i talk show prima che le aule di tribunali; la cameriera, che proviene dalle Hawaii di Obama, diventa il simbolo di una vita sbiadita che sembra ritrovare i propri colori solo davanti all'«umanità» del Male: è stata lei a ritrovare i corpi dei due genitori e dei due bimbi nella camera del motel dove lavorava e l'unica ad aver parlato, fumando anche due sigarette, con il vero assassino; il padre di una delle vittime sembra trovare nella pena di morte il segno che Dio esiste e rappresenta al meglio ciò che la stessa scrittrice ha già affrontato in Flower of Spirit (inedito in Italia), un lungo soliloquio, un urlo di dolore delirante che diventa la metafora su come sia possibile affrancarsi dalla morte che ci circonda. E poi Smokey Nelson, il protagonista: può davvero essere umano un uomo se viene giustiziato dopo vent'anni di attesa nel braccio della morte? Ormai è convinto che «la vita non è niente» e i suoi sogni di gioventù si sono trasformati in quelli dell'americano medio. Gli ultimi giorni di Smokey Nelson (Keller editore, pagg. 277, euro 16,50, traduzione di Silvia Turato) è un affresco molto ben riuscito sulle nostre contraddizioni e un romanzo ottimamente congegnato, quasi una sinfonia di voci che hanno il merito di non diventare mai coro.

 

GLI ULTIMI GIORNI DI UN CONDANNATO A MORTE
HUFFINGTONPOST | 25 febbraio 2016 | Giuseppe Fantasia

"Un uomo è condannato ed è la cadenza idiota dei giorni che si susseguono e si assomigliano che, all'improvviso, fa capolino e invade le celle e gli spazi comuni. L'inumanità della situazione diventa d'un tratto insopportabile. In prigione si è allora pronti a tutto".
Smokey Nelson ha un solo desiderio: morire senza ricordi, rimorsi o rimpianti, "completamente puro, completamente bianco", pur essendo un criminale "dal corpo e dall'anima neri e sporchi", un vero ragazzo del Sud, estraneo al freddo, che ha conosciuto solo il caldo, quello spietato, muschiato, quasi animale di New Orleans" - la città natale che a due anni ha lasciato con la madre, la zia e sua sorella maggiore Martha - e poi più tardi quello ovattato e di un bianco violento dell'Alabama, dove ha vissuto fino a diciannove anni, prima di essere incarcerato e condannato a morte dallo Stato della Georgia ("un luogo benedetto sul quale Dio e il governatore dello Stato vegliano, ciascuno a suo modo, con fermezza ed indulgenza") per un quadruplice omicidio volontario e premeditato. La sua colpa è di aver ucciso una famiglia di americani negli anni Settanta, un crimine efferato e selvaggio che ha coinvolto anche due bambini, un orrendo episodio di sangue che ha riempito le pagine tutti i giornali del Paese ed occupato i principali programmi tv per molto tempo. Ha commesso un quadruplice omicidio, ne è consapevole, ma quei crimini gli sono sempre sembrati lontanissimi (probabilmente, è la sua maniera per continuare a sopravvivere) e solo di rado gli hanno occupato i pensieri. Del resto, in prigione i ricordi sono troppo personali e non servono a granché. Aspetta l'esecuzione, ma è lucido ed è desideroso di farla finita, non ha paura di morire perché la sua morte gli sembra "impensabile e irrazionale", decisa da un'autorità misteriosa, ma dopo quei diciannove anni trascorsi lì dentro, non certo nelle migliori condizioni, è sempre più convinto che "la vita non è niente". Come ultimo pasto, ha chiesto bistecca e baked potatoes ricoperte di burro, "il simbolo del successo", il pranzo dell'americano medio, bianco o nero che sia, un'eccezione per uno della sua classe sociale abituato a mangiare perlopiù pollo fritto o un miscuglio di fagioli secchi e fave e a bere coca cola senza limiti, come fosse acqua. Sono passati trent'anni da quel bagno di sangue e adesso, alla vigilia della sua esecuzione, si compiono tre destini sconvolti in maniera diversa dall'omicidio: Sydney Blanchard - l'uomo scambiato per l'assassino solo perché nero come lui - Pearl Watanabe, la donna hawaiana che l'ha riconosciuto e che all'epoca dei fatti aveva scoperto i corpi uccisi e scambiato due chiacchiere con Smokey nel parcheggio del motel - e Ray Ryan - il padre di una vittima, in dialogo diretto con un Dio che gli si rivolge per ricordargli che le sue pene sono finite. Di tutti loro, assassino compreso, ci racconta con grande abilità e partecipazione Catherine Mavrikakis nel suo nuovo romanzo, Gli ultimi giorni di Smokey Nelson (Les Derniers Jours de Smokey Nelson), in uscita domani per Keller Editore nella traduzione di Silvia Turato. Niente è tralasciato da questa scrittrice metà francese e metà greca, già autrice di un saggio e di diversi romanzi di successo in patria: in ogni capitolo c'è un personaggio legato a suo modo alla vicenda con i suoi punti di vista, diversi ma sempre giustificati. Le parole della Mavrikakis scorrono velocemente come gli anni trascorsi da Nelson in carcere, tristi e sempre uguali, mentre, nel frattempo all'esterno, il mondo è continuato ad andare avanti con i suoi eccessi e difetti, i suoi conflitti e i suoi eventi piacevoli. Il linguaggio è crudo e diretto, la disperazione e l'amarezza del vivere sono continue e presenti in ogni riga, anche quando ci parla di Nelson, che non rilascia alcuna dichiarazione e che vorrebbe farla finita il prima possibile. Gli ultimi giorni di Smokey Nelson è uno di quei romanzi corali in cui ogni voce ti conquista, capace di evidenziare, ognuno a suo modo, l'altra faccia dell'America, quella emarginata e abbandonata a se stessa, con comunità molto numerose ma sempre più emarginate, una realtà che in pochi conoscono ma che in tanti sono costretti a vivere. Un romanzo potente e affascinante, vi conquisterà.

 

CATHERINE MAVRIKAKIS. GLI ULTIMI GIORNI DI SMOKEY NELSON
INTERNAZIONALE | 11 marzo 2016 | Marine Landrot (Télérama)

Catherine Mavrikakis è franco-greca ma la sua penna è molto statunitense. Leggendo questo romanzo, un francofono ha l’impressione di sentire il passo dei migliori traduttori della letteratura d’oltreoceano, eppure non è così. Nata a Chicago, questa scrittrice scrive in francese, in una lingua di volta in volta gutturale, trattenuta, esaltata, fattuale. Sono aggettivi che ben si applicano ai quattro personaggi di origini diverse che negli Ultimi giorni di Smokey Nelson fanno sentire la loro voce su uno stesso evento: l’assassinio di una coppia con due bambini, avvenuto in un motel nella periferia di Atlanta anni prima. Sidney Blanchard intona le prime note di questo racconto corale. Accusato ingiustamente del delitto, poi scagionato dopo aver scontato una lunga pena in carcere, monologa sulla tomba di Jimi Hendrix con parole sferzanti. Poi si inserisce dolcemente il lamento di Pearl Watanabe. È una vecchia signora sola che nel momento in cui ritrova la figlia sente riaffiorare i suoi ricordi di testimone del delitto e si arrovella intorno a una domanda senza risposta: perché l’assassino, che ha incrociato in un parcheggio, l’ha risparmiata? La terza voce proviene dalla fede allucinata di Ray Ryan, padre di una delle vittime, che lascia parlare Dio per lui. È qui che la scrittura di Catherine Mavrikakis acquista tutta la sua ricchezza e fa sgorgare immagini potenti. Infine il vero omicida impone il silenzio, poche ore prima della sua esecuzione. Medita su una frase sentita da un compagno di prigione: “Si muore sempre come se non si fosse mai vissuti”. Punto comune dei quattro è una verginità di fronte alla morte che dà al libro una luce unica.

 



 

 

 

 

 

 

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DATA USCITA: GENNAIO 2017
BROSSURA | PP. 224 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO ROBERTA GADO

Pubblicato in 14 lingue

Un libro con le pagine bianche. Una tradizione di famiglia a cui non ci si può sottrarre: dai dodici anni al giorno della morte quel libro va scritto ogni sera e nessuno lo può leggere... Un grande romanzo sulla memoria, sui libri e la letteratura mentre l'Europa vive i cambiamenti epocali del Novecento. 
Dopo “Il sifone blu” prosegue la scoperta di Urs Widmer tra i più grandi esponenti della letteratura tedesca del Novecento.

Al compimento dei dodici anni il giovane Karl riceve in dono un libro con le pagine bianche che – come vuole la tradizione di famiglia – riempirà, giorno dopo giorno, per il resto della propria vita. Nessuno potrà leggerlo, nessuno saprà cosa c’è scritto se non dopo la sua morte.
Quando questa si verifica però del libro si perdono le tracce. 
Sarà il figlio, in uno straordinario esercizio di narrazione, a porre rimedio alla perdita raccontando l’esistenza del padre, regalandoci il ritratto di un uomo carismatico e passionale, dominato da un grande amore per i libri e da una profonda sensibilità per la cultura in ogni sua forma. Il suo mondo interiore si ciba di Villon, Diderot, Stendhal e di molti altri autori che colleziona e traduce, ma Karl è affascinato anche dall’esuberante energia di giovani artisti – molto diversi nello stile, uniti dagli ideali antifascisti e dalla condanna delle inquietanti ombre che affliggono l’Europa degli anni Trenta.
Il libro di mio padre è omaggio e memoria, è pacificazione di un figlio con le mancanze di un padre, è una storia d’amore, un incredibile percorso nel mondo dei libri e, tra le altre cose, un affresco delle illusioni e delusioni del XX secolo.

 

Urs Widmer trasforma il padre in un personaggio letterario indimenticabile - Martin Ebel / Tages-Anzeiger, Zurigo.

Un successore svizzero di classe mondiale di Frisch e Dürrenmatt. Die Welt

Uno dei migliori esponenti della letteratura svizzera. Le Monde

 

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo.
Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi.

PREMI
›Karl–Sczuka–Preis‹ des Südwestfunks Baden–Baden, 1974
›Hörspielpreis‹ der Kriegsblinden für Fernsehabend, 1976
›Manuskripte-Preis‹ für das Forum Stadtpark des Landes Steiermark, 1983
Preis der Schweizerischen Schillerstiftung für sein Gesamtwerk, 1985
Ehrengabe des Kantons Zürich für Der Kongreß der Paläolepidopterologen, 1989
›Basler Literaturpreis‹ für sein Gesamtwerk, 1989
Preis des Südwestfunk–Literaturmagazins für die Erzählung ›Der blaue Siphon‹, 1992
Anerkennungsgabe der Stadt Zürich für ›Der blaue Siphon‹, 1992
Aufnahme in die Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung, 1995
›Literaturpreis der Stadt Zürich‹ für sein Gesamtwerk, 1996
Autor des Jahres der Zeitschrift ›Theater heute‹ für ›Top Dogs‹, 1997
›3sat-Innovationspreis‹ für das Theaterstück ›Top Dogs‹, 1997
›Mülheimer Dramatikerpreis‹ für ›Top Dogs‹, 1997
›Kunstpreis‹ der Gemeinde Zollikon für sein Gesamtwerk, 1997
›Heimito von Doderer Literaturpreis‹ für sein Gesamtwerk, 1998
Aufnahme in die Akademie der Künste Berlin–Brandenburg, 1999
›Kulturpreis‹ der Gemeinde Riehen für sein Gesamtwerk, 1999
Ehrengabe des Kantons Zürich im Bereich Literatur, 2000
Werkbeitrag der ProHelvetia, 2000
›Franz-Nabl-Preis‹ der Stadt Graz für sein Gesamtwerk, 2001
›Bertolt-Brecht-Literaturpreis‹ der Stadt Augsburg für sein Gesamtwerk, 2001
›Großer Literaturpreis‹ in München von der Jury der Bayerischen Akademie der Schönen Künste für das Gesamtwerk des »hochrangigen Stilisten«, 2002
›Prix des Auditeurs‹ von Radio Suisse Romande anlässlich des Salon International du Livre et de la Presse in Genf für Der Geliebte der Mutter, 2002
›Mainzer Stadtschreiber-Preis‹ für sein Gesamtwerk, 2003
Preis der Schweizerischen Schillerstiftung für sein Gesamtwerk, 2004
Anerkennungsgabe der Stadt Zürich für ›Das Buch des Vaters‹, 2004
Juror des ›Italo-Svevo-Preises‹, 2006
Gastdozent für Poetik an der Goethe-Universität Frankfurt, 2007
›Friedrich-Hölderlin-Preis‹ der Stadt Bad Homburg für sein ›in vier Jahrzehnten gewachsenes Werk‹, 2007
›Prix Littéraire Lipp Suisse‹ für die französische Ausgabe von ›Das Buch des Vaters‹, 2007
Anerkennungsgabe der Stadt Zürich für ›Herr Adamson‹, 2009
Ehrengabe des Kantons Zürich im Bereich Literatur, 2010
Anerkennungsgabe der Stadt Zürich für ›Reise an den Rand des Universums‹, 2013
›Schweizer Literaturpreis‹ des Bundesamts für Kultur für ›Reise an den Rand des Universums‹, 2014
›Jakob-Wassermann-Literaturpreis‹ der Stadt Fürth für sein Gesamtwerk, 2014

 

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UN INVERNO DA SOLO SULLE MONTAGNE ROCCIOSE


PREZZO: €16,00
DATA USCITA: marzo 2017
BROSSURA | PP. 256 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DALL'AMERICANO TATIANA MORONI

Indian Creek è una storia divertente ed esaltante.
L'inverno tutto da ricordare di un giovane americano: scoperta della vita nella natura selvaggia che diventa viaggio alla scoperta di sé. Ambienti estremi e temperature a 40 gradi sotto zero.

 
Per uno studente di biologia della fauna selvatica, innamorato dei libri di Henry Thoreau e dei racconti di montagna, il programma dell'Idaho Fish & Game è un'occasione imperdibile: monitorare e proteggere la schiusa di due milioni e mezzo di uova di salmone nel selvaggio Selway-Bitterroot. Solo che il ventenne Pete Fromm non può immaginare cosa significhi veramente vivere un intero inverno - ben sette mesi - da solo sulle Montagne Rocciose, alla fine degli anni Settanta, in una tenda in tela a oltre sessanta chilometri dalla prima vera strada e a cento dal primo insediamento umano.
Comincia così un'avventura incredibile, un romanzo di formazione divertente, di un realismo crudele e soprattutto vero, anzi verissimo, con temperature che arrivano a quaranta gradi sotto zero e la neve a coprire ogni cosa, con imprese nelle quali il giovane Pete deve dare fondo al proprio istinto di sopravvivenza, e situazioni che lo obbligano a rapportarsi con limiti e sogni, con se stesso e la solitudine. E onnipresente, la natura in tutta la sua potenza; dapprima usata, temuta, incompresa e poi, in quello che è uno straordinario finale, vera e propria compagna di vita in un rapporto essenziale e autentico, quasi ancestrale, e scevro di ogni ideologia.
 
 
Fromm è nato nel 1958 a Shorewood nel Wisconsin e si è laureato in Biologia della fauna selvativa presso l'Università del Montana. Ha vinto per quattro volte il Pacific Northwest Booksellers Literary Award ed è autore di cinque raccolte di racconti, due romanzi e un libro di memorie. Nella sua vita ha fatto il bagnino, il ranger, lo scrittore e, ovviamente, il guardiano di uova di salmone.
 

 LA STAMPA E LA CRITICA
Questo è un bellissimo libro sull'integrità, sul vedere e sentire in modo intelligente e pulito. Ogni lettore potrà lasciare la lettura con una scena preferita che si ricorderà per sempre. Rick Bass

Con "Indian Creek", Fromm trova il proprio posto tra i giovani scrittori più promettenti che sanno raccontare il mutamento di percezione e della realtà del West americano. Los Angeles Times

Le sue frasi hanno l'impatto di un ascia che spacca ciocchi congelati di legna da ardere. Jerry Dennis

Fromm è un talento da tenere d'occhio. Ivan Doig

"Indian Creek" è un canto d'amore per la natura [...], per il rapporto tra sé e la solitudine, per gli ambienti selvaggi e per il paesaggio dell'anima. Come tutte le migliori canzoni d'amore è sincera, lirica e ricolma di una sorta di ineffabile stupore. Chiunque abbia mai veramente amato un posto veramente apprezzerà senza dubbio questo libro. Pam Houston

Un racconto autobiografico che cattura il lettore Le Magazine Littéraire

Quello di Fromm è stato un periodo lungo e impegnativo, in condizioni provanti, pieno di difficoltà, ma è sopravvissuto per scrivere questo splendido racconto. Per fortuna. Kirkus Reviews

"Indian Creek "è un racconto veloce e avvincente... [Fromm] mi ha fatto tremare nei miei pesanti sacchi a pelo invernali con un rinnovato entusiasmo. John Husar, Chicago Tribune

Un romanzo di formazione irresistibilmente divertente e di un realismo crudele Lire

Ho adorato "Indian Creek" di Pete Fromm. Il suo racconto di formazione e cambiamento da ragazzo immaturo a boscaiolo esperto è divertente, toccante e unico. Stephen Bodio

Per quelli di noi che probabilmente non hanno mai concretizzato la fantasia di passare un inverno bloccati dalla neve in una capanna isolata sulle montagne, quella di Pete fromm è una avventura straordinaria e da scegliere. Bozeman Daily Chronicle

Ho letto Pete Fromm con ammirazione sempre più grande per il vigore della sua scrittura Thomas McGuane

Fromm non si è annoiaTo un solo secondo tra le montagne e così sarà anche per i lettori Le Figaro
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PREZZO: €15,60
DATA USCITA: GENNAIO 2014
BROSSURA | PP. 416 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL CASTIGLIANO ANGELA LORENZINI

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Spagna 1936.
Quale misterioso filo unisce la Divina Commedia, un passaggio segreto nella cattedrale di Burgos e i preparativi del golpe militare contro la Repubblica?

La pazzia di un canonico, gli intrighi di un generale a riposo, un misterioso passaggio nascosto nella cattedrale di Burgos e, sullo sfondo, i drammatici eventi della Guerra civile spagnola.

Burgos, estate del 1936. Gli spettatori di una conferenza al Salone Rosso del Teatro Principale ascoltano un'affermazione assurda: Dante per scrivere la Divina Commedia ha visitato in vita il purgatorio. A pronunciare queste parole è don Cosme Herrera, penitenziere della cattedrale, convinto che il  Purgatorio sia un vero e proprio libro di viaggio e che sia possibile condurre una spedizione in quel luogo dell'aldilà.
Tra l'entusiasmo e le critiche, la buona società burgalese inizia i preparativi per questa impresa, come se si trattasse di uno degli avventurosi viaggi di Jules Verne.
Allo stesso tempo, il generale a riposo Dávila si affanna a organizzare un'avventura ben diversa: il golpe militare che dovrà far cadere la Repubblica...
Inquietudine in Paradiso è una lettura appassionante, un romanzo scritto in modo magistrale, prima parte di una trilogia che ripercorre il cammino dantesco della Divina Commedia e lo fonde con gli eventi che hanno segnato l'inizio della Guerra civile spagnola.

Premio della Critica di Castiglia e León al miglior romanzo spagnolo dell'anno (2006):
"Un testo magnifico, pieno d'incanto, che combina durezza, humour, ironia. Un racconto intenso, un'opera veramente sorprendente".
 
 
Óscar Esquivias (Burgos, 1972). Laureato in Filosofia e Lettere all'Università di Burgos, è direttore delle riviste letterarie «El mono de la tinta» e «Calamar». La sua trilogia di romanzi Inquietudine in Paradiso (Premio della Critica di Castiglia e León, 2006), La città del Gran Re e Viene la notte s'ispira liberamente alla Divina Commedia dantesca. Altre sue opere sono: Serse conquista il mare (Premio Arte Giovane della Comunità di Madrid, 2000), Il suolo benedetto (Premio Ateneo Giovane di Siviglia, 2000). Nel 2008 ha raccolto i suoi racconti sotto nel volume La marca di Creta. Esquivias è anche l'autore di romanzi d'avventura per ragazzi e i suoi racconti, articoli e poemi sono pubblicati in numerose riviste e antologie in Spagna e America.
 

 

La critica
«Ho letto questo romanzo tutto d'un fiato e mi ha stregato» ALMUDENA GRANDES

«Uno dei nomi più promettenti della narrativa di questi anni» EL MUNDO

«Scoprire uno scrittore di gran valore è una gratificazione impagabile» EL CULTURAL

«Un fregio magnifico nel quale vengono ritratti decine di personaggi. Questo romanzo storico è scritto con una prosa dal ritmo perfetto, sottile, ironica e intelligente...» EL PAIS

«La trilogia dantesca di Esquivias è una lettura imprescindibile»  DIARIO

«Oscar Esquivias è il migliore dei nostri giovani scrittori e le sue opere sono molto più di un recupero romanzato della storia, i suoi romanzi sono un viaggio dantesco» JAVIER RIOYO

Il film
Il regista Antonio Giménez-Rico sta lavorando alla pellicola ispirata a Inquietudine in Paradiso.

€15,60
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PREZZO: €15,50
DATA USCITA: LUGLIO 2016
BROSSURA | PP. 224 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL CROATO ESTERA MIOCIĆ

 

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Una giovane donna, di cui non conosciamo il nome, è sotto processo con l’accusa infamante di aver ucciso la madre. L’imputata però non si difende, non parla, ascolta, riflette e, soprattutto, ricorda.
È così che il lettore, attraverso il suo lucido flusso di coscienza, viene man mano a conoscenza delle circostanze che l’hanno portata all’omicidio.
Con profondità e acutezza Slavenka Drakulić ci accompagna nel cuore del rapporto madre-figlia, nei meccanismi di dipendenza, attaccamento e identificazione. E allo stesso tempo con la sua lingua vorticosa risucchia il lettore nel mondo della violenza famigliare e del suo rigoroso silenzio, lo pone di fronte alla paura del giudizio sociale e alla vergogna provata dalla vittima che ama il suo carnefice e preferisce ucciderlo piuttosto che denigrarlo. Un viaggio che sembra senza fine né speranza e che forse ha un’unica via d’uscita, quella che pagina dopo pagina la protagonista ci permette di comprendere...
Tradotta in molte lingue, Slavenka Drakulić è una delle voci più potenti della letteratura balcanica, coraggiosa, profonda e capace di interpretare la letteratura come impegno nel mondo.
 

Slavenka Drakulić

Slavenka Drakulić è nata a Rijeka nel 1949. Scrittrice, giornalista e saggista, i suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in diverse lingue. In Italia è nota sin dagli anni Novanta grazie alla pubblicazione di alcune sue opere sul mondo comunista e post-comunista come Balkan Express e Caffè Europa (Il Saggiatore), nonché di romanzi come Pelle di marmo (Giunti), Il gusto di un uomo (Il Saggiatore), Come se io non ci fossi (Rizzoli), Il letto di Frida (Elliot). Nel 2004 l’autrice ha ricevuto il premio Award for European Understanding della Fiera del libro di Leipzig. Vive in Svezia e Croazia.

€15,50
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BROSSURA | PP. 416| COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL RUSSO ROSA MAURO

 

TRAMA
Pavel Dobrynin è una persona comune, molto modesta, che d’improvviso si ritrova a essere eletto
Controllore del popolo a vita e a doversi occupare dell’intera Unione Sovietica.
Il compito di supervisionare la lavorazione delle pelli lo porta in Siberia dove però si imbatte in una spedizione geologica assieme alla quale resta bloccato in un’area deserta e isolata. Solo il completamento di un ramo secondario della Transiberiana permette loro di ritrovare la civiltà. E la promessa di un ritorno alla normalità potrebbe avverarsi, se non fosse che in quel momento il Paese è invaso dalle armate del Terzo Reich...
Dopo il tanto elogiato Il vero controllore del popolo, Kurkov continua a regalarci un variopinto affresco di miti, credenze, fatti fondanti e assurdità quotidiane della sua incredibile terra sovietica.
Un romanzo avventuroso, toccante, estasiante... un passo in avanti nel sequel che compone Geografia di uno sparo solitario e nella comprensione dell’anima russa.
 

AUTORE

Andrei Kurkov nasce il 23 aprile 1961 in un paese dell’area di Leningrado. Nel 1983 si laurea all’Accademia pedagogica di lingue straniere di Kiev, dove vive tuttora. È autore ucraino che scrive in russo. Kurkov si dedica alla scrittura fin da piccolissimo e ha un hobby particolare, collezionare cactus: a 12 anni possiede la settima collezione di cactus dell’Ucraina. Per un periodo lavora come giornalista, presta il servizio militare a Odessa e poi si occupa di cinema, sceneggiature e libri. È autore di numerosi romanzi e volumi per bambini tradotti in  decine di lingue. Per i tipi della Keller editore ha pubblicato un importante reportage, Diari ucraini e il romanzo Il vero controllore del popolo.

IN QUARTA DI COPERTINA 

«Banov adorava quelle serate autunnali sul tetto, e quanto più erano fredde e ventose, tanto più gli pareva gustoso il tè; in quei momenti, oltre a scaldarsi con la bevanda, l’organismo si permeava di una forza e di un’energia insolite, piacevolissime. Si sarebbe detto addirittura che quella forza strabordasse da dentro Banov, il quale guardava le stradine vuote là sotto con lo sguardo del cacciatore, neanche cercasse di scovarvi dei nemici.
«Buono questo tè» commentò Karpovic, sorseggiando dalla tazza.
Banov assentì.
«Bevo sempre il tè» disse questi vago, come perso nel vuoto. «E dimmi, come sta il Sognatore del Cremlino?»
«Bene. L’ho visto proprio stamattina. Se ne stava seduto a scaldarsi al solicello e sognava ad alta voce…»

Divertente e lieve: una cartolina ricordo da una terra straniera… DER SPIEGEL
Con la tipica satira Kurkov riunisce più storie in questo incantevole romanzo. DIE PRESSE

LA COPERTINA

 

ALTRI LIBRI DI ANDREI KURKOV

  

€18,00
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DATA USCITA: MAGGIO 2015 -
BROSSURA | PP. 592 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO ROBERTA GADO

 

FINALISTA AL GERMAN BOOK PRIZE
UNA DELLE VOCI PIÙ FRESCHE DELLA LETTERATURA TEDESCA.
UNA GRANDE STORIA D'AMORE E MUSICA.

Quanto amore può sopportare un’amicizia? E cosa accade quando diciamo le parole sbagliate al momento giusto?
Il pianista jazz Tom Holler lascia Berlino per una tournée musicale in Italia. Parte per fuggire l’amarezza di una separazione e anche con la speranza di ritrovare Betty, il grande amore di un tempo che ora vive a Napoli. Tra musica, concerti e avventurose peregrinazioni Holler si addentra sempre di più nel passato e racconta una travolgente storia d’amore e amicizia tra lui, Marc e Betty e del dramma che ne ha lacerato per sempre le esistenze.
In questa straordinaria opera prima - finalista al German Book Prize per il miglior libro dell’anno - Monika Zeiner, cantante e scrittrice, racconta con rara e sincera freschezza la storia di un triangolo fatale tra Berlino e l’Italia, toccando tutte le corde dell’animo umano grazie a una lingua musicale e originale come le immagini che riempiono il romanzo. Pagine colme di leggerezza e malinconia, umorismo e dramma, e personaggi che rimangono a lungo nella memoria e nel cuore. Un romanzo pieno di sentimento e musica.

 

Monika Zeiner (1971) ha studiato Filologia romanza e Storia del teatro a Berlino e Napoli e conseguito il dottorato alla Freie Universitat di Berlino con una tesi sulla malinconia d’amore nel Medioevo (Scuola siciliana e Dolce Stil Novo). Ha pubblicato diversi radiodrammi e canta nel complesso di swing italiano “marinafon”, per il quale compone anche i testi. Vive a Berlino con il compagno e i due figli. L’ordine delle stelle, finalista al Deutscher Buchpreis, e il suo primo romanzo.

STAMPA

Un romanzo per l’estate straordinario, suggestivo, di spessore. BUCHMARKT

Sembra una favola d'altri tempi. Di tempi migliori. FAZ

Con questo romanzo ispirato, Monika Zeiner ci ha regalato un impressionante esordio letterario. DIE PRESSE AM SONNTAG

La scrittura di Monika Zeiner è sgargiante e poetica. (…) Un tripudio di amore e musica. RADIO EINS

€18,90
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DATA USCITA: GIUGNO 2016
BROSSURA | PP. 176 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO S. FORTI

Una grande storia sulle persone, sul coraggio, sulla loro forza (...) Alla fine del romanzo avrei voluto abbracciare il libro. WDR, FRAU TV
 

Baba Dunja è tornata a casa. Le radiazioni nucleari non le hanno impedito di rimettere piede per prima nel paese natio (a due passi da Chernobyl). Qui, insieme a poche anime che si sono via via aggiunte, si tenta di ricominciare a vivere. Perché la vita è ancora bella, nonostante l’età e nonostante intorno ci siano frutti di bosco dalle forme strane, uccelli particolarmente chiassosi, ragni che tessono instancabili le loro tele e persino lo spirito di qualche morto che si affaccia in strada per una chiacchierata.
Le giornate scorrono per il malato Petrov che legge poesie d’amore sulla sua amaca, per la corpulenta Marja che non sa dire addio al proprio gallo Konstantin, per Baba Dunja che scrive lettere alla figlia Irina, chirurgo in Germania, fino a quando uno straniero arriva in paese con la sua bambina e il tran tran della piccola comunità di Černovo viene sconvolto…
Poetico, divertente, intelligente, questo romanzo è una fiaba moderna che svela tutto il talento di Alina Bronsky nel dipingere un paese morente che torna invece a vivere grazie a insoliti personaggi e soprattutto a Baba Dunja, una donna eccentrica e speciale, determinata a realizzare in tarda età la sua personale versione del paradiso in terra proprio in un luogo che a tutti – quasi tutti – sembra dimenticato da Dio.
 

Alina Bronsky riempie un piccolo libro di forza e poesia, cuore e intelligenza. Crea una fiaba e, allo stesso tempo, un’accattivante storia attuale. BUCH MAGAZIN

Un libro pieno di gioioso brio, di malinconia e umanità. LITERATURKRITIK.DE

Un libro che si divora in fretta, ma che non dimenticherete così facilmente. BRIGITTE WOMAN

Da molto tempo nessuno aveva scritto in modo così bello su ciò che chiamiamo casa, sullo stare insieme, sul coraggio e il sacrificio di sé. E sulla serena consapevolezza. HR1

Che storia meravigliosa! MOKKA MAGAZINE
 

Alina Bronsky

Alina Bronsky è nata nel 1978 a Ekaterinburg, in Russia. Ora vive a Berlino. Tra i suoi precedenti libri editi in Italia ci sono La vendetta di Sasha (2010), I piatti più piccanti della cucina tatara (2012) usciti per E/O e Outcast per Corbaccio.
 

ELLE
SETTEMBRE 2016
di CRISTINA DE STEFANO

Non so dirvi come è successo. Ho aperto questo libro e mi sono innamorata.
Lei si chiama Baba Dunja e ha così tanti anni che ho smesso di contarli, ma è una donna libera perché, dice, il bello della vecchiaia è che non devi chiedere permesso a nessuno. Mezzo secolo dopo l'incidente di Chernobyl è tornata nella sua casa lì vicino, come altri della sua generazione, sfidando le radiazioni nucleari e lì ha costruito il suo piccolo paradiso. Che, per chi sa vedere la gioia, è fatto di poche cose. In questo romanzo sorprendente succederanno tante cose. Ci sarà perfino un omicidio, ma non è questo il punto.
Il punto è lei, Baba Dunja, la gioia sotto forma di una vecchia signora non come le altre.

 
MARIE CLAIRE
LUGLIO 2016
DI MARTA CERVINO
 
L'ex infermiera Baba Dunja è vecchia. Così vecchia che contro tutti (leggi la figlia) torna a vivere a Cernovo - Chernobyl, il paese che ha abbandonato dopo l'incidente nucleare. E tra amori tardivi, vicini malati, stranieri pericolosi, si ritaglia un'oasi di pace. in un luogo fuori dal tempo ma che profuma di casa.
 
F
7 settembre 2016

Una favola immersa nel mondo contemporaneo.
Sullo sfondo il disastro di Chernobyl; protagonista una nonna cinica e divertente che non ha paura di nulla, tantomeno di un campo contaminato dalle radiazioni.
Tra nuovi arrivi e strane visioni, il villaggio dove è nata, a pochi chilometri dall'epicentro delle radiazioni, ricomincia a vivere.
 
INTERNAZIONALE
5 LUGLIO 2016
Claudia Reinhard

Baba Dunja è una vecchia signora che vuole vivere a modo suo gli anni che le restano, e vuole farlo nel luogo in cui è nata, il piccolo villaggio di Tschernowo. Ma c'è un minuscolo dettaglio: Tschernowo si trova nella cosiddetta zona della morte.
Il villaggio è stato invaso dalle radiazioni nel 1986. Lei vive lì, insieme a un gruppo di vecchietti che hanno ufficiosamente proclamato Baba Dunja leader di questa cocciuta comunità. Secondo le convinzioni della protagonista, però, non c'è nessuna comunità.
Ci si arrangia, ognuno a modo suo. Nessuno ha obblighi verso nessun altro: la grande libertà nasce anche dal desiderio di non essere di peso per gli altri.
La famiglia di Baba Dunja vive lontano ormai da molto tempo. Sua figlia Irina ha sposato un tedesco e invia regolarmente lettere e pacchetti.
La vecchia signora è felice di ogni lettera, ma si irrita parecchio per i regali: non vuole che qualcuno spenda soldi per lei, lo considera uno spreco. Non lo dice, si limita a pensarlo. O meglio, pensa di pensarlo: l'autrice di origine russa, Alina Bronsky, ci invita a interrogarci su questa sottigliezza psicologica.
Bronsky prende molto sul serio le convinzioni della sua protagonista e vuole che il lettore faccia altrettanto.
Si dissocia dalla tendenza diffusa a proteggere gli anziani come se fossero bambini, a metterli al riparo dalla vita anziché capire cosa desiderano davvero o cosa può fargli
bene.
Alina Bronsky aveva otto anni e viveva in Unione Sovietica quando il reattore di Chernobyl esplose. Non ha condotto ricerche personali su quella riserva in cui oggi qualcuno è tornato a vivere in isolamento, ma questo non rende meno efficaci le sue vivide descrizioni.
Proprio perché lei, come chi ci è tornato, non tratta quel luogo come il teatro di una catastrofe, ma come casa propria. E per ciascuno quel luogo assume un significato diverso. Per Baba Dunja rappresenta prima di tutto la libertà di decidere della propria vita e di non pesare su nessuno.
Questo senso di libertà, che potrebbe facilmente diventare un cliché, Bronsky lo fa emergere con grande sensibilità, celebrando un eroismo pragmatico e raccontando una vita che sembra a prima vista fatta di egoismo, ma in realtà è puro amore.
 
IL VENERDÌ
LA REPUBBLICA
del 5/8/2016
 Realismo fiabesco: Baba torna a vivere a Chernobyl dopo la catastrofe nucleare.
La vita è più forte di tutto, nonostante strane forme, insoliti personaggi e incontri visionari si susseguano. Poi arriverà uno straniero e cambierà tutto. Una favola moderna fatta di cuore e intelligenza.
v.d.s.
 
TU STYLE
4 luglio 2016
Piccole gioie tra le macerie
Baba Dunja non ha più paura di niente, ha dato nel lavoro e in famiglia, è sopravvissuta al disastrop di Chernobyl, ora è vecchia e vuole stare in pace. Decide di riposarsi al paese natìo, a due passi dal luogo
dell'esplosione nucleare, che è ora un mucchio di case fatiscenti dove le anime dei morti parlano coi vivi e lo spettro delle radiazioni persiste. Niente tv, telefono, negozi. Lei però è felice: coltiva l'orto, scrive lettere alla figlia, pensa alla nipote che non ha mai conosciuto. Sarà l'arrivo di un forestiero a minacciare la sua stabilità e quella dei (pochi) compaesani, spingendola a sacrificarsi per il bene collettivo. Eppure un guadagno c'è: scopre che "nessun uomo è un'isola" e che tra le macerie può nascere un'idea di gioia. (C.V.)
 
LA LETTURA - CORRIERE DELLA SERA
17 LUGLIO 2016
di ALESSANDRA IADICICCO
Eroine
Amori e magie di Baba Dunja, l’allegra nonna di Cernobyl
L’autrice russotedesca Alina Bronsky mette in scena un’attempata protagonista. Cinica, navigata, dotata di un’arguzia affilata, vive in un paese immaginario a due passi dal luogo del disastro nucleare. Dove torna per rifarsi una vita.

«E comunque a sapere troppe cose s’invecchia e vengono le rughe, è un proverbio russo». Veniva messa in guardia così, con un appello alla saggezza popolare, la giovane disincantata protagonista del romanzo con cui Alina Bronsky, immigrata russa in Germania, allora trentenne, nel 2008 debuttò in letteratura e conquistò il pubblico tedesco con un bestseller oggi adottato nei programmi delle letture scolastiche. Si intitolava Scherbenpark, tradotto tempestivamente
dalle edizioni e/o con il titolo La vendetta di Sasha. È perfino più sveglia e smagata della vendicativa ragazzetta al centro del romanzo di esordio l’eroina dell’ultimo libro dell’autrice russo-tedesca, L’ultimo amore di Baba Dunja.
È cinica, navigata, ben più che anzianotta, per tutta la gente del paese è una «Baba», cioè una nonna, e non ha nulla da temere dalle conseguenze della sua antica sapienza e perspicacia. Non ha paura di invecchiare, delle rughe se ne fa
un baffo e al repertorio della saggezza popolare potrebbe aggiungere un gustoso campionario di sentenze e di boutade.
Dotata di armi simili, di un’arguzia affilata, di uno humour feroce e, soprattutto, dell’età — «non ho mica più 82 anni!», deve di tanto in tanto ricordare agli altri e a se stessa — è immune, invulnerabile come un supereroe. Figurarsi se si fa intimidire dai rischi di avventurarsi su un terreno contaminato, su un campo irradiato, in quella che a tutti gli effetti, e non solo per chi, stando all’anagrafe, ha un piede nella fossa, è definita la «zona della morte». Perciò non si fa scrupoli di ritornare nella sua terra natia, a Cernovo — un paesino di fantasia desolato, completamente evacuato da una trentina d’anni, dai tempi del disastro nucleare, che si immagina situato a due passi da
Cernobyl — e, qui, di rifarsi una vita. All’inizio, dopo il suo coraggioso ritorno, non c’erano che lei e la quiete. Poi, pian piano, una dopo l’altra, si erano illuminate le finestre delle altre case abbandonate lì attorno. C’era ancora l’elettricità, mancava l’acqua corrente, ma tutti potevano attingere da un pozzo, la terra degli orti era prodigiosamente fertile e, oltre ai ragni capaci di tessere tele in forme nuove, oltre alle cicale capaci di intonare nuovi canti, c’era del pollame e un paio di capre.
Non che il villaggio si fosse ripopolato.
Alla fine gli abitanti redivivi — di fatto una squadra di morti viventi — si potevano contare sulle dita di due mani. E a rigore non formavano nemmeno una comunità: sebbene, quattro gatti com’erano, finissero col sapere tutto l’uno dell’altro — ciascuno avrebbe potuto dire con esattezza quante volte il proprio vicino si rigirava nel letto di notte — non avevano realmente voglia di stare in compagnia. Ma, a dispetto della tacita condanna a cui si erano esposti — in
barba al buon senso e alle preoccupazioni dei familiari: «Ma mamma, chi in piena coscienza vorrebbe tornare nella zona della morte?», cercava di opporsi Irina, la figlia di Baba Dunja, in salvo in Germania —, a dispetto della solitudine e della vecchiaia, riescono a vivere assieme una specie di idillio, una meravigliosa, appena un po’ macabra, fiaba sui generis.
Sull’incomponibile contrasto inferno radioattivo / paradiso terrestre Alina Bronsky ha giocato forse solo all’inizio, nella fase della concezione del romanzo.
Al paradiso la sua Baba Dunja non credeva neanche da piccola: neppure da bambina pensava «che si potesse raggomitolare nelle nuvole come si fa con un piumone». E anche le ricadute infernali dell’esplosione della centrale non la
convincono del tutto: «Le radiazioni non possono certo essere ritenute responsabili di ogni forma di demenza che compare sulla terra», si dice. Così, in quel suo speciale interregno, un po’ regno fatato, un po’ metafora della condizione di qualsiasi creatura mortale — «Se si ferma qui la bambina morirà» dice allarmata una vicina all’arrivo di una giovane straniera. «Certo che morirà, tutti moriremo » risponde secca Dunja come dire «che scoperta» —, assapora i suoi momenti di magia: l’arrivo della neve che attutisce anche i sogni, il ritorno delle api sui fiori gialli di zucca, il colore dorato del brodo preparato dopo aver finalmente tirato il collo al gallo di Marja. Sorride delle beghe della quotidianità: «Se alla mia età mi stupissi ancora degli esseri umani, non mi resterebbe nemmeno il tempo di lavarmi i denti». E gode di un’assoluta soprannaturale libertà: «Il tempo da noi non esiste, non ci sono termini o scadenze, mettiamo in scena la nostra giornata come fanno i bambini con le bambole».
Si imbarca perfino in un ultimo amore. Con il che non si intende certo la storia col vecchio Sidorov, il vegliardo che chiede la sua mano con uno scambio di battute singolare: «— Ti dirò una cosa. — Sono tutta orecchi. — Tu sei una donna. — Esatto. — E io un uomo. — Se lo dici tu. — Sposiamoci Dunja», cui segue un accesso di tosse fino alle lacrime provocato dal tè andato di traverso e scambiato per un segno di commozione. È invece il sentimento che nasce con l’arrivo a sorpresa di una lettera della nipote Laura, discendente sconosciuta, adolescente tormentata, figlia di sua figlia, di quella Irina cui Baba non è riuscita a insegnare «a stare bene nella vita», come ammette tra sensi di colpa. È scritta in una lingua straniera — inglese? tedesco? — e illeggibile per la nonna. «Resterò in vita finché non riuscirò a leggere ciò che mi hai scritto» dice a se stessa la vecchia Dunja nel finale del libro.
Che resta aperto, come l’amore, verso il futuro.
 
CORRIERE DELLA SERA
EDIZ. TRENTINO - ALTO ADIGE
di Claudia Gelmi
 
Quanto valore può assumere ciò che chiamiamo “casa”? Quanto si è disposti a sacrificare pur di ritornare e rimanere, a casa, quando questa è contaminata fin dentro le sue radici? Baba Dunja ha ben chiare le risposte, non ha dubbi in merito, ed è ben decisa a giocare a dadi con il destino fino all'ultima mano.
Nel trentennale del disastro di Chernobyl, la Keller di Rovereto ha pubblicato il romanzo di Alina Bronsky L'ultimo amore di Baba Dunja, una storia di determinazione e pragmatismo tipica di generazioni ormai in estinzione, ma anche di malinconiche emozioni sopportate con il coraggio dell'ironia e la perseveranza del fatalismo.
Baba Dunja è una donna anziana, la prima a rimettere piede, dopo anni di emigrazione forzata, nel paese natio di Černovo, a due passi dal luogo della catastrofe. La vita che conduce, insieme a una piccola comunità di eccentrici personaggi che si sono aggiunti via via, è quella dell'autosussistenza post-atomica. Le giornate di Baba Dunja trascorrono tra il lavoro domestico e rurale, due chiacchiere con le anime vive del paese, qualche sguardo complice scambiato con i morti che la tengono per mano, lo spirito di un gallo deceduto in una strana circostanza e la corrispondenza con la figlia che vive in Germania e non capisce la scelta della madre. Fino a che il mondo di fuori spezza il recinto geografico e sentimentale che isola Černovo e irrompe nel tran tran di Baba Dunja, la quale, benché dotata di una saggia ironia di fondo, si trova ad affrontare le ultime questioni irrisolte della sua esistenza.
L'autrice di questa dolce-amara favola contemporanea, nata nel 1978 a Ekaterinburg in Russia e tedesca di adozione, fa parte di quella generazione di scrittori e scrittrici dell'est Europa che ha trovato nella Germania una patria culturale e linguistica e che attraverso la narrazione recupera storie e culture dei paesi di origine trasfigurandole in brillanti prodotti letterari.
Claudia Gelmi
€14,50
Codice SKU: 9788889767955
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L’IMPETO DELLA REALTÀ

Sulla rotta dei rifugiati attraverso l’Europa

Con 12 fotografie di Moises Saman dell'Agenzia Magnum


PREZZO: €14,00
DATA USCITA: MARZO 2017
BROSSURA | PP. 128 | 12 immagini in bianco e nero |COLLANA RAZIONE K
TRADUZIONE DAL TEDESCO DIEGO MOSCA

Per 12 settimane nella top ten dei più venduti in Germania
Per 36 settimane nella lista dei bestseller

A piedi, in autobus, con automobili e treni speciali: una scia infinita di rifugiati si è mossa dall’isola greca di Lesbo verso il cuore dell’Europa.
È l’autunno 2015 e Navid Kermani ha trascorso diverse settimane sulla cosiddetta rotta balcanica. Ne è scaturito un reportage acuto e di grande sensibilità umana in grado di spiegare come crisi e conflitti – che eravamo abituati a considerare lontani dai nostri destini – abbiano improvvisamente fatto irruzione nel mondo in cui viviamo.

Navid Kermani è uno scrittore e uno degli intrellettuali più stimatie ascoltati in Germania. Vero e proprio pnte tra cultura araba, cristiana ed europea, è stato insignito del premio per la pace degli editori tedeschi nel 2015. Alcuni lo vorrebbero anche nuovo presidente della Germania. Il suo splendido intervento alla ricezione del premio per la pace, è stato tradotto e reso disponibile sul sito di Limes.
Per i suoi romanzi, saggi e reportage ha ricevuto numerosi premi, tra gli altri, il Premio Kleist, il Joseph-Breitbach-Prize.

Moises Saman è membro di Magnum Photo Agency. Ha vinto il World Press Photo Award per le sue fotografie che documentano le crisi e le regioni di guerra. È stato scelto per il Guggenheim Fellowship e divide il suo tempo tra il Cairo e New York.


“Magistrale”.
Joachim Frank, Frankfurter Rundschau, 12 febbraio 2016

“Un reportage pieno di empatia.”
Martin Ebel, Der Bund, 8 marzo 2016

“Un reportage impressionante.”
Saldo, 2 marzo 2016

“Rafforza il sistema immunitario del lettore contro le opinioni superficiali e i giudizi affrettati”.
Oliver Hove, Wiener Zeitung ,. 1 marzo 2016

“Toccante, eccitante e importante”.
Morgenpost, 14 febbraio 2016

“Un evento”.
Holger Heimann, Stuttgarter Zeitung, 3 febbraio 2016

“Lettura preziosa.”
Detlef Rüsch, Amazon, 26 gennaio, 2016

“Un credo di speranza per il futuro dell’Europa”.
Anne-Sophie Scholl, Berner Zeitung, 21 gennaio 2016

€14,00
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PREZZO: €12,00
DATA USCITA: 29 APRILE 2017
BROSSURA | PP. 112 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL TEDESCO ROBERTA GADO

 

Un uomo e una donna, nell’autunno della loro vita, vincono un soggiorno in un elegante albergo a cinque stelle nella splendida Engadina.
In quel luogo incantevole la donna sente rivivere ancora una volta desideri e aspirazioni, mentre l’uomo è vittima della paura, dell’insicurezza e affronta tutto come se fosse il suo ultimo viaggio. Per fortuna ha con sé l’inseparabile borsa di plastica dove tiene tutto quello che gli può servire.
In questo libro Camenisch alterna quarantasette miniature nelle quali seguiamo i due anziani, il loro rapporto ma anche le domande fondamentali, che sono poi di tutti: da dove veniamo, che cosa volevamo diventare, dove stiamo andando? L’amore, la vita e la morte, le domande senza tempo che trovano una risposta proprio quando l’esistenza è all’imbrunire.
Un’opera profonda e lieve, ironica e arguta, capace di regalarci storie umane, anzi umanissime, talvolta tragicomiche e sempre ridotte a una essenzialità tale da renderle vere agli occhi di ogni lettore.

Un'opera così radicale può scaturire solo da una giovane passione profondamente assetata di vita. NZZ AM SONNTAG

 

LA CURA TOUR
Arno Camenisch e Roberta Gado toccheranno varie città italiane dal 2 al 9 maggio.

Il 2 maggio Camenisch sarà a Trieste alla Libreria Antico Caffè San Marco (ore 18.30) assieme all'editore Roberto Keller, mentre dal 3 al 7 maggio – assieme a Roberta Gado – incontrerà i lettori alla Nuova Libreria Il delfino di Pavia (3 maggio, ore 18), alla libreria Marcopolo di Venezia (4 maggio, ore 20), alla Libreria Verso di Milano (5 maggio, ore 19 in collaborazione con l'Istituto Svizzero di Milano), alla Libreria Diari di bordo di Parma (6 maggio, ore 18) e alla Modusvivendi di Palermo (7 maggio, ore 11.30).
L'intensa otto giorni si concluderà l'8 maggio a Catania alla Libreria Vicolo Stretto (ore 19.30) e il 9 maggio alla libreria Pagina 12 di Verona (ore 19), questa volta con la presenza anche dell'editore Keller.
Il tour è realizzato in collaborazione con Pro Helvetia, fondazione svizzera per la cultura.

€12,00
Codice SKU: 978-88-99911-04-1
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PREZZO: €16,00
DATA USCITA: 20 MAGGIO 2017
BROSSURA | PP. 208 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO FRANCO FILICE

Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry… un gruppo di amici e una promessa: la loro vita non sarebbe stata un semplice avvicendarsi di scuola-lavoro-morte. Per questo motivo e per proteggere chi fra loro – Frieder – ha tentato il suicidio, decidono di andare ad abitare tutti insieme in una ex fattoria.
Una casa in cui vivere senza adulti, un luogo condiviso nella Germania degli anni Ottanta che battezzano Auerhaus – storpiatura tedesca della canzone dei Madness Our House. Questo diventerà il loro mondo, la loro unica vera vita fatta di colazioni insieme, liceo, furti, vino e tzatziki e soprattutto di tante parole spese intorno al tavolo per far da scudo agli umori di Frieder, che non è poi così tanto sicuro che valga ancora la pena di vivere.
Una storia di gioventù, di amicizia e amore, una magica alchimia che Bov Bjerg crea tra questi sei ragazzi idealisti che impareremo a sentire molto vicini e che, pagina dopo pagina, ci conquisteranno al punto da voler vivere nell’Auerhaus, lottare insieme a loro per la felicità, come se fosse una questione di vita o di morte.

Sapevamo da un pezzo che la storia dell’Auerhaus sarebbe finita presto. Ma era come se avessimo fifa a parlarne perché temevamo di accelerare i tempi di quell’epilogo.
Avevamo sempre finto che la vita nell’Auerhaus fosse la nostra vita reale, cioè che sarebbe durata in eterno.
Frieder disse: «Hai gli occhi chiusi e galleggi su un materassino gonfiabile, accarezzato da una leggera brezza. Quello che ti passa per la testa è: ‘Oh che sballo, trascorrerò il resto dei miei giorni in questa laguna, nei mari del Sud’. Poi apri gli occhi e ti rendi conto che è soltanto un pomeriggio in un laghetto di cava, e in un attimo vola via anche quello».

Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con Deadline. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (La nostra casa, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito Die Modernisierung meiner Mutter.

Un successo tra gli adulti e le nuove generazioni tedesche per due mesi nella top ten dei più venduti e per 37 settimane nella lista dei bestseller.

Vorrei starmene con loro, fuggire, amare e fare stupidaggini. CLEMENS MEYER

Bov Bjerg ha scritto uno dei più bei libri dei giorni nostri. SÜDDEUTSCHE ZEITUNG

DICE LA STAMPA

Bov Bjerg ci conduce con leggerezza e profondità in un viaggio nel tempo negli anni Ottanta, in una storia ricca di sensazioni folli e sconvolgenti. Meike Schnitzler, Brigitte, 22.07.2015

Era da anni che aspettavo questo libro. Maxim Biller, ZDF Literarisches Quartett, 11.12.2015

La nostra casa è una storia che si legge d'un fiato, intensa e sconvolgente. Carolin Courts, WDR 5, 21.07.2015

Non c'è una sola parola fuori posto. Peter Praschl, Die Welt, 28.07.2015

Con il suo romanzo Bov Bjerg ci ha regalato una bellissima storia sulla solitudine esistenziale e il vero spirito comunitario. Jess Jochimsen, Badische Zeitung, 17.07.2015

Un incantevole libro sulla giovinezza - per tutte le età. Tobias Becker, Spiegel Online, 15.07.2015

Il calore, il suono e soprattutto la forza di questo romanzo riecheggiano a lungo in chi lo ha letto. Elke Schlinsog, Deutschlandradio Kultur, 15.07.2015

Bov Bjerg è riuscito a trovare una cifra che potrebbe essere accattivante non solo per i giovani, ma anche per gli adulti. Kulturradio rbb, 29.09.2015

La nostra casa di Bov Bjerg è un inno alla libertà dei giovani. E l'autore lo intona con una tale bravura da far venir voglia di tornare giovani. David Hugendick, Die Zeit, 26.11.2015

Il mio classico preferito è La nostra casa di Bov Bjerg. È un libricino smilzo con pochissime pagine che tuttavia sono di un'intensità unica. Björn Beton, Fettes Brot, 24.11.2015

La nostra casa è un libro scritto con tocco sensibile. SPEX, 02.11.2015

In La nostra casa Bov Bjerg narra realisticamente come si diventa adulti. TAZ, 31.10.2015

Emozionante e fresco, molto divertente e pieno di malinconia. Jan Wiele, Frankfurter Allgemeine, 28.11.2015

Bov Bjerg affida all'io narrante il compito di raccontare, con profondità e umorismo, la storia di una meravigliosa amicizia e dell'essere diversi. Susanne Helmer, Nürnberger Nachrichten, 28.11.2015

Un romanzo meraviglioso. Gerrit Bartels, Der Tagesspiegel, 29.11.2015

Non capita spesso. Ma nel caso di questo libro si sente il bisogno di dare non un consiglio, ma un ordine di lettura. Das Magazin, 01.12.2015

La nostra casa potrebbe diventare una sorta di "Un'estate lunga sette giorni II". Gerrit Bartels, Der Tagesspiegel, 05.12.2015

Leggendo questo libro mi sono divertita, emozionata, commossa. Christine Westermann, ZDF

Questo libro è bellissimo. Daniel Cohn-Bendit, ZDF Literarisches Quartett, 11.12.2015

Un libro che ha lasciato senza fiato quasi tutti quelli che lo hanno letto. Volker Weidermann, ZDF Literarisches Quartett, 11.12.2015

Nel suo romanzo Bov Bjerg narra la storia di un gruppo di giovani cresciuti in un paesino della Svevia cogliendo anche lo spirito del nostro tempo. taz, 11.12.2015

Un romanzo molto intenso sul passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Hajo Steinert, Deutschlandfunk, 12.12.2015

Il linguaggio preciso di Bjerg toglie alla trama la sua dimensione temporale per traSformarla in una parabola che prescinde dalla collocazione storica. ORF, 16.12.2015

Libro spiritoso, leggero e malinconico. Martin Gaiser, Südwest Presse, 16.12.2015

Il romanzo La nostra casa di Bov Bjerg è una fantastica storia sull'adolescenza nella provincia tedesca. Heimo Mürzl, Wiener Zeitung, 19.12.2015

Il libro che ci voleva, in questo momento. Deutschlandradio Wissen, 03.01.2016

Con questo smilzo romanzo sulla fine dell'adolescenza, Bov Bjerg ha scritto uno dei più bei libri dei giorni nostri. Süddeutsche Zeitung, 09.01.2016

La nostra casa, è questo il titolo del romanzo un po' fantastico di Bov Bjerg, in cui il tono sensibile e malinconico si alterna a un piglio irriverente ma sempre discreto. Michael Saage, Hessische/Niedersächsische Allgemeine, 17.02.2016

Trama densa che scava in profondità, ma narrata con splendida leggerezza. Lausitzer Rundschau, 27.02.2016

Un libro veramente bello. Jörg Petzold, FluxFM, 24.03.2016

Il tono laconico di Bov Bjerg è irresistibile. Mittelbayerischer Zeitung, 12.04.2016

 

 

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BROSSURA | PP. 288 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL FRANCESE SILVIA TURATO

Vincitore Premio Terzani 2017 

 

PRIX GONCOURT DES LYCÉENS
PRIX DES LECTEURS
PRIX LE CHOIX DE L’ORIENT
PRIX DES LIBRAIRES DU QUÉBEC

Georges ha sognato di bruciare la cartolina precetto per la guerra in Vietnam, di liberare Angela Davis e poi sposarla, di sfidare i carri armati dei colonnelli greci. Eppure, per ora, nelle rivolte del ’68 parigino ha solo affrontato con la spranga di ferro alcuni gruppi di “ratti neri”, come negli anni Settanta venivano chiamati gli studenti fascisti.

Il teatro è la sua passione e il palcoscenico è ciò che lo lega a Samuel Akunis, regista greco scappato alla dittatura. Sarà quest’amicizia, nata per caso in un’aula dell’università, a portare Georges a vivere quel ruolo da protagonista della Storia che sogna da tempo. Samuel infatti gli chiede di portare a termine il suo progetto: mettere in scena l’Antigone di Anouilh tra le strade di Beirut, straziate dalle lotte intestine e crivellate dai cecchini. Per la tragedia però bisogna patteggiare una tregua di due ore e mettere insieme un cast che dia voce a ciascuna delle parti in campo: Antigone canterà la nostalgia della terra di Palestina, Creonte farà risuonare la fede maronita, Emone brucerà dell’amore di un druso.
La guerra, però, non è posto da cui si torna indenni, Georges dovrà fare i conti con il mondo della pace e affrontare la sua personale quarta parete, quel recinto che lo protegge dalla vita e che risulterà impossibile conservare intatto.


Sorj Chalandon è nato nel 1952. È stato per trent’anni corrispondente e giornalista per «Libération», prima di entrare nella squadra irriverente de «Le Canard Enchaîné». Ha coperto i maggiori conflitti del secolo scorso, dal Libano all’Afghanistan e si è trovato più volte a tu per tu con la guerra. I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Il mio traditore (Mondadori, 2009) e Chiederò perdono ai sogni (Keller, 2014). Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

STAMPA ESTERA

«Bello e disperato, questo romanzo è la storia di un’utopia e un inno alla fratellanza» GILLES HEURÉ, TÉLÉRAMA

«Un testo magistrale» OLIVIA MAURIAC, MADAME FIGARO

«Un romanzo denso, pieno di emozioni e di un’oscurità solenne» CATHERINE SIMON, LE MONDE DES LIVRES

«Di una tale potenza che ci fa sentire la tensione, l’orrore, l’assurdità» CHARLOTTE PONS, LE POINT

«Qui battono i cuori e tuona il mondo» HUBERT ARTUS, LIRE

 

 

IL VENERDÌ
DI REPUBBLICA
23/9/2016

di Gabriele Santoro

L'autore Sorj Chalandon, (www.festivaletteratura.it/it/2016/autori/sorj-chalandon), pubblicato in Italia da Roberto Keller con la traduzione di Silvia Turato, è in cerca di una tregua nel cuore di Beirut e trova Antigone, la splendida Imane, nel campo profughi palestinese di Shatila. Era il 18 settembre 1982. 
Il romanzo di Chalandon e i suoi personaggi stanno tutti dentro alle righe dell'incipit di uno scritto (Electre e Antigone, Editions Gallimard, 1953) di Simone Weil destinato agli operai di una fonderia mediante la diffusione interna del foglio di fabbrica “Entre nous”: «Sono passati circa duemilacinquecento anni da quando in Grecia si scrivevano bellissimi poemi. Ormai, a leggerli, sono quasi soltanto coloro che si specializzano in questo studio, ed è un peccato. Perché questi antichi poemi sono talmente umani da essere ancora molto vicini a noi e possono interessare tutti. Sarebbero persino molto più commoventi per quanti sanno cosa significhi lottare e soffrire». E ancora: «Così questi drammi, benché dolorosi, non lasciano mai un'impressione di tristezza. Resta piuttosto una sensazione di serenità».
Se a Beirut i nemici recitano Sofocle, pagina 101 «Cosa posso fare per te?», chiese Georges all'amico Samuel Akunis, ebreo sfuggito all'Olocausto e combattente greco contro la dittatura dei colonnelli. «Molto, puoi fare molto», rispose quest'ultimo dal letto di ospedale.
Il sogno di Sam risiedeva su trenta pagine di taccuino e Georges avrebbe dovuto realizzarlo. Correva l'anno 1982 e voleva cogliere di sorpresa la guerra, mettendo in scena l'Antigone di Jean Anouilh a Beirut che, tagliata fuori dal mondo, martirizzava sé stessa. Offrì un ruolo a ciascuno dei belligeranti. Antigone era la palestinese sunnita Imane, Ismene, Emone un druso dello Shuf, Creonte, re di Tebe e padre di Emone, un maronita, infine le guardie, tre fratelli sciiti. L'idea sublime consisteva nello spogliarli per qualche ora dalle appartenenze per ergersi col teatro in una notte di tregua senza bombe sul proscenio di un cinema, il Beaufort, ormai diroccato.
Georges è un orfano del Movimento del Sessantotto. Militante col cuore gonfio di delusione, regista teatrale, sorvegliante in un collegio parigino e studente di storia fuori corso considera il teatro la sua ultima resistenza a un mondo in disfacimento. E l'amicizia con Sam lo mantiene vivo.
La penna appassionata di Sorj Chalandon con La quarta parete (Keller, 285 pagine, 17.50 euro) non domanda perdono ai sogni, ma li affronta fino alle conseguenze estreme. L'ex corrispondente di Libération torna da romanziere sul fronte di guerra libanese, dove era stato, e attinge alla pagina destra dei propri taccuini giornalistici, quella riservata ai sentimenti. Un libro potente come l'appena ventenne Imane che ci porta nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, dove a pochi giorni dalla rappresentazione teatrale l'umanità è ancora una volta morta senza risorgere. La giovane attrice era stanca di capire l'inconcepibile. Antigone è quella piccola magra che è seduta là in fondo, e che non dice niente, ma resiste col suo corpo e un pugno di terra fra le mani.
L'autore riapre ferite che hanno la misura dell'abisso, ed è interessante l'equilibrio trovato fra la realtà e quella narrativa. Chalandon è ancora una volta riuscito a rendere testimonianza puntuale un'urgenza privata. L'evoluzione del suo rapporto tra giornalismo e letteratura assomiglia a quella straordinaria di Jean Hatzfeld, che ci ha restituito quel che si poteva del genocidio ruandese.

 

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