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mercoledì 08 settembre 2010
IL DOSSIER "CRISTINA" Stampa E-mail
giovedì 10 settembre 2009
Herta Müller, scrittrice riparata in Germania perché perseguitata dalla Securitate, racconta di come sia riuscita ad entrare in possesso del dossier che il servizio segreto aveva compilato su di lei e confronta i propri ricordi con le annotazioni, i rapporti e gli omissis - più o meno voluti - nel materiale fornitole.  Il tutto con un tremendo sospetto...

L'autrice sarà l'11 e 12 settembre al Festivaletteratura di Mantova.
 
Pubblichiamo la prima metà dell'ampio memoriale a firma Herta Müller, apparso su "Die Zeit" del 23 luglio 2009. La seconda parte apparirà sul nostro sito nei prossimi giorni.

Securitate in tutto fuorché il nome
Vent'anni dopo l'esecuzione di Ceausescu il suo servizio segreto vive ancora. Per la prima volta la scrittrice tedesco-rumena Herta Mueller descrive la sua recente esperienza del terrore della Securitate.

Per me qualsiasi viaggio in Romania è anche un viaggio in un altro tempo, in quello in cui non sapevo quali eventi della mia vita fossero coincidenze e quali fossero previsti. Questo è il motivo per cui in ciascuna delle dichiarazioni pubbliche che ho fatto, ho sempre chiesto di avere accesso agli incartamenti segreti che mi riguardano e che però, con svariati pretesti, mi sono sempre stati negati. Invece, ogni volta ho avuto segnali che ero ancora una volta, e questo bisogna dirlo, sotto controllo.


All'inizio della primavera di quest'anno ho visitato Bucarest, su invito del NEC (New European College). Il primo giorno ero seduta nell'atrio dell'hotel con un giornalista e un fotografo quando un  muscoloso agente della security ha fatto delle domande a riguardo di un permesso e ha cercato di strappare la macchina dalle mani del fotografo. "Non sono permesse fotografie dei locali e nemmeno alle persone che vi si trovano" ha urlato.
La sera del secondo giorno ho fissato una cena con un amico che, come ci eravamo accordati per telefono, è venuto a prendermi all'hotel alle sei in punto. Non appena ha svoltato nella strada in cui si trova l'hotel ha notato che un uomo lo stava seguendo. Quando ha chiesto di chiamarmi alla reception, l'addetto ha detto che avrebbe dovuto compilare un modulo visitatori. Questo l'ha spaventato perché una cosa del genere non l'aveva mai sentita, nemmeno sotto Ceausescu.
Il mio amico ed io siamo andati a piedi verso il ristorante. Più volte lui ha suggerito di attraversare e spostarsi verso il lato opposto della strada. Io non ho pensato nulla di questo. Nulla finché il giorno successivo non ha raccontato ad Andrei Plesu, Direttore del NEC, del modulo visitatori e dell'uomo che l'aveva seguito durante il tragitto verso l'hotel e anche noi due, più tardi, diretti al ristorante. Andrei Plesu si è infuriato ed ha mandato la sua segretaria a cancellare le prenotazioni all'hotel.
Il direttore dell'albergo ha mentito sostenedo che alla reception c'era un'addetta al primo giorno di lavoro e che aveva commesso un errore. Ma la segretaria conosceva la ragazza, lavorava alla reception da anni. Il direttore ha risposto che il "patron", il proprietario dell'hotel, era un ex membro della Securitate che, sfortunatamente, non aveva cambiato abitudini. Poi ha sorriso e ha detto che in ogni caso il NEC poteva cancellare tutte le prenotazioni con lui, ma che sarebbe stata la stessa cosa negli altri hotel dello stesso livello. L'unica cosa è che non ce ne saremmo accorti.
Ho saldato il conto. Dopodiché non ho avuto percezione che qualcun altro mi seguisse. O il servizio segreto era rientrato o lavoravano in modo professionale, ovvero senza essere notati.
Tanto perché ci voleva un'ombra, alle sei in punto il mio telefono  deve essere stato messo sotto controllo. La polizia segreta di Ceausescu, la Securitate, non è stata sciolta, ha solo assunto un altro nome, SRI (Servizio Rumeno di Informazione). E da quanto dichiarato, il 40% dei componenti sono stati presi dalla Securitate. La percentuale reale è probabilmente molto più elevata. E il rimanente 60%  si è ritirato e vive con pensioni che sono tre volte o più quelle di chiunque altro, oppure sono i nuovi architetti dell'economia di mercato. Oltre al lavoro nel corpo diplomatico, una ex spia nella Romania d'oggi può ottenere qualsiasi posto.

L'accesso al dossier, la via rumena
Gli intellettuali romeni erano disinteressati nel voler vedere svelati gli incartamenti segreti tanto quanto verso le vite che erano andate perdute attorno a loro, o verso i nuovi legami tra i capi dei partiti e gli ufficiali dei servizi segreti. Se, come me, hai chiesto pubblicamente accesso agli incartamenti anno dopo anno, cominci a dare sui nervi persino ai tuoi amici. Questo è il motivo per cui, per anni, i dossier della Securitate non sono sono stati effettivamente in possesso del National Council for the Study of the Securitate Archives (conosciuto come CNSAS) che è stato costituito a malincuore nel 1999 ma con i nuovi-vecchi servizio segreti, su pressione della Comunità europea.
Loro controllavano tutti gli accessi ai dossier. Il CNSAS doveva inviare le richieste a loro; qualche volta venivano soddisfatte, ma per la maggior parte venivano respinte, persino con la motivazione: "L'incartamento non è ancora stato chiuso". Nel 2004 ero a Bucarest per dare peso alla mia reiterata richiesta d'avere accesso al dossier. All'entrata del CNSAS sono rimasta perplessa nel trovare tre giovani donne in vestiti succinti con lunghi colli e vistosi collant come se fosse un qualche centro erotico. E tra le donne c'era un soldato con un fucile automatico a tracolla come se fossimo in una caserma militare. Il capo del CNSAS pretendeva di non essere lì, anche se avevo un appuntamento con lui.
Questa primavera un gruppo di ricercatori è capitato sugli incartamenti inerenti gli autori romeno-tedeschi dell'Aktiongruppe Banat(ndt quello a cui appateneva Herta Mueller). La Securitate aveva dipartimenti specializzati per ogni minoranza. Per i tedeschi era chiamato "Nazionalisti e Fascisti tedeschi", la sezione ungherese si chiamava "Irredentisti ungheresi", quella ebraica "Nazionalisti ebrei". Solo gli autori romeni avevano l'onore di essere posti sotto il contrrollo del dipartimento di "Arte e cultura".
Improvvisamente trovai il mio incartamento, sotto il nome di "Cristina". Tre volumi, 914 pagine.
A quanto si dice era stato aperto l'8 marzo 1983 - sebbene contenga documenti di anni precedenti. La ragione indicata per l'apertura del procedimento: "Tendenziose distorsioni delle realtà nella campagna, in particolare le condizioni dei villaggi" nel mio libro "Nadirs". Analisi testuali di spie corroboravano questa posizione. E il fatto che appartenevo a un "circolo di poeti di lingua tedesca" ..."conosciuto per i suoi lavori ostili".
Il dossier è un lavoro arraffazzonato dall'SRI a nome della vecchia Securitate. Per dieci anni avevano avuto tutto il tempo del mondo per lavorarci sopra. Non potevi dire che l'avevano risistemato, l'incartamento era stato semplicemente svuotato di ogni contenuto.
I tre anni alla fabbrica di trattori Tehnometal dove lavoravo come traduttrice mancano. Ho tradotto i manuali per le macchine importate dalla Repubblica Democratica Tedesca, dall'Austria e Svizzera. Per due anni sono stata seduta con quattro contabili in ufficio. Loro elaboravano i salari dei lavoratori, io giravo le pagine dei miei dizionari tecnici. Io non capivo una sola cosa a propostito di presse idrauliche o non idrauliche, leve o calibri. Quando il dizionario dava tre, quattro o sette termini, io uscivo nello stabilimento e chiedevo agli operai.
Mi dicevano l'esatto termine romeno senza alcuna conoscenza del tedesco - conoscevano le loro macchine. Il terzo anno fu stabilito un "protocollo d'ufficio". Il direttore mi spostò a lavorare accanto a due nuovi traduttori, uno dal francese e l'altro dall'inglese. Il primo era la moglie di un professore universitario che, persino nei miei giorni da studentessa, era conosciuto come un informatore della Securitate. L'altra era la figliastra del secondo più importante ufficiale del sevizio segreto in città. Poi, apparentemente, dovetti affrontare due test di assunzione con l'ufficiale del servizio segreto Stana, per essere ritenuta adatta all'ufficio. Dopo il mio secondo rifiuto, il suo saluto fu: "Ti pentirai, ti annegheremo nel fiume".
Una mattina arrivata al lavoro vidi che i miei dizionari giacevano sul pavimento fuori della porta dell'ufficio. Il mio posto era stato preso da un ingegnere, e io non avevo più l'accesso all'ufficio. Non potevo andare a casa, mi avrebbero licenziato. Adesso non avevo né tavolo né sedia. Per due giorni, mi sedetti con i miei dizionari con aria di sfida per otto ore su una scala di calcestruzzo che univa il piano terra al primo, cercando di tradurre così che nessuno avrebbe potuto dire che non stavo lavorando. I membri dell'ufficio camminavano silenziosi dietro di me. La mia amica Jenny, un ingegnere, sapeva cosa mi stava accadendo. Ogni giorno glielo raccontavo dettagliatemente, sulla via di casa. Dagli altoparlanti in cortile potevamo sempre ascoltare i ritornelli dei lavoratori sulla felicità della gente. Lei mangiava e piangeva per me, io no. Dovevo essere forte.

Il terzo giorno mi misi alla scivania di Jenny, lei liberò un angolo per me. Così anche il quarto giorno. Al quinto mi aspettava davanti alla porta. "Non posso più ospitarti in ufficio. Pensa, i miei colleghi sostengono che tu sei una spia". "Come è possibile" chiesi. "Tu sai dove viviamo" lei motivò.  Presi i miei dizionari e mi sedetti nuovamente sulle scale. Questa volta piansi anch'io. Quando me ne uscivo nello stabilimento per chiedere di un vocabolo, gli operai mi fischiavano e gridavano "Informatrice". Era un calderone. Quante spie c'erano nell'ufficio di Jenny e tra gli operai. Stavano seguendo delle istruzioni. C'erano ordini dall'alto di attaccarmi, la diffamazione avrebbe dovuto spingermi alle dimissioni. All'inizio di questo periodo turbolento mio padre morì. Non avevo più il controllo delle cose, dovevo assicurarmi che esistevo davvero nel mondo, e cominciai a buttar giù la mia storia - questi scritti formarono la base dei racconti di "Nadirs".
Il fatto che ora ero considerata una spia perché avevo rifiutato di diventarlo era peggio che tentare di reclutarmi o minacciarmi di morte. Venivo diffamata proprio dalle persone che stavo proteggendo rifiutandomi di spiarle. Jenny e una manciata di colleghi potevano osservare i giochi che stavano facendo con me. Ma quelli che non mi conoscevano bene non potevano. Come potevo spiegare loro cosa stava accadendo, come potevo provare il contrario. Era del tutto impossibile, come la Securitate sapeva fin troppo bene, e questo è ciò che fecero esattamente con me. Sapevano anche che questa perfidia sarebbe stata più distruttiva di qualsiasi ricatto. Ci si può abituare alle minacce di morte. Sono parte e fardello della vita che abbiamo. Si può sfidare l'ansia nel profondo dell'animo. Ma la diffamazione ti ruba l'anima. Senti solo che sei accerchiata dall'orrore.
Non so quanto durò questa situazione, non lo so più. Mi sembrò senza fine. Probabilmente qualche settimana. Finalmente venni licenziata.
Nel mio dossier questo periodo è descritto in sole due parole, una nota scrita a mano al margine del rapporto di sorveglianza. Anni dopo, a casa, io riportai il tentativo alla fabbrica di farmi apparire come una spia. A margine il tenente Padurariu scrisse "E' corretto".
Poi vennero gli interrogatori. Le accuse che non stavo cercando un lavoro, che vivevo di prostituzione, di mercato nero, da "elemento parassita". Mi fecero nomi che non avevo mai sentito in vita mia. E mi accusarono di spionaggio per la BND (l'intelligence della Germania occidentale) perché ero amica di un librario del Goethe Institute e di un interprete all'ambasciata tedesca. Ore e ore di accuse infondate. Ma non solo questo. Non avevano bisogno di nessun mandato, semplicemente mi prelevavamo per strada.
Un giorno ero diretta verso la mia parrucchiera quando un poliziotto mi condusse, attraverso una stretta porta di metallo, nel seminterrato di una casa dello studente. Tre uomini in borghese erano seduti a un tavolo. Il capo era uno piccolo e ossuto. Chiese di vedere la mia carta di identità e disse: "Bene puttana, ci incontriamo di nuovo". Non l'avevo mai visto prima. Disse che facevo sesso con otto studenti arabi in cambio di collant e cosmetici. Non conoscevo un solo studente arabo. Quando glielo dissi rispose: "Se vogliamo, troviamo venti testimoni arabi. Vedrai, sarà uno splendido processo". Gettò molte volte la mia carta di identità sul pavimento e io dovetti chinarmi più volte a raccoglierla.
Forse trenta o quaranta volte; quando rallentai mi diede un calcio nelle reni. E da dietro la porta oltre il tavolo udii gridare una voce di donna. Torture da stupro, solo un nastro registrato, speravo. Poi mi forzarono a mangiare otto uova sode e cipolle verdi con sale. Mi obbligarono a ingoiare tutto. Infine l'uomo ossuto aprì la porta di metallo, gettò fuori la mia carta di identità e mi diede un calcio nel sedere. Caddi con la faccia nell'erba accanto a dei cespugli. Vomitai senza alzare il capo. Senza correre raccolsi la mia carta di identità e mi diressi verso casa. L'essere prelevata dalla strada fu più terrificante di un arresto con un mandato. Nessuno avrebbe saputo dove fossi finita. Si poteva scamparire e non riapparire mai più o, come hanno minacciato più tardi, potevi essere ritrovato nel fiume, come corpo annegato. Il verdetto sarebbe sato suicidio.
Nessun interrogatorio è menzionato nell'incartamento, nessun mandato, nessun prelievo dalla strada.
Questo è quanto il dossier segna in data 30 novembre 1986: "Notificazioni di ogni viaggio di Cristina, a Bucharest e in altri luoghi del paese, devono essere date a tempo debito al Direttorato I/A (Internal Security) e III/A (Counterespionage)", così che "si possa garatire un controllo permanente". In altre parole, io non potevo viaggiare liberamente nel paese senza essere pedinata, "per effettuare le misure di controllo necessarie sulle sue relazioni con diplomatici della Germania dell'Ovest e cittadini della Germania occidentale.
Il pedinamento poteva variare a seconda delle intenzioni degli agenti. Qualche volta non te ne accorgevi, qualche volta era evidente, altre volte diventava aggressivo e brutale. Quando "Nadirs" avrebbe dovuto apparire con l'editore di Berlino Ovest Rotbuch, l'editore e io fissammo un appuntamento a Poiana Brasov sui Monti Carpazi per evitare di attirare l'attenzione. Viaggiammo separatamente come appassionati di sport invernali. Mio marito Richard Wagner doveva andare a Bucharest con il manoscritto. Io dovevo seguirlo il giorno seguente con il treno, senza manoscritto.
Due uomini mi aspettavano alla stazione ferroviaria e volevano prelevarmi. Io dissi "Io non verrò finché non avrete un mandato di cattura". Confiscarono il mio biglietto e la carta di identità e dissero, prima di scomparire, che non avrei dovuto lasciare quel posto fino al loro ritorno. Ma il treno arrivò e loro non ritornarono. Io uscii sul marciapiede. Era il periodo del grande risparmio energetico, le carrozze letto erano al buio alla fine del marciapiede. Potevi salirci solo poco prima della partenza, le porte erano chiuse. I due uomini erano lì, camminavano avanti e indietro, mi spinsero e mi gettarono a terra tre volte. Sporca e confusa mi tirai su come se non fosse accaduto nulla.
La folla in attesa guardava avanti come se non stesse accadendo nulla. Quando finalmente si aprirono le porte del vagone letto, mi feci largo nella fila. Lo fecero anche i due uomini. Entrai nello scompartimento, mi spogliai parzialmente e mi infilai il pigiama così che se mi avessero spinto fuori, mi avrebbero notato. Quando il treno partì andai nella toilette e nascosi una lettera per Amnesty International dietro lo sciuacquone.
I due uomini erano in piedi nel corridoio che parlavano al controllore delle carrozze letto. Avevo la cuccetta più in basso. Forse perché ne uscivo più facilmente, pensavo. Quando il controllore venne nel mio scompartimento, mi porse biglietto e documento di identità. Gli chiesi dove li avesse presi e cosa volessero i due uomini da me. "Quali uomini" disse, "ci sono dozzine di uomini qui".
Non chiusi occhio per tutta la notte. Era stato stupido prendere il treno, pensavo, mi getteranno fuori su qualche campo innevato durante la notte. Quando arrivò l'alba, la mia ansia si calmò. Dovevano approfittare dell'oscurità per organizzare un suicidio, pensavo. Prima che si svegliassero i primi passeggeri, me ne andai in bagno per recuperare la lettera nascosta. Poi mi vestii, mi sedetti sul bordo della cuccetta e attesi finché arrivammo a Bucharest. Scesi dal treno come se nulla fosse successo. Nemmeno di questo c'è una sola parole nel dossier.
Il pedinamento aveva conseguenze anche per altri. Un amico venne notato dal servizio segreto durante un reading di "Nadirs" al Goethe Institut di Bucharest. Vennero prese le sue generalità e un dossier venne aperto anche su di lui e messo sotto sorveglianza da allora in poi. Questa informazione proviene dal suo dossier, di questo non si trova menzione nel mio.
La polizia segreta veniva e se ne andava a proprio piacimento quando non eravamo a casa. Spesso lasciavano deliberatamente dei segnali: mozziconi di sigarette, fotografie rimosse dai muri e adagiate sul letto, sedie spostate. L'incidente più inquietante di questo tipo durò per settimane. Tagliarono prima la coda, poi la zampa e infine la testa di una pelle di volpe stesa sul pavimento e le appoggiarono sulla sua pancia. Non riuscivi a vedere i tagli. Mi accorsi della coda messa lì mentre pulivo l'appartamento. Allora pensavo fosse una cosa accidentale. Solo settimane più tardi quando la zampa posteriore venne tagliata, cominciò a venirmi la pelle d'oca. Fino a quando non venne tagliata anche la testa, la prima cosa che volevo fare tornando a casa era controllare la pelle di volpe. Poteva accadere qualsiasi cosa, l'appartamento non era più privato. Ad ogni pasto dovevi chiederti se il cibo fosse stato avvelenato. Non c'è una sola parola a riguardo di questo terrore psicologico nel dossier.
Nell'estate del 1986 la scrittrice Anna Jonas ci ha fatto visita a Timisoara. In una lettera alla Società degli Autori Romeni - che è allegata al mio incartamento - del 4 novembre 1985, lei e altri autori protestavano contro il fatto che non mi era permesso andare alla Fiera del Libro, all'Evangelical Church Day e dai miei editori. La visita era accuratamente documentata nel dossier, e c'era anche un "telex" del 18 agosto 1986 all'autorità di confine con l'ordine di ispezionare "accuratamente" il suo bagaglio prima che lasciasse la Romania e di comunicare ciò che avessero trovato. Al contrario, la visita del giornalista Rolf Michaelis di Die Zeit, manca. Dopo la pubblicazione di "Nadirs" voleva avere un'intervista con me.
Aveva preannunciato il suo arrivo con un telegramma e credeva che mi avrebbe trovato a casa. Ma il telegramma era stato intercettato dal servizio segreto, e Richard Wagner ed io, non sapendo nulla, siamo andati a visitare i suoi genitori in campagna per un paio di giorni. Per due giorni suonò alla nostra porta invano. Il secondo giorno, tre uomini lo stavano aspettando nella piccola stanza dello scivolo per le immondizie, e lo picchiarono brutalmente. Gli ruppero entrambi i piedi. Noi vivevamo al quinto piano, l'ascensore non funzionava a causa di un calo di corrente. Michaelis dovette trascinarsi carponi lungo il pozzo buio delle scale fin sulla strada. Il telegramma di Michaelis non c'è nel dossier, anche se c'è una collezione di lettere dall'Occidente. Secondo il dossier la sua visita non c'è mai stata. Questa mancanza dimostra, anche, che il servizio segreto ha cancellato le azioni dei suoi agenti, così che nessuno possa essere ritenuto responsabile accedendo al dossier - è considerando questo che la Securitate post-Ceausescu è diventata un mostro astratto.
E così mi spiego anche che nessun accenno si può trovare nelle carte di un altro bizzarro incidente: vivevo già a Berlino quando venni convocata all'Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione. Mi venne mostrata una foto di un rumeno che mi era sconosciuto e che era stato arrestato in Königswinter in quanto agente della Securitate. Il mio nome e l'indirizzo erano annotati nel suo taccuino. Sospettavano che l'agente fosse arrivato in Germania per eseguire degli omicidi.
Rolf Michaelis voleva proteggerci e non scrisse nulla di questi attacchi finché non lasciammo la Romania. Dal dossier so che fu un errore. Nessun silenzio ma la pubblicità ci avrebbe protetto in Occidente. Il mio incartamento rivela anche che erano stati avviati progetti criminali surreali
contro di me in quanto "spia del BND".  Fu grazie al successo dei miei libri e ai premi letterari in Germania che questi piani non furono realizzati e non venni arrestata.
Rolf Michaelis non poteva chiamarci prima della sua visita perché non avevamo il telefono. In Romania dovevi aspettare anni per un collegamento. A noi ne venne tuttavia offerto uno senza averlo richiesto. Lo rifiutammo, perché tutti sapevamo che il telefono sarebbe stato un'ottima postazione di ascolto nel nostro piccolo appartamento. Quando facevi visita ad amici che avevano il telefono, lo si metteva subito in frigo e si faceva suonare un disco per coprire le voci. Come si rivelò, il nostro rifiuto di un telefono fu inutile, visto che metà del materiale che mi è stato dato è il risultato di microspie nel nostro appartamento.
Il dossier di Richard Wagner contiene una "Nota de analiza" del 20 febbraio 1985 la quale annota quando nessuno dei due è in casa. "Allo stesso modo, è stato installato nell'appartamento uno speciale apparato che trasmette dati di interesse operativo". Il piano per installare le cimici può essere ritrovato anche nel suo dossier. In entrambe le stanze le microspie erano state nascoste dietro gli armadi.
I rapporti di ascolto sono spesso pieni di parentesi vuote perché la musica dei dischi disturbava l'ascolto. Noi lasciavamo suonare la musica perché credevamo che il servizio segreto stesse lavorando con microfoni direzionali. Non avremmo mai pensato di essere spiati giorno e notte. È vero, durante gli interrogatori ci mettevano di fronte a cose che gli agenti non avrebbero potuto sapere. Ma poiché la Romania era così povera e arretrata, noi pensavamo che la Securitate non potesse permettersi moderni apparati d'ascolto. Oltre a questo, noi pensavamo anche che, sebbene fossimo nemici dello stato, difficilmente saremmo valsi tante spese. Malgrado tutte le nostre apprensioni, rimanemmo degli ingenui e del tutto senza idea di quello che era il livello della sorveglianza.
La securitate ha indagato occupazione, posto di lavoro e affidabilità politica di ciascuno degli occupanti  del nostro caseggiato di dieci piani e teneva dossier personali - probabilmente per reclutare spie tra i vicini. Quelli che fino ad allora erano sfuggiti all'attenzione del servizio segreto, avevano il timbro "NECUNOSCUT" (sconosciuto).
I rapporti di spionaggio sono riportati giornalmente. Le conversazioni ascoltate sono sintetizzate, ma tutte le parti "sovversive" sono trascritte parola per parola. I visitatori sconosciuti venivano segnalati con punti interrogativi a margine e istruzioni per stabilirne l'identità. Anche i rapporti di spionaggio sono incompleti.
Uno dei nostri amici più intimi era Roland Kirsch. Viveva dietro l'angolo e veniva a trovarci quotidianamente. Era un ingenere in un macello, faceva fotografie della monotonia quotidiana e scriveva brevi note in prosa. Nel 1996 il suo volume "Traum der Mondkatze" venne pubblicato in Germania. Venne pubblicato postumo perché nel maggio 1989 fu trovato impiccato nel suo appartamento. Io non credo si si trattato di un suicidio. In Romania ci volevano giorni per espletare tutte le formalità di un funerale.
Nei casi di suicidio poi era consueta l'autopsia. Ma i genitori di Roland Kirsch ebbero in mano tutti i documenti necessari in meno di un giorno. Fu sepolto in fretta e furia e non ci fu alcuna autopsia. E non c'è nessun riferimento ad alcuna sua visita nell'ampio dossier contenente i rapporti di ascolto. Il suo nome è cancellato, quest'uomo non è mai esistito.

(CONTINUA)

La parte seconda nei prossimi giorni.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 10 settembre 2009 )
< Prec.   Pros. >
IL SIGNOR MARIO, BACH E I SETTANTA
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Nel silenzio di una montagna tutta da scoprire, il piccolo Davide si avventura nel primo trekking della sua vita. Ad accompagnarlo una mamma che arriva sempre in ritardo, i ricordi dei nonni e del papà rimasti in città e le incredibili sensazioni suscitate dalle rocce dolomitiche e dai racconti del vecchio alpinista Cesare. Ma la sua curiosità è catturata dalla strana capsula rossa che il signor Mario porta sulle spalle...

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"La repressione entrò nella mia vita. E un paio d'anni dopo mi arrivò sulla pelle - in fabbrica avrei dovuto spiare i miei colleghi e mi rifiutai. E tutto quello che sapevo dagli amici sugli interrogatori, sulle perquisizioni nelle case, sulle minacce di morte si ripeté su di me. Allora ero già esperta nell'arrovellarmi su come il prossimo interrogatorio, il prossimo giorno di lavoro, il prossimo angolo di strada mi avrebbero teso le loro trappole".
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A noi, però, qualcosa in più l'ha detto con Bogopol. Storia breve di famiglia, di tre generazioni e mezzo, dall'Ucraina del 1905 alla Parigi degli anni Ottanta. La famiglia Lirtzmann, per l'appunto, che fugge a Occidente e approda in Francia dove passa attraverso due guerre mondiali, sopravvivendo e cercando di dimenticare di essere DI religione ebrea.

E come fanno? Cambiano nome perché se nel nome c'è anche l'essenza di un uomo, cambiandolo forse si può ripartire, ricominciare tutto da zero. Si rinasce. Ma non è così...
Una scrittura particolare e intima. Si ride e ci si immalinconisce ma poi si riesce a dire con Lirtzmann "Grazie papà" e si vorrebbe avere un pezzo di terra per coltivare verdure e frutta, e sentire la terra seccare sulle mani.

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