PREZZO: €16,50
DATA USCITA: IN LIBRERIA IL 24 SETTEMBRE 2016
BROSSURA | PP. 288 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL FRANCESE SILVIA TURATO

Finalista Premio Terzani 2017 

 

PRIX GONCOURT DES LYCÉENS
PRIX DES LECTEURS
PRIX LE CHOIX DE L’ORIENT
PRIX DES LIBRAIRES DU QUÉBEC

Georges ha sognato di bruciare la cartolina precetto per la guerra in Vietnam, di liberare Angela Davis e poi sposarla, di sfidare i carri armati dei colonnelli greci. Eppure, per ora, nelle rivolte del ’68 parigino ha solo affrontato con la spranga di ferro alcuni gruppi di “ratti neri”, come negli anni Settanta venivano chiamati gli studenti fascisti.

Il teatro è la sua passione e il palcoscenico è ciò che lo lega a Samuel Akunis, regista greco scappato alla dittatura. Sarà quest’amicizia, nata per caso in un’aula dell’università, a portare Georges a vivere quel ruolo da protagonista della Storia che sogna da tempo. Samuel infatti gli chiede di portare a termine il suo progetto: mettere in scena l’Antigone di Anouilh tra le strade di Beirut, straziate dalle lotte intestine e crivellate dai cecchini. Per la tragedia però bisogna patteggiare una tregua di due ore e mettere insieme un cast che dia voce a ciascuna delle parti in campo: Antigone canterà la nostalgia della terra di Palestina, Creonte farà risuonare la fede maronita, Emone brucerà dell’amore di un druso.
La guerra, però, non è posto da cui si torna indenni, Georges dovrà fare i conti con il mondo della pace e affrontare la sua personale quarta parete, quel recinto che lo protegge dalla vita e che risulterà impossibile conservare intatto.


Sorj Chalandon è nato nel 1952. È stato per trent’anni corrispondente e giornalista per «Libération», prima di entrare nella squadra irriverente de «Le Canard Enchaîné». Ha coperto i maggiori conflitti del secolo scorso, dal Libano all’Afghanistan e si è trovato più volte a tu per tu con la guerra. I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Il mio traditore (Mondadori, 2009) e Chiederò perdono ai sogni (Keller, 2014). Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

STAMPA ESTERA

«Bello e disperato, questo romanzo è la storia di un’utopia e un inno alla fratellanza» GILLES HEURÉ, TÉLÉRAMA

«Un testo magistrale» OLIVIA MAURIAC, MADAME FIGARO

«Un romanzo denso, pieno di emozioni e di un’oscurità solenne» CATHERINE SIMON, LE MONDE DES LIVRES

«Di una tale potenza che ci fa sentire la tensione, l’orrore, l’assurdità» CHARLOTTE PONS, LE POINT

«Qui battono i cuori e tuona il mondo» HUBERT ARTUS, LIRE

 

 

IL VENERDÌ
DI REPUBBLICA
23/9/2016

di Gabriele Santoro

L'autore Sorj Chalandon, (www.festivaletteratura.it/it/2016/autori/sorj-chalandon), pubblicato in Italia da Roberto Keller con la traduzione di Silvia Turato, è in cerca di una tregua nel cuore di Beirut e trova Antigone, la splendida Imane, nel campo profughi palestinese di Shatila. Era il 18 settembre 1982. 
Il romanzo di Chalandon e i suoi personaggi stanno tutti dentro alle righe dell'incipit di uno scritto (Electre e Antigone, Editions Gallimard, 1953) di Simone Weil destinato agli operai di una fonderia mediante la diffusione interna del foglio di fabbrica “Entre nous”: «Sono passati circa duemilacinquecento anni da quando in Grecia si scrivevano bellissimi poemi. Ormai, a leggerli, sono quasi soltanto coloro che si specializzano in questo studio, ed è un peccato. Perché questi antichi poemi sono talmente umani da essere ancora molto vicini a noi e possono interessare tutti. Sarebbero persino molto più commoventi per quanti sanno cosa significhi lottare e soffrire». E ancora: «Così questi drammi, benché dolorosi, non lasciano mai un'impressione di tristezza. Resta piuttosto una sensazione di serenità».
Se a Beirut i nemici recitano Sofocle, pagina 101 «Cosa posso fare per te?», chiese Georges all'amico Samuel Akunis, ebreo sfuggito all'Olocausto e combattente greco contro la dittatura dei colonnelli. «Molto, puoi fare molto», rispose quest'ultimo dal letto di ospedale.
Il sogno di Sam risiedeva su trenta pagine di taccuino e Georges avrebbe dovuto realizzarlo. Correva l'anno 1982 e voleva cogliere di sorpresa la guerra, mettendo in scena l'Antigone di Jean Anouilh a Beirut che, tagliata fuori dal mondo, martirizzava sé stessa. Offrì un ruolo a ciascuno dei belligeranti. Antigone era la palestinese sunnita Imane, Ismene, Emone un druso dello Shuf, Creonte, re di Tebe e padre di Emone, un maronita, infine le guardie, tre fratelli sciiti. L'idea sublime consisteva nello spogliarli per qualche ora dalle appartenenze per ergersi col teatro in una notte di tregua senza bombe sul proscenio di un cinema, il Beaufort, ormai diroccato.
Georges è un orfano del Movimento del Sessantotto. Militante col cuore gonfio di delusione, regista teatrale, sorvegliante in un collegio parigino e studente di storia fuori corso considera il teatro la sua ultima resistenza a un mondo in disfacimento. E l'amicizia con Sam lo mantiene vivo.
La penna appassionata di Sorj Chalandon con La quarta parete (Keller, 285 pagine, 17.50 euro) non domanda perdono ai sogni, ma li affronta fino alle conseguenze estreme. L'ex corrispondente di Libération torna da romanziere sul fronte di guerra libanese, dove era stato, e attinge alla pagina destra dei propri taccuini giornalistici, quella riservata ai sentimenti. Un libro potente come l'appena ventenne Imane che ci porta nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, dove a pochi giorni dalla rappresentazione teatrale l'umanità è ancora una volta morta senza risorgere. La giovane attrice era stanca di capire l'inconcepibile. Antigone è quella piccola magra che è seduta là in fondo, e che non dice niente, ma resiste col suo corpo e un pugno di terra fra le mani.
L'autore riapre ferite che hanno la misura dell'abisso, ed è interessante l'equilibrio trovato fra la realtà e quella narrativa. Chalandon è ancora una volta riuscito a rendere testimonianza puntuale un'urgenza privata. L'evoluzione del suo rapporto tra giornalismo e letteratura assomiglia a quella straordinaria di Jean Hatzfeld, che ci ha restituito quel che si poteva del genocidio ruandese.

 

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