PREZZO: €19
BROSSURA | PP. 608 | COLLANA PASSI
TRADUZIONE DAL TEDESCO R. GADO - R. CRAVERO

 

Un libro commovente. Un monumento ai ragazzi di allora. Un pezzetto di magia. STEN NADOLNY

Daniel, Mark, Paul e Rico sono cresciuti come “pionieri” nella Germania dell’Est. 
Sono gli ultimi anni prima della caduta del Muro e sogni e illusioni sono amplificati dal mito dell’Ovest a portata di mano, tanto più dopo gli eventi dell’89. 
Con la Svolta – la riunificazione delle due Germanie – anche la loro vita cambia trasformandosi in una folle corsa fatta di furti d’auto, alcol, paura e rabbia. 
Clemens Meyer ci regala un romanzo sulla generazione a cavallo della caduta del Muro raccontata alla Trainspotting con la schiettezza di chi allora cercava di sopravvivere e di inventarsi un futuro nel Selvaggio Est. 
Saltando da un piano temporale all’altro, l’autore ci presenta la Lipsia delle case occupate, degli incontri clandestini di boxe, degli hooligan, delle prime discoteche e delle bevute disperate con la profondità e la poesia di chi quegli anni li ha amati a carissimo prezzo, vedendo perdersi uno dopo l’altro i propri amici d’infanzia e sgretolarsi, a poco a poco, il mito dell’Ovest. 
Un romanzo travolgente sui nostri tempi che ha dato voce alla generazione dell’Europa unita – anche quella che ne è stata travolta –, alla gioventù che affiora potente e ricca di sfumature. Un lavoro superbo, compassionevole, ma con una leggerezza meravigliosamente matura della narrazione e una straordinaria capacità di gestire emozioni, atmosfere e memoria.

AUTORE

Clemens Meyer è nato a Halle nel 1977 e vive a Lipsia. Il suo primo romanzo, Als wir traumten (Eravamo dei grandissimi, 2006) è ormai un libro cult. Nel 2015 ne è stato tratto l’omonimo film di Andreas Dresen presentato alla 65a Berlinale. Sono seguiti Die Nacht, die Lichter. Stories (2008), che gli è valso il premio della Leipziger Buchmesse, Gewalten. Ein Tagebuch (2010) e il monumentale Im Stein (2013), finalista al Deutscher Buchpreis. Nel 2015 Clemens
Meyer ha tenuto le prestigiose Frankfurter Poetikvorlesungen, pubblicate nel 2016 con il titolo Der Untergang der Akschn GmbH. Questa è la sua prima traduzione italiana.

Clemens Meyer ha ottenuto numerosi premi letterari.

Mainzer Stadtschreiber, 2016
Bremer Literaturpreis, 2013
Stahl-Literaturpreis, 2010
TAGEWERK-Stipendium der Guntram und Irene
Rinke-Stiftung, 2009
Preis der Leipziger Buchmesse, 2008
Clemens-Brentano-Preis der Stadt Heidelberg, 2007
Märkisches Stipendium für Literatur, 2007
Förderpreis zum Lessing-Preis des Freistaates
Sachsen, 2007
Mara-Cassens-Preis, 2006
Rheingau-Literatur-Preis, 2006
Einladung zum Ingeborg Bachmann-Wettbewerb, 2006
Nominierung zum Preis der Leipziger Buchmesse, 2006
2. Platz MDR-Literaturwettbewerb, 2003
Literatur-Stipendium des Sächsischen Ministeriums
für Wissenschaft und Kunst, 2002
1. Platz MDR-Literaturwettbewerb, 2001

 

IN QUARTA DI COPERTINA

L’ultima volta che lo vidi prima che partisse, Rico mi salutò dalla finestra con la mano. Sembrava piccolissimo. Avevo suonato il campanello giù al portone ma sua madre non mi aveva aperto. Così feci qualche passo indietro sulla strada e guardai in alto verso di lui, portando la mano alla testa come nel saluto dei pionieri. «Sempre pronti» sussurrai. Lassù alla finestra vidi Rico ridere. Solo un attimo, poi si girò e comparve sua madre che tirò le tende. Dietro di me una macchina suonò il clacson. Tornai sul marciapiede e mi avviai verso casa. Discesi la strada fino al parco, mi fermai di nuovo e mi voltai. Riuscivo ancora a vedere la finestra con le tende chiuse al terzo piano. Rico aveva riso quando gli avevo fatto il saluto dei pionieri giù in strada. Aveva riso anche se sarebbe dovuto andare via il mattino dopo all’alba. «Partenza alle sei e mezza» mi aveva detto il giorno prima, «in treno. Forte eh?», e anche allora aveva cercato di ridere.

RASSEGNA STAMPA

ERAVAMO DEI GRANDISSIMI. INTERVISTA A CLEMENS MEYER

MINIMA ET MORALIA, 24|11|2016

Gabriele Santoro 

[...] Lui, ragazzo del 1977, aveva ventidue anni quando lo ha cominciato a scrivere senza alcuna esperienza precedente in materia. Per due anni e mezzo dopo la scuola, diplomatosi nel 1996, ha scelto di fare l’operaio in cantieri edili. Ha smesso a causa di un infortunio alla schiena. Il padre, che disponeva di un’immensa libreria a casa, gli ha trasmesso la passione per la letteratura. Meyer, tatuato sulla maggior parte del corpo, poi è riuscito ad accedere al German Literature Institute di Lipsia, presentando alcuni scritti [...] LEGGI TUTTA LA RECENSIONE
 
ATTENTI Al TEENAGER
D - LA REPUBBLICA, 10|12|2016
Tiziana Lo Porto

Questa storia accade a Lipsia, nella ex Germania dell'Est, prima, durante e dopo la caduta del muro di Berillio. I protagonisti sono una band di piccoli criminali disincantati ma di buon cuore, che affrontano il passaggio dall'infanzia all'età adulta con la noncuranza di clii ha vissuto quanto basta da imparare a diffidare del futuro. 11 libro si chiama Eravamo dei grandissimi e a firmarlo è lo scrittore tedesco Clemens Meyer, che nei 2006 ha esordito trentenne proprio con questo romanzo, diventando in seguito uno degli autori più amati della sua generazione. Gli echi sono duelli di Noi i ragazzi della zoo di Berlino di Christiane F, Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll e Trainspotting di Irvine WeLsh, vicini a Meyer nel restituire un ritratto autentico dell'adolescenza. Magnifiche le ambientazioni, tra cinema che la caduta del muro trasforna da popolari a porno, capannoni abbandonati dove nascono i primi rave, macchine rubate e case occupate da ragazzi che, alterati da alcol e droghe, aspettano che il sogno dell'Occidente tramonti. Quindicenni alla caduta del muro, dell'indomani ricordano solo le auto colorate, la birra Holsten e lo Jägermeister.
«La Holsren Pilscner era troppo amara e quindi, almeno nel bere, eravamo conservatori», dice uno dei giovani protagonisti. «Leipziger Premium Pils. Ce la procuravamo nel cortile della fabbrica. Di notte. Il birrifìcio era il fulcro del quartiere e della nostra vita. L'origine di notti etiliche nel cimitero di periferia, di infinite orge vandaliche e di balli sui tetti delle macchine...». Così è l'adolescenza.
 
NOI, I RAGAZZI POST-MURO:
TRAINSPOTTING ALLA TEDESCA
IL VENERDÌ, 02|12|2016
Roberto Brunelli
Sì, sembra un sogno. Un sogno fatto di automobili distrutte, fiumi di birra, ragazze sifilitiche, incontri clandestini di boxe, furti e furiose risse, quel che di più lontano si possa immaginare dalla retorica della "svolta", ossia della Germania riunificata sull'onda della caduta del Muro. Lipsia, un po' prima e un po' dopo il crollo della Ddr, gli anni Ottanta e i primi anni Novanta come non li avete mai visti. Una Germania e il suo "selvaggio est"come non ne avete mai sentito parlare. Il mondo di Clemens Meyer.
Ebbene, Meyer, forse il più talentuoso degli scrittori post Muro emersi negli anni Duemila, ha da par suo una storia notevole. Nato nel '77 a Halle, profondo oriente tedesco, dopo un'adolescenza ai limiti (compreso qualche passaggio dietro le sbarre), ha lavorato come operaio edile, facchino e guardiano.
Poi ha cominciato a scrivere, vincendo vari concorsi, fino a esordire, dieci anni fa, con questo Eravamo dei grandissimi (edito ora in Italia da Keller, tedesco il titolo è Quando sognavamo), che si è rapidamente conquistato lo status di romanzo-cult sul lato buio della cosiddetta "svolta". È la storia, rabbiosa e furente, di quattro amici – Daniel, Rico, Mark e Paul - prima e dopo la caduta del Muro, una sequenza fulmicotonica, notte dopo notte, di botte, di ruberie, di sogni, ma soprattutto di fughe: dai genitori, dalle autorità, dalla polizia, da una quotidianità che è sopravvivenza disperata eppure piena di vita, una corsa avanti e indietro nel tempo, dall'epoca dei "pionieri" e dei gagliardetti delia Ddr alla Germania unita dei primi anni, quando la "svolta" con tutti i suoi vorticosi cambiamenti per molti è diventata uno strano incubo, ma anche un'eccitante fuga verso gli abissi «con dentro un senso di smarrimento che non si riesce a spiegare».
C'è chi, per Meyer, ha tirato in ballo Salinger, Jean Genet e Dostoevskij: sì, perché in questa specie di Trainspotting in salsa tedesca c'è tutta l'oscura magia di chi sa guardare in faccia anche le anime perdute.
 
LIBERI DI FARSI MALE
La fine della Ddr e i primi anni della RIUNIFICAZIONE TEDESCA raccontati dalla prospettiva di un gruppo di adolescenti della periferia di Lipsia. Ragazzi sbandati che si distruggono tra furti e droghe.
STYLE MAGAZINE - CORRIERE DELLA SERA, DICEMBRE 2016
Sandro Orlando

Eccezionalmente buio, piovoso e freddo. Così Clemens Meyer ricorda l'autunno 1989.
All'epoca della caduta del Muro, lo scrittore di lipsia aveva 12 anni. E come tanti suoi coetanei era convinto che ad attenderlo ci sarebbe stato il radioso futuro declamato dal regime. La storia cambiò il corso delle cose. Ma agli occhi di un adolescente cresciuto in una periferia dell'Est, piena di famiglie sfasciate, alcolizzati e tossici, la riunificazione si tradusse innanzitutto nell'apparizione di nuove mnarche di birra e sigarette da rubare nei supermarket.
E la nuova libertà, che improvvisamente si prospettò, fu così spesso solo quella di distruggere se stessi, trasformandosi in teppisti e delinquenti. Con una vita sregolata, fatta di sballi, pestaggi e arresti, che non avrebbe offerto grandi possibilità di ritorno. In Eravamo dei grandissimi (Keller editore), il suo romanzo d'esordio, Clemens Meyer ci consegna il diario di una generazione perduta, quella dei ragazzini diventati precocemente adulti con la fine del comunismo. La generazione dei vari Dani, Rico, Mark e Walter, i protagonisti del romanzo, che perdono la loro innocenza le prime volte che vengono riaccompagnati a casa di notte in manette, e finiscono tutti col fare una fine balorda, chi ucciso da un'overdose chi in carcere. Un'esperienza condivisa dallo stesso autore, che in questo libro rielabora la sua gioventù randagia a Reudnitz, periferia Est di Lipsia, tra furti, guerre tra bande e soggiorni in riformatorio. Con personaggi tutti realmente esistiti, come Fred, il 15enne che girava sempre con auto rubate per fare casino: “Era strano andare in macchina con lui perché quasi non ci stavamo tant'era piena di lattine di birra sparse dappertutto, e quando eravamo in giro insieme combinavamo le robe più folli. Non so cosa ci prendesse quando salivamo con lui, qualcosa che ci faceva mollare ogni freno, sentivamo dentro una libertà totale e un'indipendenza ancora sconosciuta che sfogavamo urlando come animali” dice Dani, l'alter ego dello scrittore. “Ogni tanto ci facevammo surf in piedi sul bordo del finestrino abbassato, aggrappati al tetto con una mano”. “Non c'è notte in cui non sogni queste cose, e di giorno mi ballano in testa i ricordi, e mi tormento a chiedermi perché tutto è andato come è andato”.
 
TRA PUGNI, FURTARELLI E DROGA CRESCONO I BULLI DISPERATI DI LIPSIA
La generazione dell’89 allo sbando dopo la riunificazione, una danza senza futuro sulle macerie dell’ex Germania Est
TUTTOLIBRI, LA STAMPA, 10|12|2016
Luigi Forte
Aveva appena dodici anni Clemens Meyer quando cadde il Muro di Berlino, più o meno come Dani, Rico, Mark, Walter il piccoletto, Stefan detto Pitbull e altri come Paul e Thilo Etilico, gli adolescenti protagonisti del suo romanzo d’esordio Eravamo dei grandissimi, pubblicato nel 2007 e ora proposto da Keller editore nell’ottima versione di Roberta Gado e Riccardo Cravero. Nato a Halle e cresciuto in un quartiere operaio di Lipsia era un piccolo pioniere come tanti nel paese del socialismo reale ormai allo sbando, ma nell’autunno del 1989 partecipò già alle dimostrazioni di massa che reclamavano un nuovo ordine democratico con la sorella e la madre, attivista per i diritti civili.
L’adolescenza non fu facile per nessuno dopo la riunificazione tedesca: una specie di «danza sulle macerie», senza futuro né prospettive. E la lunga cronaca delle bravate di quei bulletti dei sobborghi di Lipsia sta lì a dimostrarlo: giorni che si trascinano, tra una birra e l’altra, scazzottate a non finire fra bande rivali, furtarelli qua e là per pagarsi un po’ di droga o un bel paio di tatuaggi che fanno fico e magari servono a rimediare qualche ragazzina di passaggio. Sullo sfondo ci sono insegnanti con le loro eterne litanie e genitori piuttosto confusi e inetti: un mondo alla deriva, incapace di arginare lo smarrimento dei ragazzi, ma soprattutto insensibile alla loro feroce richiesta di aiuto.
In quella sorta di serraglio di disperati anche Meyer deve aver fatto le sue esperienze e messo radici. Ce lo dice la sua scrittura che dà vita a un gioco inarrestabile di pulsioni seguendo percorsi deliranti, in un universo paranoico, dove vince la trasgressione. E’ un impasto di sensazioni viscerali, di realismo greve, che ha messo al bando ogni riflessione, ogni argomentazione teorica.
La vita offesa domina la scena a tutto campo e l’assoluta mancanza di ogni utopia: non ci poteva essere epilogo peggiore per la retorica della vecchia Rdt nel soffocante abbraccio capitalista.
Eppure la straordinaria scrittura di Meyer, i suoi dialoghi dal ritmo incalzante, i personaggi immersi nel torpore quotidiano coinvolgono il lettore in un’avventura febbrile. Non c’è un prima e un poi in questa storia, tutto si mescola e racconta un eterno presente, perché le cose sembrano non cambiare mai, se non in peggio. A narrarla in prima persona è Daniel Lenz detto Dani, forse il migliore della banda, con un padre in carcere e una madre disperata. Il suo eroe è Rico, che tirava di boxe, ma è finito al tappeto contro Eismann, l’uomo di ghiaccio, e da allora i pugni li usa solo per difendersi da skin e hooligan. Con lui Dani va al bar di Goldie, al Pilz o alla Grüne Aue, poi si rintanano con Walter e Mark nel comune rifugio, «la nave dei pirati », a fumare e sbevazzare, e tra le rovine di un vecchio cinema di periferia, il Palast Theater, dove per un certo periodo dopo la caduta del Muro davano dei soft-porno favolosi.
Con qualche annetto in più girano per locali dove si suona musica techno e ci sono belle figliole esperte di strip-tea-se, e si avventurano nei bordelli di periferia, in atmosfere piuttosto surreali come nel club di scambisti Super 6. Sempre che non debbano fare a botte con quelli di Markkleeberg che una notte, durante un party, arrivarono con bastoni e mazze da baseball a distruggere il loro sogno. Quella volta i ragazzi c’erano tutti e si era aggiunto perfino qualche graffittaro dei centri sociali, ma non bastò.
La loro discoteca, la mitica Eastside, con il famoso Dj Frog, nella vecchia fabbrica di cambi in Hauptstrasse, dalla cui torretta si vedevano i paesi tutt’intorno, fu sfasciata. Avevano sedici, diciassette anni allora, ed erano i più giovani gestori della città. «Grandissimi!», disse Rico, che a più riprese finì in riformatorio e poi in un vero carcere. Si era dato alla droga e ai furti e gli andò male. Ma nel mondo di quelle creature nomadi e sfiduciate tornare in gabbia, come diceva Rico, non era la soluzione peggiore.
«Tanto qui non c’è più nessuno - confessò a Dani -, sono andati tutti via o all’altro mondo».
Ed è proprio così: Mark è crollato a forza di drogarsi, Walter è morto in un incidente d’auto, e poi quel povero cristo di Hasenhof che viveva per strada e si è suicidato. Molti altri se ne sono andati coi parenti all’ovest, come Katja, compagna di classe di Dani, che le voleva un gran bene. E’ un mondo frantumato che ricorda il libro del berlinese Ernst Haffner, Fratelli di sangue (1932) su una gang di giovani sbandati che sbarcano il lunario con furti e scippi, e dormo-no dove capita.
Anche là l’amicizia era l’unico tenace legame in un mondo asfittico e stagnante, ma Meyer ci aggiunge una malinconia profonda, il sapore di una vita che nel cercare un barlume di gioia distrugge se stessa.
 
CLEMENS MEYER, L’URLO DEGLI SBANDATI
Tedeschi "selvaggi". Lo scrittore tedesco avvolge una sequenza di scene violente, tese, ripugnanti,
intorno allo scheletro di un pregevole e shoccante romanzo di formazione: «Eravamo dei grandissimi», da Keller
ALIAS, IL MANIFESTO, 17|12|2016
Luca Crescenzi

«Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno in testa – scriveva Kafka, diciannovenne, all’amico Oskar Pollak – che lo leggiamo a fare?». Ogni letteratura dello choc, da Poe e Baudelaire fino ai loro ultimi eredi e diseredati, condivide esplicitamente o implicitamente questa domanda e la inalbera contro ogni compiaciuto ottimismo, contro ogni desiderio inappagabile di tregua, di pace, di serenità. Non per nulla gli scrittori dello choc offrono sempre, di sé, un’immagine selvaggia, barbarica, irriducibile. Sono ribelli della civilizzazione e tocca a loro il compito di preservare la coscienza dei pericoli che si annidano dietro le conquiste di quel fantasma che il secolo illuminista chiamava spirito d’umanità. Prima di chiunque altro, esplorano uno spazio elementare, avventuroso e sconosciuto di cui tracciano la mappa così che sia impossibile ignorarlo. Sono guardiani della nostra memoria e a loro non ci si rivolge volentieri, ma non si può fare a meno di interpellarli quando – per dirla con Nietzsche – «il deserto cresce e si fa minacciosamente vicino».

Clemens Meyer, di cui Keller pubblica ora in italiano, nella traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero il gran romanzo d’esordio ribattezzandolo con il titolo fin troppo consolatorio e fuorviante Eravamo dei grandissimi (pp. 608, euro 19,00), è oggi – insieme a Christian Kracht – il più spietato guardiano che la narrativa tedesca possa esibire. La sua scrittura è durissima, colpisce col ritmo incalzante di uno dei tanti boxeur e picchiatori da strada di cui racconta, e se di certo non è fatta per divertire, possiede il merito – ben maggiore – di torturare il suo lettore costringendolo a entrare a occhi aperti in mondi a cui mai sognerebbe di volersi avvicinare.

Dieci anni fa, al momento della sua apparizione, il libro rivelò a una Germania ancora dedita a coltivare la sua immagine di terra unificata e florida, la vita violenta delle bande di adolescenti dell’est negli anni a cavallo della caduta del muro: illustrò la realtà criminale, tossica e indifferente a tutto di desperados che derubano vecchie inermi, distruggono a casaccio automobili, vetrine, appartamenti e locali, entrano e escono dal carcere minorile e, soprattutto, ingaggiano lotte all’ultimo sangue con ogni genere di rivali in prove di forza quasi sempre immotivate.

E probabilmente fu giusto allora, come molti hanno fatto, accostare Meyer a Irvine Welsh e i suoi sbandati ai protagonisti di Trainspotting. Anche la narrazione per capitoli giustapposti e in apparenza indipendenti o slegati fra loro richiama quel modello. Ma le affinità, per quanto evidenti, sono semplificazioni e anche in questo caso nascondono molto più di quanto non dimostrino.

In realtà Meyer costruisce il suo racconto intorno allo scheletro di un romanzo di formazione e cioè alla più solida fra le strutture narrative concepite dalla letteratura tedesca fin dagli inizi della sua storia moderna. Muovendosi continuamente avanti e indietro nel tempo, alterna capitoli che raccontano la formazione dei protagonisti nell’ambiente cupo e restrittivo di una scuola di Lipsia subito prima della riunificazione delle due Germanie a capitoli in cui, diventati adolescenti, i ragazzini di un tempo si sono ormai trasformati in una banda di quartiere dedita con appassionata convinzione a distruggere tutto e ad autodistruggersi. Così facendo, e concedendo pochissimo alla prediletta ossessione della letteratura tedesca contemporanea per il ricordo del 1989, Meyer trasforma il muro (di cui non parla mai) nella metafora della linea di confine che separa infanzia ribelle e adolescenza rabbiosa così come divide passato e presente della Germania.
Tuttavia, proprio perché nasconde benissimo il filo logico del suo romanzo nella successione apparentemente disordinata di scene tese, violente, ripugnanti, ma raccontate in modo così secco e dinamico da attirare tutta l’attenzione del lettore, riesce a Meyer un qualcosa che molto di rado è riuscito, negli ultimi anni, ad altri, più espliciti e meditabondi cronisti del passato tedesco.

Gli riesce, cioè, di piazzare una scena di grande letteratura in cui la storia afferra per un attimo i suoi storditi personaggi, li trascina, li mette al centro della scena, li rende protagonisti di un momento fuori dall’ordinario e poi li abbandona, lasciandoli perfettamente identici a ciò che sono sempre stati e non meno inconsapevoli di prima. È la scena in cui il gruppetto degli sbandati, ancora ai tempi della scuola, si convince a seguire uno di loro (che ci va con la mamma) alla marcia «del lunedì», una delle tante, dinanzi alla Nikolaikirche che segnarono l’inizio della fine della Repubblica Democratica Tedesca.
L’idea è di andarci per mischiarsi nella calca, toccare un po’ di tette e ingaggiare qualche rissa. Nel frattempo, i ragazzi scoprono che il preside e i professori sanno qual è il posto delle loro riunioni segrete e capiscono che qualcuno li spia. Sono stati sfiorati dal sistema di controllo della Stasi, ma non possono capirlo e attribuiscono tutte le colpe a qualche traditore di un gruppo rivale. Per farsi notare vorrebbero portare una bandiera, ma non sanno cosa scegliere e alla fine si ritrovano a sventolare uno stendardo dei pionieri su cui campeggia il più retorico degli slogan sulla pace e la fratellanza dei popoli.

I protagonisti dei romanzi, dall’epica dei picari in poi, sono spesso fuorilegge e emarginati protagonisti casuali di eventi più grandi di loro nei quali cercano invano di barcamenarsi. Il modernismo nichilista ha adottato questi improbabili eroi e ne ha preso a prestito lo sguardo stralunato, diventando la cronaca di una realtà in cui tutto è incomprensibile perché nulla ha senso. Sono nati così i tanti Sc’vèik e Bardamu del Novecento e le masse di marginali ribelli che affollano i romanzi brutti, sporchi e cattivi di oggi sono anche gli eredi minori di quei grandissimi modelli. Sono, in fondo, i protagonisti ideali di una narrativa che vorrebbe raccontare il mondo ma deve arrendersi di fronte all’evidenza per cui l’avversario più irriducibile del loro realismo è la realtà stessa: troppo vasta, oscura, mutevole e sfuggente per poter essere ridotta a una storia. Mentre può essere restituita come impressione di un’infinita serie di accadimenti traumatici, come un pugno, come uno choc. Appunto.
Anche i personaggi di Meyer sono antieroi immersi in una realtà contro la quale urlano, corrono, picchiano e piangono e dalla quale riescono a uscire in un solo modo: immaginando un seguito migliore o semplicemente diverso, ma dotato almeno di un senso. Proprio all’inizio della storia il protagonista, Dani, lo fa capire come meglio non si potrebbe: «Avevamo un compagno di classe, per il resto irrilevante, che ci procurava timbri e macchinine tramite la madre, operaia al reparto dei tamponi inchiostrati, per cui non lo menavamo e, anzi, ogni tanto gli allungavamo persino qualche spicciolo. Nel 1991 l’azienda fallì, demolirono l’edificio, la madre del piccolo ricettatore perse il lavoro dopo vent’anni lì dentro e si impiccò nel cesso sul pianerottolo, per cui continuammo a non menarlo e ad allungargli qualche spicciolo anche dopo. Oggi al posto del VEB c’è un discount dove vendono birra e spaghetti di sottomarche. La storia che la madre si è suicidata è un’invenzione. Nel 1992 ha trovato lavoro in un distributore della Shell appena aperto, faceva sempre finta di non conoscerci».

Il titolo originale del romanzo è Als wir träumten, che forse si sarebbe potuto tradurre: Quando avevamo dei sogni o Quando ancora sognavamo. Questo fa, o vorrebbe fare, il romanzo non meno dei suoi protagonisti: inventare una continuazione logica a fatti che si susseguono ignorandola, cercare un finale sensato a una storia che procede alla cieca.
 
NOI, RAGAZZI CHE VIVEVAMO A EST DELL'EST
Le auto da scassinare, le vecchiette da derubare, le puntate allo strip-bar per crescere in fretta: il romanzo di Clemens meyer commuove per la straordinaria descrizione di una generazione "a cavallo del Muro".
IL CORRIERE DELLA SERA. LA LETTURA, 8|1|2017
Alessandra Iadicicco
È il più americano tra i romanzi tedeschi che sia mai capitato di leggere, e sia detto con sorpresa e ammirazione. Als wir träumten, letteralmente «Quando sognavamo», «Quando avevamo dei sogni», di Clemens Meyer, appena pubblicato dalla casa editrice Keller con il titolo un filo traditore ma comunque ben scelto di Eravamo dei grandissimi, si legge con il fiato sospeso e gli occhi sgranati, conquistati dal tono della voce che narra, trascinati capitolo dopo capitolo dal ritmo di una scrittura incalzante che corre via per oltre seicento pagine senza mai inciampare in una riga di troppo.
I “sognatori”, i “grandissimi” di un passato lasciato riaffiorare spontaneamente dai ricordi con quell’urgenza che rende la letteratura più necessaria e credibile e vera, sono i ragazzi di un diseredato quartiere orientale di Lipsia, a est dell’Est, investiti quasi senza accorgersene dalle scosse della storia, travolti dodici/quindicenni dagli effetti della Svolta, e lasciati inermi e smarriti in un vuoto spiazzante, pieno di miraggi e privo di appigli. È Daniel – Dani - che ci parla di loro: di Mark, Rico, Paul, Stefan detto Pitbull, Thilo “etilico”, Walter, Fred. Che racconta delle loro sortite al birrificio della «grande, la vecchia Leipziger Premium Pils»; dall’Ovest, con lo Jägermeister, era appena arrivata la Holsten Pilsner, è vero, una scoperta, ma era troppo amara per i giovani palati orientali. Che ricorda le corse sulle prime colorate BMW, adocchiate per la strada come giocattoli magici da afferrare al volo (leggi scassinare e rubare) per il gusto di farsi una sgommata. I servizi resi a qualche vecchietta del quartiere, come portarle a casa la borsetta (a casa propria, non della vecchietta). Le prove di coraggio tentate come sfide alle bande rivali. Le puntate allo strip-bar, nella discoteca vietata ai minorenni, nel club per scambisti, dove ci si imbucava sospinti dalla fame di esperienza e dalla voglia di giocare a fare gli adulti. Le nuove rischiose ebbrezze provate grazie certe sostanze di importazione occidentale, come l’eroina. Le fughe dall’ospedale - reparto tossici – o dal carcere minorile. Non proprio imprese da eroi, insomma, anche perché tanti di loro ne sarebbero usciti sconfitti: Mark da un’overdose, Walter da uno schianto in auto, Hosenhof dalla paura che lo fece arrendere al suicidio… Non certo attività che accendano consensi e simpatie. Eppure, avvolti in quella luce obliqua, la luce incerta, crepuscolare che cade nello spazio intermedio tra due mondi - tra DDR e BDR, tra vecchio regime e Repubblica federale - nel passaggio tra due età - l’infanzia da Pionieri orientali e la giovinezza da teppisti occidentali - sul confine sempre dolorosamente infranto tra realtà e sogno, i protagonisti del romanzo di Mayer brillano di uno splendore epico, incandescente.
Sono irresistibili, commuovono, divertono, seducono e fanno rabbia con la loro pazzesca contraddittorietà. Sono spericolati e ingenui, audaci e sprovveduti, sfrenati e smarriti. Bambini maturi, sgamatissimi, e adulti troppo acerbi. Canaglie e farabutti come sono, non possono che toccare il cuore del lettore perché sono creature vive, di carne e sangue, anzi, meglio, sono creature dell’autentica letteratura, non certo casi sociali o esempi di una problematica generazionale.
Nessuno poi si azzardi a etichettare il libro di Meyer come un «Wenderoman», uno dei romanzi “della Svolta” che prendono a tema quel capitolo cruciale della storia tedesca. Meyer si muove certamente in questa zona: ci scrive dentro, ci è vissuto dentro. Nato a Est, a Halle nel 1977, dodicenne al crollo del Muro, cresciuto a Lipsia, proprio dalle parti di Reudnitz, il quartiere delle scorribande dei suoi eroi, con la madre attivista politica e la sorella aveva perfino preso parte alle Montagsdemonstrationen, cui accenna en passant anche nel libro, alle “Marce del lunedì”, le pacifiche proteste di massa che iniziarono proprio da Lipsia nel settembre dell’89 e che al grido di «Wir sind das Volk!», «Il popolo siamo noi!», avevano dato avvio alla fine della DDR.
Ma alle orecchie di un bambino quel grido non suonava certo come un richiamo della Storia. Ai tempi, come fu per tutta la gang degli amici di Daniel, le piccole lotte quotidiane, per una dose, una sigaretta o una bottiglia, per una ragazza o qualche metro di territorio da riconquistare al dominio della banda rivale, importavano più delle rivoluzioni epocali.
Il segreto della riuscita formidabile di questo romanzo sta proprio nel modo quasi inavvertito in cui le piccole vite di Paul, Mark, Thilo Fred ecc. agganciano la grande storia e ne vengono travolte e trascinate via. Non c’è critica sociale, non c’è ideologia. «Certo ai tempi ci divertivamo anche un sacco – scrive Meyer dando voce a Daniel -, ma in quel che facevamo avevamo sempre dentro un senso di smarrimento che non riesco a spiegare». Perciò non spiega affatto: racconta. Ma forse neanche questo, dacché confessa: «Nelle notti in cui non riusciamo a dormire e restiamo svegli nei letti, mordo un angolo della coperta pur di non raccontare quegli anni selvaggi».
Così, affinando ai limiti della perfezione una regola che deve avere appreso al Deutsche Literaturinstitut di Lipsia - al corso di scrittura creativa frequentato per un quinquennio dai 22 anni, dopo le esperienze giovanili da operaio edile, facchino, guardiano e qualche passaggio per il riformatorio -, applicando il principio «Show, don’t tell!», ha messo in scena gli episodi di quegli anni come in un film. Tra l’altro un film è stato tratto davvero dal romanzo di Meyer, presentato alla Berlinale dell’anno scorso con la regia di Andreas Dresen e il titolo As We Were Dreaming.
Ma il sogno perduto di Clemens Meyer sprigiona la sua magia anche fuori dal grande schermo e il suo autore, oltre all’innegabile talento, oltre alla maestria di ritmo, dialoghi, costruzione narrativa e perfino all’imponderabile qualità di uno stile che convince ad ogni riga, disponeva di una dote di cui non è affatto detto siano provvisti gli allievi di una scuola di scrittura. Aveva materiale autentico. Ricordi veri. Un’esperienza ardente vissuta sulla pelle. Questo patrimonio ha dato il frutto di un debutto straordinario: il romanzo infatti uscì in Germania nel 2006 come titolo d’esordio dell’allora 29enne Meyer. E in dieci anni ha conservato intatto il suo onirico charme. Tra i suoi compagni di avventura di allora, degli anni della fine «dell’infanzia-DDR», Daniel/Clemens si direbbe l’unico riuscito a saltare indenne dall’altra parte: nella nuova Germania e nella nuova vita. Perciò, scrivendo, può guardare da una distanza conquistata ai giorni dell’adolescenza. Li vede con distacco e passione, con una raggiunta consapevolezza e una struggente partecipazione. Gli appaiono irreali, come sogni. Sogni intaccati, infranti già sul nascere dalla brutalità del reale. Sogni che però, nascendo, avevano aureolato la brutale realtà di un alone di poesia.
 
CLEMENS MEYER, ERAVAMO DEI GRANDISSIMI, KELLER
DI LAURA FORTI
IL SEGNALIBRO
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