GALIZIA

Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa


PREZZO: €18,00
DATA USCITA: MARZO 2017
BROSSURA | PP. 288 | 32 pagine con immagini a colori |COLLANA RAZIONE K
TRADUZIONE DAL TEDESCO FABIO CREMONESI

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Chiunque abbia amato la letteratura mitteleuropea deve almeno sfogliare questo libro.

 

Caro Martin, hai scritto un libro bellissimo, che è insieme il tappeto magico di Faust, un grande viaggio nella Storia e nella vita. CLAUDIO MAGRIS

Libro di viaggio, trattato, omaggio poetico e filosofico, reportage, saggio e cronaca, resoconto di un mondo scomparso, gioco letterario, romanzo documentario, portolano per una terra senza mari, non c’è una sola definizione che possa calzare pienamente per questo libro straordinario che tutte le riunisce e tutte le rende inadeguate e insufficienti. Con Galizia di Martin Pollack ci si immerge senza mediazioni in un mondo intero: quello dell’Europa di mezzo, quello della carne e la terra che la componeva, quello dell’immaginario che ne è scaturito.
In queste pagine tutto si moltiplica quasi all’infinito assumendo però una chiara identità. Popoli, lingue e minoranze, città che hanno svariati nomi e vite a seconda dell’etnia e della lingua che le nomina, spazi ampi e smisurati, senso del confine e del confino pari a quello delle grandi terre dell’esilio… In questo cuore del nostro continente, ormai dimenticato persino nel nome, sta gran parte del Novecento e di quello che oggi siamo.

Questo libro è un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa, un tentativo di descrivere un mondo prima della sua distruzione. Le mie guide sono state quegli autori ebrei, tedeschi, polacchi e ucraini [solo per citarne due tra tanti Joseph Roth, Bruno Schulz, N.d.R.] che hanno fatto della Galizia e della Bucovina un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione tra popoli e culture.
MARTIN POLLACK

Un libro che ha una precisione da orario ferroviario austroungarico e il respiro vagabondo di grandi libri quali il Viaggio in Galizia o Ebrei erranti di Joseph Roth.
CLAUDIO MAGRIS

Martin Pollack, nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco (vari i reportage di Kapuściński che ha fatto conoscere nel mondo tedesco), giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per la rivista «Spiegel» a Vienna e Varsavia tra il 1987 e il 1998.
Il suo lavoro è stato premiato tra gli altri con l’Ehrenpreis des österreichischen Buchhandels für Toleranz in Denken und Handeln (2007) e con il Leipziger Buchpreis zur Europäischen Verständigung (2001). Vive a Vienna e Stegersbach, nel Burgenland meridionale. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007), Warum wurden die Stanisławs erschossen? (2008), Kaiser von Amerika. Die große Flucht aus Galizien (2010), Paesaggi contaminati (Keller, 2016). 

 

RASSEGNA

VIAGGIO IMMAGINARIO NELLA GALIZIA CHE NON C’È
Letteratura | Uno straordinario reportage dello scrittore Martin Pollack. Dalla regione cancellata dal ’900 che ha dato i natali a Joseph Roth e Paul Celan, Helene Deutsch e Bruno Schulz... Culla dell’Illuminismo ebraico e guazzabuglio di culture

PAGINA99 | 11 MARZO 2017

Enrico Arosio Robert Musil, per il suo Uomo senza qualità, aveva creato la Kakania. Gregor von Rezzori s’era inventato, anni dopo, la Maghrebinia. Quanto a Joseph Roth, aveva immaginato un Hotel Savoy di 864 stanze, città-Stato ai margini di quell’Est metafisico che comincia dopo Vienna e finisce in Siberia. Erano tutti luoghi inventati. Finzioni letterarie. Metafore della Mitteleuropa perduta.
Poi c’era la Galizia, che esisteva davvero. Che cos’era: un regno, un ducato, una regione, un territorio conteso? Di tutto un po’. A lungo fu sotto la Corona d’Asburgo, e dunque Austria. Dal 1918 se la riprese la Polonia, e la vicina Bucovina andò alla Romania. Dopo il 1945 una parte fu inglobata nell’Urss, è oggi si è sciolta tra Polonia e Ucraina. Sono rimasti i Carpazi, ma la Galizia non esiste più, è diventata un luogo ipotetico.
Martin Pollack, scrittore austriaco, le ha dedicato un libro straordinario dal titolo secco: Galizia (Keller, traduzione di Fabio Cremonesi, 288 pp., 18 euro). Pagina99 lo ha letto in anteprima. L’autore lo definisce «un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa». Dove i nomi stessi delle città sono cangianti come le forme di sovranità. Leopoli, la principale, sarebbe Lemberg che sarebbe Lwów che sarebbe L’viv. In Galizia nessun idioma comandava appieno: coabitavano il polacco, il tedesco, lo yiddish, il ruteno, e si parlava anche il romeno, l’ungherese, il russo. «Una Babele variegata e sconosciuta », riassume Claudio Magris in una importante postfazione centrata su questa «patria dei senza patria».
Leopoli era considerata la porta sul mondo.
Un mischmasch, un guazzabuglio non solo in senso etnico. Intorno al 1900, sotto l’Impero di Francesco Giuseppe, aveva 160 mila abitanti, polacchi, ebrei, ruteni (gli odierni ucraini), e nei dintorni minoranze tedesche. I polacchi erano in posizione dominante, e la burocrazia polacca, in particolare, sbarrava la strada alle carriere altrui nel pubblico impiego.
La città aveva qualche pretesa, piena com’era di gente ambiziosa. La stazione principale, scrive Pollack, «riempiva di orgoglio ogni abitante» con le sue alte volte vetrate e l’arrivo dei treni da Vienna, Berlino, Parigi. A Leopoli si riuniva il Parlamento galiziano, risiedevano il governatore, tre arcivescovi (cattolico romano, armeno e di rito greco), un rabbino capo. Si erano insediati diversi consolati esteri. L’hotel Bristol e altri alberghi eleganti tenevano a un certo tono. Leopoli era sede universitaria. Ed era un centro dell’I l l uminismo ebraico.
Se il ruteno rimaneva contadino, il proletario ebreo era inquieto, mirava a diventare borghese e suscitava invidie. Gli antisemiti non erano pochi, specie tra i polacchi cattolici.
Joseph Roth definiva l’antisemitismo nelle regioni orientali della monarchia «il socialismo degli imbecilli». Tanti giovani ebrei sognavano un’occasione per andarsene. Non solo dalle Judengassen, i vicoli fangosi con le buie casine di legno riscaldate da stufe precarie dove di frequente scoppiavano incendi; ma verso l’agognato Occidente, verso Vienna, Berlino, New York, il Brasile. Veniva da Przemysl, città fortificata sul fiume San con guarnigione di truppe austro-ungariche, la ragazza Helene Rosenbach: poté studiare a Vienna, divenne assistente di Sigmund Freud, sposò un noto medico, e con il nome di Helene Deutsch si affermò come psicoanalista negli Stati Uniti.
Pollack s’immagina di viaggiare sulle ferrovie imperial-regie fino alla Bucovina. A ogni tappa ci fa conoscere personaggi nuovi, estrae aneddoti vivaci, a volte leggende. Come la diceria, non priva di grazia poetica, che in certi paesi «gli abitanti di notte legassero il municipio al tiglio del paese per proteggerlo dai ladri». Con calda partecipazione umana fa rivivere frammenti di un mondo che finì annientato prima nei crematori della Shoah nazista, poi nelle deportazioni staliniane.
In Galizia a inizio Novecento gli ebrei erano una marea, oltre 800 mila, e la metà di loro erano negozianti, attivi nei commerci più vari. Chi fece studiare i figli, chi si assimilò, i sionisti emigrarono in Palestina, i socialisti a Berlino, gli avventurosi nelle Americhe; ma tra quelli che rimasero, tanti Kaftanjuden, gli ebrei col caffettano di Roth, salirono in cielo per la via del camino.
La miseria era ben visibile, le condizioni igieniche spesso terribili, l’ignoranza diffusa, ma una certa enfasi in quelle contrade era la norma. Leopoli era detta «piccola Vienna», i dintorni di Terebovlja la «Svizzera di Podolia», il villaggio di Busk la «Venezia della Galizia». La regione di Drohobic, addirittura, la «nuova Pennsylvania». Un motivo c’era. Drohobic crebbe, nell’Ottocento, sullo sfruttamento dei campi petroliferi. Dapprima minime imprese locali, poi compagnie internazionali, con ingegneri tedeschi e americani.
Gli speculatori, in quella febbre contagiosa, ci sguazzavano. Sorsero ville esagerate con scalinate in marmo e fontane a zampillo. Gli industriosi ebrei che all’inizio facevano tutto, sia i finanziatori sia i manovali e i sorveglianti, furono negli anni contrastati dalle banche austriache, che si presero operai cristiani. Discriminazioni incrociate.
Eppure, fino agli anni Trenta, la Galizia fu un esperimento di convivenza etnica e culturale, non solo uno spazio economico: il che ci fa riflettere sulle pulsioni antieuropee di oggi.
Colpisce come un territorio così piccolo abbia prodotto tanti ingegni. Da Drohobic proveniva, figlio di un mercante di tessuti ebreo allontanatosi dall’ortodossia, Bruno Schulz, l’autore di Le botteghe color cannella, che paragonava la corsa all’oro nero a «un selvaggio Klondike». Schulz morì a 50 anni, nel 1942, assassinato dalle SS dopo un rastrellamento.
In una modesta casa di Brody (donde origina il cognome dell’attore americano Adrien Brody) crebbe Joseph Roth, che poi studiò all’imperialregio liceo di lingua tedesca Kronprinz Rudolf, e dedicò alla Galizia e all’aspro mondo dello shtetl pagine fondamentali della letteratura centroeuropea, da Ebrei erranti alla Cripta dei Cappuccini.
A Czernovitz, dove borghesia e intellettuali si incrociavano al Café Habsburg e al Café de l’Europe, era nato il poeta Paul Celan, che poi morì suicida a Parigi nel 1970. Di Czernovitz era anche Gregor von Rezzori, l’apolide aristocratico vissuto a lungo in Toscana, di cui Pollack però non parla. Da Ivano- Frankivs’k arrivò a Berlino l’ex fornaio Alexander Granach, che fece una brillante carriera da attore nei teatri di Max Reinhardt.
Da Tarnów (dove «il Municipio è circondato da un mare di sporcizia, da cui sorge come un’isola») veniva lo scrittore di lingua tedesca Karl Emil Franzos, che per definire Galizia e Bucovina coniò il termine Halb-Asien, Mezza Asia; lo pensavano in molti, ma lui fu il primo a metterlo per iscritto.
C’è un particolare importante che non va dimenticato: gli ebrei che volevano gettarsi alle spalle ortodossia, povertà, superstizione avevano come traguardo la lingua e la cultura tedesca. Non è un caso che siano in tedesco, e non in polacco, le più importanti testimonianze letterarie di quel mondo.
Per tornare a Pollack, l’autore si muove nel cuore meticcio della Mezza Asia con piglio da antropologo. Accurato, mai pedante, ci regala anche scoperte divertenti, come le pagine sulla minoranza degli huzuli, montanari di cultura patriarcale, renitenti alla leva, dediti al brigantaggio. Le ragazze più belle erano dette «le parigine dei Carpazi».Ma un motto maschile era: «Non picchiare una donna è come non affilare una falce». Angeli e demoni di un angolo d’Europa svanito nel nulla, ma che riecheggia nei nostri cuori e ravviva le nostre ansie.

 

 

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