Raccontare la guerra

La crisi ucraina vista dallo scrittore Andrei Kurkov

Da oltre un anno il Centenario della Grande Guerra riempie la sfera pubblica in modo quasi pervasivo. La guerra è all’ordine del giorno e - potere delle ricorrenze - anche in Trentino si è tornati a puntare il dito su territori lontani, sulla mappa dell’Europa. Su tutti, riecheggia spesso la Galizia, un tempo confine orientale dell’Impero austro-ungarico, ora regione occidentale dell’Ucraina: teatro di guerra, quella “dei nostri nonni”, di cui leggiamo i diari e dei quali onoriamo la memoria, ma rassicurati da quel secolo che ci separa da bombe, fucili, mortai. E la Galizia diventa così un’astrazione. Sfasature di un discorso storico sclerotizzato e incapace di farsi presente: un lusso che un ucraino, oggi, non potrebbe permettersi, avendo la guerra “in casa”, e non più quella “dei nostri nonni”, ma quella concreta e attualissima che sta dilaniando l’Est del Paese. L’Europa che celebra il Centenario di una guerra convinta di esserne ormai immune, assiste confusa ad un conflitto nel proprio cortile.

Andrei Kurkov, uno dei più importanti scrittori europei, ha seguito in presa diretta gli eventi che hanno rappresentato la scintilla di questa guerra: dal balcone della sua casa di Kiev, a pochi passi dalla piazza diventata famosa per le proteste dell’Euromaidan, e immergendosi nelle strade tra tende e barricate, ha registrato sei mesi di eventi determinanti per la storia ucraina (novembre 2013- aprile 2014). “Diari ucraini” è il libro che raccoglie questo reportage in prima persona, che Keller Editore ha tradotto e pubblicato nel settembre scorso, fornendo così al lettore italiano uno degli strumenti più efficaci per capire un conflitto che divide un Paese in continua tensione tra Russia ed Europa. Abbiamo chiesto a Kurkov di raccontarci il suo sguardo sulla guerra, dopo che gli accordi di Minsk hanno già iniziato a vacillare. «Minsk, capitale della Bielorussia, ha tutti i presupposti per diventare una città con un’infausta storia riguardo ai negoziati internazionali. Siamo già al secondo accordo di Minsk che prevede la stabilizzazione della situazione nell’Ucraina orientale. Kiev è umida e silenziosa. Sono ben pochi a credere nella realizzazione delle condizioni di cessate il fuoco e stabilizzazione firmate a Minsk. La prima domanda, che sorge in chi legga con cura il testo del documento, è come siano possibili regolari elezioni locali in territori controllati dai separatisti, senza prima procedere al disarmo di questi ultimi. Separatisti che oltretutto propongono al governo ucraino di non essere definiti tali, bensì “milizia popolare”. Di domande ce ne sarebbero parecchie altre, ma al momento si è concentrati sulla speranza del cessate il fuoco. Quanto durerà? E ancora: si può parlare di cessazione del fuoco, se i separatisti hanno proseguito a bombardare con l’artiglieria e i carri armati alcune posizioni delle truppe ucraine, comprese le città che si trovano sotto il loro stesso controllo? Riguardo a questi bombardamenti, Eduard Basurin, rappresentante del “Ministero della Difesa della Repubblica popolare di Donetsk”, ha dichiarato che i separatisti hanno il diritto di colpire queste città, dal momento che è “territorio loro”». Nel frattempo le truppe dell’esercito ucraino hanno abbandonato Debaltsevo, in quella che i giornali europei hanno descritto come una vera e propria “Caporetto”. Le accuse a Mosca sono di aver violato la tregua: accuse che Mosca respinge al mittente. «Dopo la prima tregua, firmata nel settembre 2014, i separatisti non hanno interrotto i bombardamenti dell’aeroporto di Donetsk e del villaggio di Paski. Di fatto, dopo alcuni mesi di azioni militari quotidiane da parte dei guerriglieri separatisti, l’espressione “cessate il fuoco” ha perso completamente significato. Adesso si ha l’impressione che la situazione si stia ripetendo. In realtà stavolta la Russia nelle dichiarazioni pubbliche non giustifica il prosieguo delle offensive da parte dei separatisti, e tuttavia “i convogli umanitari” con generi alimentari, armi, carburante per i carri armati e tecnologia militare continuano ad attraversare il confine russo-ucraino per entrare nel territorio dei separatisti. La Russia non intende cedere all’Ucraina il controllo della frontiera. È proprio attraverso questi quasi 200 km che dalla Russia entrano non soltanto “i convogli umanitari”, ma anche nuovi volontari russi, che arrivano in cerca di guadagno o perché contagiati dall’idea di difendere i russi del Donbass dai “nazionalisti ucraini”. Il paradosso, a dire il vero, consiste nel fatto che in quest’area fondamentalmente si assiste all’uccisione di russi da parte di russi, di ortodossi del Patriarcato di Mosca da parte di ortodossi dello stesso Patriarcato (circa il 75% delle chiese ucraine appartiene al Patriarcato di Mosca)». Contraddizioni di una guerra vera, all’apparenza lontana: dalle barricate di Kiev ai bombardamenti di Debaltsevo è passato solo un anno, in un’escalation che l’Europa sembra impreparata a comprendere, prima ancora che ad affrontare.

21 febbraio 2015
Tommaso Iori
Uscito sul Corriere del Trentino

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