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Le lupe di Sernovodsk, un bel testo di Lucia Sgueglia

Proprio in questi giorni L'Espresso dedica una splendida recensione a Le lupe di Sernovodsk di Irena Brežná a firma di Wlodek Goldkorn: "... un libro radicale nel coraggio di spingersi ai limiti di ciò che il linguaggio permette. [...] Le lupe in questione sono le donne di un villaggio distrutto dall'esercito russo nella guerra contro i ceceni. [...] E come sapeva fare il maestro del genere Ryszard Kapuściński, (Irena Brežná) dice cose molto intelligenti, che riguardano la vita di ognuno di noi. Ossia trasforma il giornalismo in letteratura".

Noi vi proponiamo in lettura il bel testo di Lucia Sgueglia inserito come postfazione al volume. Il resto sta a voi scoprirlo in libreria...

La traduzione de Le lupe di Sernovodsk è di Alice Rampinelli.

POSTFAZIONE a
LE LUPE SI SERNOVODSK
di Irena Brezna
trad. A. Rampinelli

KELLER EDITORE
Lucia Sgueglia

Viene prima la guerra, o le parole per raccontarla?
Quando le nubi di un conflitto armato si addensano su una terra, il linguaggio e già pronto ad afferrarle? Un vocabolo sbagliato può segnare la condanna di un intero popolo?
Irena Brežna, scrittrice e giornalista, se lo domanda di continuo, e ci costringe a percorrere al suo fianco i sentieri impervi del dubbio in questi reportage unici dalla Cecenia, piccola patria nel Caucaso del nord da sempre emblema di oscure minacce e apocalittiche sventure, abitata da un minuscolo popolo montanaro che per tre secoli ha aspirato all’indipendenza, contro ogni realismo.
Con lei attraversiamo le due terribili guerre civili tra Mosca e Groznyj, scaturite dall’implosione dell’Unione Sovietica, la prima (1994-1996) vinta a sorpresa dal Davide ceceno contro il Golia delle truppe di Boris El’cin, seguita da una breve e fragile indipendenza mai riconosciuta dal Cremlino (1997-1999), e la seconda (1999-2000), che vede Groznyj rasa definitivamente al suolo dalle bombe per ordine di Vladimir Putin, riconquistata dalla Russia. Al costo totale di almeno centosessantamila vittime. Fino alle soglie dell’oggi, col ritorno della Repubblica di fede islamica alla “matrigna” Russia, in una “pace” senza scampo.

I racconti di Brežná non parlano di guerra, ma dello scrivere della guerra. Non parlano solo di Cecenia, ma dello sguardo dell’Europa e dell’Occidente sui conflitti esterni alle proprie frontiere.
Per questo il suo è un libro necessario oggi più di ieri, mentre la marea umana dei migranti si accalca alle porte del nostro continente sospinta dal deflagrare di Siria e Libia. Esattamente vent’anni fa, alla fine del primo conflitto, erano proprio i ceceni, insieme ai bosniaci, i rifugiati che accorrevano a migliaia a Ovest chiedendo asilo a chi aveva assistito a bocca chiusa al massacro.
Brežna giunge in Cecenia nel marzo 1996, nel pieno di uno degli episodi piu sanguinosi del primo conflitto, il bombardamento a tappeto e l’epurazione del villaggio di Sernovodsk da parte delle truppe russe, a caccia di ribelli. Per lei la Russia non e un Paese straniero, e una lunga storia scritta nel dna. L’ex ragazza di Bratislava fuggita nel ’68 con la madre dai carri armati sovietici che entravano a Praga, ora va incontro agli stessi carri armati, ormai russi, seguendo il coraggio delle madri cecene che tentano di bloccarli. Per lei, scrivere dei ceceni che si ribellavano ai russi era forse come scrivere (sognare?) dei cecoslovacchi che si ribellavano all’invasore sovietico. Definisce “sadica” la violenza dei soldati su civili e guerriglieri, tra torture e saccheggi che non hanno pietà nemmeno della biancheria intima custodita nelle case di campagna.
Ma nella Cecenia di Brežná non ci sono vedove in lacrime, gente rassegnata al dolore o alla sconfitta.
C’è invece la resistenza gonfia d’orgoglio, il pugno alzato di un intero popolo contro l’aggressore, uomini e soprattutto donne, persino bambini che sorridono maliziosi gridando Allahu Akbar! mentre dal cielo piovono missili terra-terra sul mercato di Groznyj, o abbracciano teneramente il “diavolo” Šamil’ Basaev. La madre-matrigna russa “divora i propri figli”, scrive, soldati di leva inclusi. Ma i ceceni sono vittime non silenziose, insolenti e ostinate, e per questo scomode: non s’inchinano alla carità occidentale ringraziando umilmente per gli aiuti umanitari, distribuiti secondo le regole di Mosca, ma gridano pieni d’ira, accusano l’inanità europea, chiedono giustizia, insistono che è meglio morire per la libertà, un ideale astratto, piuttosto che vivere da schiavi, davanti agli attoniti reporter dei tg svizzeri: “Ma come…?”. Insomma, rompono le scatole, disturbano la nostra coscienza con la loro dignità. La stessa dei migranti in rivolta a Calais contro il filo spinato.
Tra questi detriti il passaggio dalla morte alla danza e lieve. La passione “necrofila”, cosi, si fa amore per la vita negli abiti attillati, i tacchi alti e i rossetti delle ragazze cecene in piazza a sfidare i soldati, proprio come le loro coetanee di Sarajevo in quegli stessi anni, che correvano a testa alta lungo il viale dei Cecchini per evitare le pallottole.

La guerra, allora, non era ancora un click sui computer o sui cellulari, ma era già un’algida scia luminosa su uno schermo digitale, quella del primo conflitto in Iraq del 1991.
La sua è una Cecenia quasi metafisica, campo di sperimentazione dei sensi di colpa occidentali, terra straniera e insieme patria intima dove mettere alla prova i nostri presunti valori. L’odio per la madrepatria coloniale di cui fu anche lei vittima, seppur indiretta, fa stare la scrittrice slovacca naturalmente dalla parte dei ceceni. Anche se Brežna non amava l’Occidente, nella Svizzera dove oggi vive, e lavora anche come interprete per i ceceni richiedenti asilo, si definisce “straniera ingrata”. Ammirava i dissidenti anti-sovietici, eppure si sentiva diversa da loro. Ma negli anni ’90 la comunità internazionale resto inerte di fronte alle palesi violazioni dei diritti umani da parte di entrambi gli schieramenti in Cecenia, limitandosi alla condanna politica. Nella paura crescente del terrorismo islamico, che vedrà l’apice dopo l’11 settembre 2001, quando lo stesso Putin farà appello alla “lotta al terrorismo internazionale” per far chiudere al mondo gli occhi su quanto era accaduto a Groznyj.
Cogliere l’essenza di quel nodo politico, per Brežná significa affrontare un corpo a corpo continuo con il linguaggio. Si aggira tra i detriti del villaggio incenerito di Samaški (teatro nell’aprile 1995 di un altro efferato massacro di civili) cercando la parola giusta per cio che vede, prende appunti mentali facendo appello a tutte le lingue che conosce – slovacco, tedesco, russo – fissa dettagli apparentemente trascurabili come il ritorno degli animali all’uomo, e smonta passo dopo passo, uno a uno, stereotipi, stilemi, tabu e memi della retorica giornalistica di guerra. La sua scrittura non scivola via ma ci costringe a fermarci a ogni passo, riflettere su ogni parola, sentendoci scomodi sulla sedia. La sua è un’etica del linguaggio che intreccia di continuo il qui e l’altrove, cercando una morale piena di reciprocità. Un manuale per scrittori e giornalisti.

“Desidero una lingua che sappia descrivere in modo preciso tutte queste cose, che non sono piu cose nel senso originario del termine, nella nuova natura morta della guerra. Perché senza una lingua cadono di nuovo a pezzi, la percezione ne impedisce il passaggio alla memoria. (…) C’e solo una via d’uscita che conosco, ed e linguistica” scrive rinunciando a ogni comodita di mestiere.
“Non voglio condensare queste cose, nasconderne la frammentazione, spacciarle per qualcosa di integro, cosi come non voglio risultare integra io stessa”. Lezione importante oggi che vocaboli come “terrore”, nella follia lucida e calcolata dello Stato Islamico, sfumano nell’abitudine dell’indifferenza. Una “barbarie” tanto più distante quanto più brutale e disumanizzata, quindi senza soluzione. Al centro dell’epopea cecena di quegli anni per Brežná ci sono le donne. Donne-lupo ululanti di rabbia alla luna. “Per me non erano individui, ma modelli ideali, come gli eroi sovietici” ci spiega lei stessa un pomeriggio a Basilea. Attiviste per i diritti umani, pacifiste e femministe, combattenti, “eroine ordinarie”. In prima linea durante la prima guerra, a fronte di uomini costretti a nascondersi per sfuggire ai rastrellamenti russi (začistki), scesero in piazza a migliaia per protestare contro il conflitto e gli abusi sui civili da parte dell’esercito sfidando le bombe e i carri armati di Mosca, e una società patriarcale. Alla Marcia per la Pace, nel 1995, manifestarono insieme alle madri russe dei soldati per la prima volta, formando una lunghissima catena umana. Invano. La seconda guerra segnerà la fine di quell’impegno femminile, con la censura dei media russi e l’ascesa del fondamentalismo islamico. Tra le anime del movimento c’era Zajnap Gašaeva, nota militante per i diritti umani e creatrice di un archivio di centinaia di ore di videofilmati che documentano crimini di guerra, fosse comuni, raid aerei indiscriminati, cadaveri e feriti, testimonianze dei sopravvissuti.
Figura-simbolo per Brežna, anche lei lotta contro uno stereotipo: la retorica della memoria. Ne La collezionista di Anime, Gašaeva fa la spola tra le capitali europee per strappare all’indifferenza politici e cittadini, e pretende per il suo archivio non un museo, ma un Tribunale Internazionale che condanni i colpevoli. Non verrà mai.

E oggi, cosa significa scrivere di Cecenia? Perché dovrebbe interessarci?
Quando io stessa, reporter free lance, misi piede la prima volta a Groznyj nel giugno 2008, vigeva ancora il coprifuoco col Regime Anti Terrorismo (kto), sulle montagne infuriava la caccia ai ribelli, la capitale era ancora semidistrutta. Ma in centro giorno e notte gli operai erano al lavoro per costruire il nuovo viale Putin. Simbolo di una vittoria che e umiliazione della dignità. I nuovi mantra del Cremlino divennero “pacificazione”, “ricostruzione”, “normalizzazione”, “cecenizzazione” del conflitto. L’Occidente si è accontentato di quelle parole dopo il 2000. La città simbolo dell’apocalisse in terra nel 2000, come la Dresda del ’44, in pochi anni grazie ai fondi di Mosca ha visto una ricostruzione edilizia sfavillante, ma di facciata. Il passato è stato seppellito con uno slogan: “Cancellare tutte le tracce della guerra”. La storia riscritta con un colpo di penna: adesso la Russia è “la migliore amica dei ceceni”. Nessun crimine commesso in guerra e nel dopoguerra è stato punito, non sono mai stati ritrovati i cinquemilacinquecento “scomparsi senza lasciare traccia”. Una pace senza riconciliazione.
Da “banditi”, “mafiosi”, “terroristi”, oggi i ceceni sono diventati la “fanteria di Putin”, pronti a morire per Mosca in Ucraina o in Siria. “Patrioti” persino, li definiscono le TV russe. A proclamarlo, senza consultare i sudditi, è il giovane leader Ramzan Kadyrov, ex ribelle cui Putin dal 2007 ha regalato potere di vita e di morte sulla Repubblica, coprendolo di soldi in cambio di lealtà e “stabilità”. “Un piccolo dragone” lo chiamò Anna Politkovskaja, che “Putin è costretto a nutrire di continuo, per evitare che sputi fuoco”.
Per Brežná è un “vassallo assetato di sangue”, un “Frankenstein” a cui “Mosca ha dato carta bianca”. Per piegare all’obbedienza i ceceni, stanchi della guerra, ha represso brutalmente ogni dissenso, annientato l’opposizione politica, reso impossibile la difesa dei diritti umani. All’orgoglio indipendentista, ha sostituito una “violenza del silenzio”. Il nemico ceceno è diventato interno, incomprensibile agli stranieri.
E Kadyrov si vendica sulle donne, le uniche che osano ancora un barlume di critica di quando in quando. Un tempo ribelli, poi disperate vedove e kamikaze da Beslan alla Dubrovka, oggi sono le vittime principali di una repressione moralista pseudo-islamica, uccise o umiliate pubblicamente sulle tv locali se “sgarrano dalla tradizione”.
“In Occidente si e chiusa da tempo la bocca alle donne cecene” ricorda Brežná. “Ma la Cecenia è in Europa” insiste. E la Russia è un “cosiddetto Paese democratico”. E allora? “Dopo tutto questo, di cosa dovrei scrivere?”

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