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Belle de nuit, il documentario su Grisélidis Réal

Grisélidis Réal è stata una meteora, la sua vita degna di un romanzo. Comincia a prostituirsi nei bordelli di Monaco di Baviera, spaccia marijuana, finisce in carcere. Scrive: “La prostituzione è un’arte, una scienza e una forma di umanismo”. La passione amorosa la consuma, e consuma i suoi clienti. Comincia a disegnare, a dipingere e scrivere, tutto con lei diventa prezioso, passionale, travolgente, folle: Grisélidis diventa sinonimo di rivolta. Immergendosi tra i suoi testi il film traccia il percorso folgorante di donna fuori da ogni schema, tra disegni, fotografie, manoscritti e interviste che si intrecciano per tessere il ritratto multiforme di una magnifica ribelle e svelare il talento di una vera scrittrice. CINEAGENZIA

Belle de nuit – Grisélidis réal Autoportraits
Regia: Marie-Eve de Grave
Belgio – 2016 – 73′
Lingua: Francese – Sottotitoli: Italiani

L’INCIPIT DEL ROMANZO «IL NERO È UN COLORE»

Ho sempre amato i neri.
Il nero, colore del mistero, s’insinua nell’ombra di tutte le cose e come una pozione le penetra, restituendole alla grande notte delle origini. La razza nera è benedetta, sul basalto dei suoi corpi levigati celebra la rinuncia alla luce e al calore notturno dove tutte le sofferenze si annientano.
Il nero non esiste.
Il potere della sua negazione confonde le esistenze e le assorbe in sé con più forza del giorno.
Io appartengo alla razza zingara. Amo la notte e il suo respiro invisibile che dà all’universo uno spazio illimitato. A sei anni mi sono seduta sulle ginocchia di un infermiere nero in un ospedale di Alessandria. Un medico tedesco mi ha levato una tonsilla sotto una leggera anestesia. Il volto del nero immobile risplendeva al di sopra del camice bianco, e la grande dolcezza delle sue mani posate su di me mi ha tolto il dolore.
Ho conosciuto il mio primo amante nero solo a ventisette anni, in questa maledetta città dove l’insegnamento di un profeta impotente ha prosciugato gli spiriti e i sessi, falsificando l’amore in una parodia meccanica e oscena senza passione: quello che nella nostra Europa degenerata chiamiamo “erotismo”.
A trentadue anni sono fuggita da questa città frigida con un altro nero, un pazzo che avevo tirato fuori da una clinica psichiatrica, e con i miei due figli illegittimi strappati alle grinfie di un tutore. Partivo, raggiungevo il folto gregge dei nomadi transumanti, e nel taxi che ci portava via, schiacciati fra le valigie e i peluche, vedevo l’enorme testa nera stagliarsi come un fallo sull’arancio del tramonto. Era questo l’oscuro presagio della mia vita. Il nero, il nero sacro s’impadroniva del sole e mi sprofondava per sempre nelle viscere della notte.
Bill era una sfinge di granito nero con la testa di un bulldog.

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