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QUEL CHE SI VEDE DA QUI, MARIANA LEKY

È in libreria dal 15 giugno il romanzo della Leky è un piccolo gioiello di leggerezza e profondità.

Uno di quei libri che può renderti felice. Mai sdolcinato, mai superficiale. Intelligente ed empatico e con un amore ardente per la lingua.
Bianca Black, HR2 KULTUR

Selma vive in un paesino del verde Westerwald e può prevedere la morte. Ogni volta che in sogno le appare un okapi, qualcuno lì intorno muore nel giro di ventiquattr’ore, minuto più minuto meno. Tuttavia, i sogni non rivelano mai chi stia per morire. E come si può immaginare, nel lasso di tempo tra il sogno e il compimento del triste fato tutti vivono in uno stato di agitazione…
Quel che si vede da qui è il ritratto originalissimo di un paese e della sua bizzarra comunità così come ce li racconta la piccola Luise, ormai di casa dalla nonna Selma visto che i genitori sono alle prese con un matrimonio che non funziona. Poetico, divertente, toccante, mai sdolcinato o superficiale, questo romanzo è una fiaba dei nostri tempi e affronta i grandi temi dell’esistenza, l’amicizia, la perdita, l’amore inconfessato e quello che di fronte alle mareggiate della vita si muove per sentieri tortuosi. Come capita a Luise che, ormai cresciuta, si innamora del bel Frederik, il quale ha lasciato l’università per trasferirsi in Giappone in un monastero buddista…
Con Mariana Leky veniamo catapultati in un universo insolito e meraviglioso, dove si vive a contatto con la natura in “una sinfonia di verde, azzurro e oro”, dove ogni gesto, ogni parola ripetuti dai protagonisti sono rituali che finiamo per attendere, pagina dopo pagina.
Un libro pieno di vita, intelligente e profondo, che ha conquistato lettori e librai tedeschi, tanto da essere eletto «Libro dell’anno» nel 2017 ed essere ancora oggi tra i titoli più venduti in Germania.

Quel che si vede da qui è stato scelto come Libro dell’anno dai Librai tedeschi ed è da due anni in testa alle classifiche dei libri più amati e più venduti.

Quando Selma disse che quella notte aveva sognato un okapi, sapevamo che uno di noi sarebbe morto, al massimo entro ventiquattr’ore. Ci avevamo quasi azzeccato. Le ore furono ventinove. Anche se in leggero ritardo, la morte si presentò alla porta, nel vero senso della parola. Forse si attardò perché aveva esitato a lungo, ben oltre il fatidico ultimo minuto.
In tutta la sua vita Selma aveva sognato l’okapi tre volte, dopodiché era sempre morto qualcuno, perciò eravamo convinti che l’apparizione onirica dell’okapi e la morte fossero eventi indissolubilmente correlati. È così che funziona il nostro cervello. Nel giro di pochissimo tempo può indurci a credere che esista un forte nesso tra le cose più assurde. Caffettiere e stringhe, ad esempio, o vuoti a rendere e alberi di Natale.
Il cervello dell’ottico era particolarmente abile in questo. Se gli venivano proposti due oggetti che non c’entravano niente l’uno con l’altro, lui ci trovava subito una stretta correlazione. E adesso era proprio l’ottico a sostenere che il ritorno dell’okapi non avrebbe provocato la morte di nessuno, che la morte e il sogno di Selma erano due cose del tutto sconnesse. Ma noi sapevamo che ci credeva pure lui. Soprattutto lui.
Anche mio padre diceva che erano scemenze inaudite, a suo parere la nostra superstizione nasceva perlopiù dalla scarsa presenza del mondo nelle nostre vite. Diceva sempre: «Lasciate entrare un po’ di mondo!»
Lo diceva in tono perentorio e in particolare a Selma, a priori.
A posteriori lo disse solo di rado.

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