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L’assassino dalla città delle albicocche, Witold Szabłowski

È in libreria dal 26 ottobre il reportage letterario di Witold Szablowski

 

DOPO LA LETTURA DEL LIBRO DI SZABŁOWSKI SONO CONVINTO CHE STIAMO ASSISTENDO ALLA NASCITA DI UN NUOVO KAPUŚCIŃSKI. KONSTANTY GEBERT

Libro di viaggio e reportage, indagine storica e sguardo sulla complessità del presente, Witold Szabłowski ci porta alla scoperta della Turchia di oggi offrendoci un ritratto polifonico che intreccia sogni e speranze, storia e memoria, imprese epiche e monumenti senza tempo, luci e ombre di un Paese perennemente a cavallo tra due mondi. Oriente e Occidente, presente e passato, Islam e islamofobia, conservatorismo e modernità. Mentre Szabłowski visita villaggi e città remote di questo bellissimo Paese, parla con camionisti, professori universitari, commercianti, imam e gente comune. Incontra giovani donne che fuggono da omicidi d’onore o che vivono senza libertà, incrocia famiglie di emigranti, giornalisti curdi, combattenti, ragazzi che protestano e ci regala pagine piene di ritmo, illuminanti, spesso divertenti, potenti e ipnotizzanti. La Turchia è anche il profumo delle albicocche di Malatya, i ponti sul Bosforo, il sogno di Sinan – detto il Michelangelo turco –, l’eredità di Atatürk, la patria delle fiction televisive, i versi di Hikmet, ma è pure violenza e misteri mai completamente risolti. Un libro pieno di spunti e connessioni che si è aggiudicato alcuni dei più importanti premi polacchi e internazionali per il reportage narrativo come l’English Pen Award, il Beata Pawlak Award e il Nike Award (selezione). Szabłowski ha inoltre ricevuto l’European Parliament Journalism Award.

Il traghetto geme, sbuffa, sputa nel cielo una nuvola di fumo e parte.

Si va dall’Europa all’Asia. Il viaggio dura circa un quarto d’ora. Gli uomini d’affari insieme ai mendicanti, le donne nei chador insieme a quelle in minigonna, i non credenti con gli imam, le prostitute coi dervisci, chi è santo con chi non lo è. Tutta la Turchia su un traghetto.

«I capitani di questi colossi sono dei moderni Caronte» dice Tayfun, un mio amico poeta di Istanbul. «Perché? Perché il viaggio attraverso lo stretto del Bosforo è bello e inquietante. Come la morte».

In realtà i Caronte sono dei freddi professionisti. Non potrebbero essere altrimenti. Il Bosforo è molto angusto, in certi posti arriva ad avere appena 500 metri circa di larghezza, e qui si incrociano migliaia di navi e traghetti.

Fare manovra in queste acque e alla fine condurre il grande traghetto con precisione millimetrica dritto all’attracco non ha niente a che fare col romanticismo o con la mitologia greca.

A meno che non si sia un passeggero. In quel caso, va benissimo. Quando cala la sera e migliaia di muezzin iniziano ad annunciare che Allah è grande, le conversazioni tacciono e le persone piombano in un umore malinconico e metafisico. Spesso sfrutto questo momento e chiedo a qualche turco a caso: come si vive con questo stretto? Questi viaggi quotidiani fra continenti interessano a qualcuno? Allargano le braccia. Non capiscono la domanda. Lo stretto è lo stretto.

Solo il poeta Tayfun non resta stupito da questa domanda.

«Anch’io ho uno stretto dentro di me» dice, e getta un grande pezzo di pane verso i gabbiani che seguono il traghetto. «Ogni turco si sposta mille volte al giorno fra la tradizione e la modernità. Fra il cappello e il velo. La moschea e la discoteca. L’Unione Europea e l’ostilità verso l’Unione Europea».

Ha colto il punto. Tutta la Turchia è squarciata da uno stretto invisibile.

 

L’assassino dalla città delle albicocche
Traduzione di Leonardo Masi
pp 288, € 17.50
Keller
isbn 978-88-99911-46-1

 

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