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IL FANTASMA SUL TRONO, ROBINSON

Robinson (La Repubblica) ospita il bel pezzo di Federico Condello su “Il fantasma sul trono” di James Romm

 

Alessandro e i suoi fratelli

Da sempre la letteratura, e i biografi, si esercitano su vita e morte del Macedone. Un filone in cui ora si inserisce James Romm Con le gesta dei personaggi che vennero subito dopo di lui, di Federico Condello

Gli eroi sono tutti giovani e belli? Quelli greci no, e non ci inganni la giovane bellezza di Achille e compagni, che sono cavalleresche idealizzazioni. Se si studiano i miti periferici, i culti locali di “ eroi” che ricordano i mille santi e santerelli cattolici, si scovano personaggi peregrini che al sublime Achille non somigliano affatto. Non sono giovani né belli, e a volte sono anzi mostruosi: basti, al proposito, lo stupendo Gli eroi greci di Angelo Brelich. Se fra quei multiformi “ eroi” si cerca un tratto comune se ne trova uno solo: per essere “ eroi” occorre essere morti. Si dirà che a questo siamo tutti portati; ma non illudiamoci: non basta. All’eroe si richiede una morte eccezionale.

Certo, se poi l’eroe muore giovane e bello è anche meglio: l’eternità è certa. Dopo Achille, la più pura incarnazione di questo ideal- tipo non si trova nella letteratura, ma nella storia, ed è senza dubbio Alessandro III di Macedonia, alias Alessandro Magno; anche se la sua fu una storia nutrita di letteratura, cioè di sapiente propaganda. Non a caso egli iniziò la sua impresa più fulgida, la conquista dell’Asia, omaggiando la tomba di Achille: un gesto che non fu pietas ingenua, ma astuzia promozionale. Il resto fecero gli storici — a partire da quelli, embedded, che seguirono le sue truppe — e i fidati colonnelli: tutti suoi potenziali eredi, e tutti interessati a magnificare il nuovo Achille. A loro toccò uno dei compiti più ardui: trasformare in fine gloriosa la grama morte del re, che nel giugno del 323 a.C. spirò a Babilonia dopo una penosa agonia, descritta con freddezza clinica nei “ diari di corte” ancora noti a Plutarco.

Ma a un eroe giovane e bello conveniva altra morte, e la macchina mediatica si mise subito in moto: fra pompose esibizioni del cadavere, miracolosamente immune dalla decomposizione, e leggende propalate ad arte, si cercò di inventare — dice Plutarco — « la chiusa spettacolare di un magnifico dramma » . Non mancò il complottismo ( morte per veleno, fornito addirittura da Aristotele) né altre leggende concresciute sulla leggenda. E tuttora scienziati un po’ frivoli, per guadagnarsi un posticino in cronaca, giocano a diagnosticare la malattia che uccise Alessandro. L’ultima fanta- diagnosi è venuta, un anno fa, da una ricercatrice neozelandese: sindrome di Guillain- Barré. Forse meglio della cirrosi epatica, che è la diagnosi più usuale, ma niente di eroico: mostrò più senso dello spettacolo l’ufficio- stampa di Alessandro. « Sarei ingenuo se chiedessi di essere lasciato in pace dopo morto » , recita una frase di Mussolini oggi incisa a Predappio. Figurarsi se si poteva lasciare in pace Alessandro.

E così la « chiusa spettacolare » di quel dramma ne avviò un altro. È il periodo che si chiama “ dei Diadochi”, cioè “ degli Eredi”. Un cinquantennio cruciale che i manuali riducono spesso a tediosa histoire-battaille: un rosario di date e teatri bellici che non entrano nemmeno nella media memoria scolastica, o rapidamente ne escono, per finire in un’indistinta nebbia accanto a Poitiers, Lepanto o Trafalgar. Ma cosa accadde davvero, morto Alessandro? Cosa fu della sua spoglia, « orba di tanto spiro » — se Alessandro tollera un Alessandro Manzoni? E cosa fu del suo effimero impero? Rilegge quella storia, con piglio di narratore e competenza di classicista, lo statunitense James Romm, ne Il fantasma sul trono. La morte di Alessandro Magno

e la sanguinosa lotta per il suo Impero, appena tradotto per Keller Editore. È una brillante serie di istantanee storiche dedicate ai protagonisti del dopo- Alessandro, in un periodo densissimo durante il quale scenari lontani si influenzano l’un l’altro con velocità prodigiosa, in costante dialettica fra global e local. È del resto una cifra di tutta quella età: ciò che Edward Lorenz chiamò “ effetto farfalla” ( « il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un tornado in Texas? » ) era già noto a Polibio, che nel II secolo a. C. lo chiamava symploké, « intreccio » della storia.

A questo intreccio Romm si accosta da biografo, talora da psicologo. Il brio non gli difetta, e nemmeno la confidenza con le fonti, che pure egli seleziona, ogni tanto, per amor di narrazione. Certo, la biografia è da sempre la condanna di Alessandro e dei suoi Eredi: troppo ghiotto il soggetto, troppo tentante lo zoom sui singoli. Ma, ben maneggiata, anche la biografia schiude il panorama dell’epoca, e fa capire perché l’ellenismo — Roma compresa — ci riguarda: non come campionario di prepotenti personalità, ma come rivoluzione geopolitica che trasformò presunte periferie ( come la Macedonia) in centri egemoni, e presuntuosi centri ( come Atene) in semplici periferie. È una storia istruttiva per il fragile Occidente d’oggi, che tuttora si crede centro, perché di lì mosse, contro l’Asia, il grande Alessandro. Ma non tornò vivo.

 

 

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