PREZZO: €13,50
DATA USCITA: MAGGIO 2012
BROSSURA | PP. 168 | COLLANA VIE
TRADUZIONE DAL RUMENO BRUNO MAZZONI

 
 È una visione, quella del matto che giace sopito in ognuno. Sono i ricordi ora esatti ora creati, di chi cerca i propri contorni. Con una scrittura fine, delicata, precisa e allo stesso tempo viscerale, Blecher ci regala lo scontro tra i limiti di un mondo che non ha il potere di cambiare se stesso nemmeno di un po' e le infinite e dolorose potenzialità di una mente che nelle momentanee irrealtà è costretta a trovare la propria casa.
Dimenticata durante il periodo comunista, la figura di Max Blecher è tornata luminosa dopo il 1989 con edizioni e traduzioni in numerose lingue e presso prestigiosi editori in Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, e Francia. Accadimenti nell'irrealtà immediata, primo suo libro edito in Italia, è il racconto intimo ed inquietante di un'adolescenza caratterizzata da frequenti "crisi di irrealtà", dal disagio fisico e sociale e dalla scoperta della sessualità.
Blecher è stato spesso paragonato a Franz Kafka, Bruno Schulz, Thomas Mann e ci ha lasciato una produzione letteraria eccelsa nonostante una vita sofferta e stroncata precocemente - a soli ventinove anni - dalla tubercolosi spinale.

«Vedevo bene le persone intorno a me, vedevo bene l'inutilità e la noia con cui consumavano le loro vite, le giovani ragazze nei giardini che ridevano stupidamente; i commercianti dagli sguardi scaltri e arroganti; il bisogno teatrale di mio padre di interpretare la parte del padre; la tremenda stanchezza dei mendicanti assopiti in miserabili cantoni; tutto questo si confondeva in un aspetto generico e banale, come se il mondo, così com'era, attendesse da molto tempo dentro di me, e io, giorno dopo giorno, non facessi che verificare il suo contenuto invecchiato in me».

Ciò che rende lo sguardo di Blecher così penetrante, è l'eroticità che risiede e langue in ogni cosa. HERTA MÜLLER
Un Kafka romeno. EUGÈNE IONESCO


Nato a Botoşani in Romania, Max Blecher è uno scrittore ebreo morto a soli ventinove anni, nel 1938, per tubercolosi spinale. Trascorse i dieci anni di malattia quasi sempre a letto, praticamente immobile. Ma la sua immaginazione volò libera.
Dotato di un insolito talento e visione scrisse poesie, due romanzi - tra cui Accadimenti nell'irrealtà immediata - e mantenne una intensa corrispondenza con André Breton, André Gide e Martin Heidegger. Venne lodato da Eugene Ionesco, Mihail Sebastian, Geo Bogza e Saşa Pana, e molti  paragonarono la sua prosa a quella di Franz Kafka, Bruno Schultz, Robert Walser o Thomas Mann.

 
IL MANIFESTO (20/5/2012)
ROMANIA
Max Blecher, dissociazioni alla ricerca di essenze di altre sensibilità viventi
di STEFANO GALLERANI


Sino a ora sconosciuta alla nostra editoria, la figura di Max Blecher s'è ammantata nel tempo di una sorta di aura leggendaria che ne avvolge tanto l'opera che la breve, infelice esistenza. Nato in Romania nel 1909, e perciò oltre dieci anni più giovane di Tristan Tzara e coetaneo di Eugène Ionesco, dopo la laurea Blecher si trasferì a Parigi per studiare medicina; da subito, la capitale francese rappresentò, per il giovane, un'inesauribile fonte di occasioni, conoscenze e incontri che lo portarono presto alla corte surrealista di André Breton. Il suo epistolario d'allora annovera, tra gli altri, i nomi di Gide, Heidegger e Pana, e la sua firma finisce più volte sul principale organo a stampa dell'avanguardia parigina, «Le surréalisme au service de la révolution». In quegli anni, però, a Blecher venne anche diagnostica una forma impediente
di tubercolosi spinale; la malattia lo costrinse a un estenuante pellegrinaggio tra diversi sanatori d'Europa, dalla Francia e  indietro, verso la Romania, passando per la Svizzera; infine, condannato all'immobilità forzata, Blecher trascorse i suoi ultimi anni di vita a Roman, una cittadina rurale della Moldavia dove la sua famiglia, originaria di Botosani, si trasferì definitivamente nel 1935. Tuttavia, fino agli ultimi giorni di vita (consumatisi nel maggio del 1938), Blecher non smise mai di scrivere (racconti brevi, traduzioni e articoli), dedicandosi soprattutto alla stesura di Vizuina luminata: Jurnal de sanatoriu, referto diaristico sulla coazione ospedaliera (che vedrà la pubblicazione solo nel 1947, in un'edizione parziale cui farà séguito, nel 1971, quella integrale) e portando a esito quel piccolo capolavoro che è Accadimenti nell'irrealtà immediata (traduzione di Bruno Mazzoni, Keller editore, pp. 167, € 13,50): in meno di duecento pagine e quindici
capitoli, Max Blecher condensa l'educazione sentimentale di una personalità dissociata, combattuta tra la cruda realtà del mondo oggettivo e le sottili torture d'una costante trasfigurazione  sensoriale: unica consolazione, «l'essenziale nostalgia dell'inutilità del mondo» cui fa eco la non rassegnata consapevolezza che «le parole abituali non hanno valore a certi livelli profondi dell'anima. Cerco di definire esattamente le mie crisi e non trovo che immagini. La parola magica che le potrebbe esprimere dovrebbe prendere qualcosa in prestito dalle essenze di altre sensibilità viventi».
Ecco, dunque, che la scrittura blecheriana ci sbalestra, in
Întâmplari în irealitate imediata, da un'atmosfera sgomenta (memorabile il primo capitolo sull'excursus delle crisi in cui cade
l'io-narrante non ancora adolescente) nella dimensione di una natura panica e fantastica, tra pagine che echeggiano qui il delirio gogoliano là il deliquio kafkiano celebrando, della vita, nient'altro che ciò che se ne può trarre con una frase, ovvero «l'immagine di un'esatta banalità» in cui «risiede la malinconia di essere unica e limitata, in un mondo unico e meschinamente arido».

IL PICCOLO (19/6/2012)
BLECHER, IL PROUST DI ROMANIA CHE SFIDò LA MORTE SCRIVENDO
Esce finalmente in Italia il suo libro "Accadimenti nell'irrealtà immediata"

C'era un solo modo, per Max Blecher, di ribellarsi alla Morte. Di combattere la malattia, il dolore. L'impossibilità di abbandonare il proprio letto. La medicina miracolosa aveva nome fantasia. La via di fuga si chiamava scrittura. Ed è proprio così che il grande autore romeno, morto a 29 anni distrutto dalla tubercolosi spinale, trascorse l'ultima parte della sua vita. In compagnia delle parole, delle storie che inventava, dei personaggi e dei luoghi che immaginava.
Dimenticato durante il lungo inverno comunista, cancellato dalla letteratura della Romania perché il volo libero della sua fantasia spaventava i burocrati al potere, Max Blecher è totalmente sconosciuto in Italia. Anche se critici quotati hanno parlato di lui come di un autore capace di stare alla pari con il Bruno Schulz delle "Botteghe color cannella", di Franz Kafka, Thomas Mann. Anche se, tra i suoi corrispondenti c'erano personaggi del calibro di André Breton, Martin Heidegger, André Gide.
Adesso, la piccola, meritevolissima casa editrice Keller propone ai lettori, nella traduzione di Bruno Mazzoni, "Accadimenti nell'irrealtà immediata" (pagg. 167, euro 13,50). In giro per il mondo, dalla Germania agli StatiUniti, dalla Gran Bretagna alla Francia, la prosa dello scrittore ebreo nato a Botosani, in Romania, e morto nel 1938 dopo dieci anni di immobilità a letto, ha già catturato l'attenzione di lettori in caccia di talenti dimenticati.
In un certo senso, la storia di Blecher ricorda quella di un gigante della letteratura come Marcel Proust. Anche l'autore dell'immensa "Recherche" diede forma al suo capolavoro trascorrendo gran parte delle giornate a letto, intento a sbozzare personaggi, a dare forma letteraria ai ricordi, a inventare un mondo grande, senza mai abbandonare il molle conforto dei cuscini di casa. Ma, a differenza dell'autore francese, il giovane Max non aveva possibilità di scegliere. Perché a costringerlo a letto, per dieci interminabili anni, era stata una malattia terribile: la tubercolosi spinale.
C'è una foto, sbiadita dal tempo, in cui lo scrittore è a passeggio con la madre disteso su una sorta di enorme carrozzina per bambini, lo sguardo vivo, un mezzo sorriso sulle labbra. Incapace di rassegnarsi a quella maledizione che la vita gli aveva assegnato. La malattia che non perdona, che lo avrebbe trascinato verso la fine.
"Accadimenti nell'irrealtà immediata" è un libro che azzera tutte le regole narrative. Un racconto che, fin dalle prime righe, galleggia tra una sorta di visionarietà psichedelica e il desiderio di dare vita a una sorta di autobiografia immaginaria. In questo senso, i punti di contatto con Bruno Schulz, lo scrittore ucciso come un cane dai nazisti nel 1942, e le sue scoppiettanti "Botteghe color cannella", sono davvero notevoli. Però, quello che rende la narrazione di Max Blecher davvero unica è la capacità di sfalsare di continuo i piani del racconto. Creando fondali intercambiabili al mondo reale che mette in scena. Scenari che,
piano piano, virano verso il sogno, il delirio, l'esperienza extrasensoriale.
Tutto sembra possibile, in questo libro. Eppure, tutto è irreale. Perfino l'iniziazione sessuale del protagonista, lì, in mezzo a tanta paccottiglia nel negozio del fratello di Clara. Perfino la morte della splendida Edda, una delle stelle di riferimento nell'educazione sentimentale dell'io narrante. Perfino quel balbettare fantasmagorico che il matto che racconta fissa a visioni slegate dalla quotidianità. Il tutto, però, legato al senso forte della necessità di aggrapparsi
all'immaginazione. Per sopravvivere a un mondo sempre più avaro di illusioni. Sempre pronto a spegnere i sorrisi, a distruggere i castelli in aria.
L'adolescenza, tra le mani di Max Blecher, diventa un rito di passaggio in cui sono frequenti le "crisi d'irrealtà". Quel galleggiare oltre il muro del qui-e-ora, oltre il confine della razionalità, per costruire storie possibili. Un percorso verosimile, eppure totalmente inesplorato. Perché, a ben guardare, è proprio la realtà che ci trascina, giorno dopo giorno, sempre più in basso. Cercando di affogarci.
Svegliarsi servirà a sfuggire alla normalizzazione dell'età adulta?
(di Alessandro Mezzena Lona)


CORRIERE DELLA SERA (3/8/2012)
Scoperte Tradotto in Italia lo scrittore mitteleuropeo morto a trent'anni. Un parente dei grandi del '900


Max Blecher, il Kafka di Romania
Una guida per vivere nell'irrealtà

La ricerca di un senso dell'esistenza attraverso l'infanzia
di EMANUELE TREVI

Dal punto di vista artistico, letterario, filosofico, la ricchezza del Novecento ha qualcosa di prodigioso. Si può nutrire la sensazione di conoscere, almeno di nome, le opere più importanti e i loro autori, le poetiche, le circostanze, le mode. Ma poi, ecco un nuovo astro che si aggiunge al già affollatissimo firmamento, e permette di disegnare costellazioni ancora impensate.
Mai tradotto in italiano, il rumeno Max Blecher, nato nel 1909 e morto nel 1938, pur non raggiungendo nemmeno il traguardo dei trent'anni è stato capace, lottando contro il tempo e il fato avverso, di dare forma a un mondo unico e inconfondibile.
Si erano accorti del suo valore corrispondenti della statura di Breton, Gide, Heidegger. Di famiglia ebraica abbastanza benestante (il padre era un mercante di porcellane) Blecher aveva trascorso un breve periodo a Parigi, dove era andato per studiare medicina. Sedotto da Breton, aveva aderito al Surrealismo. Spietata ed implacabile come una sentenza capitale, piombò sulla testa dell'aspirante medico e giovane poeta la diagnosi di una malattia gravissima, la tubercolosi spinale. Dopo varie permanenze in sanatorio, Blecher tornò in patria, nella cittadina di Roman, dove visse gli ultimi anni senza mai abbandonare il letto.
È in queste terribili condizioni che venne alla luce un'opera esigua dal punto di vista della quantità,ma straordinariamente intensa, punteggiata di sorprendenti illuminazioni metafisiche, capace di insediarsi stabilmente nella memoria dei lettori grazie a un tono di verità ed intimità davvero difficile da raggiungere.
Dopo la riscoperta, i libri di Blecher sono stati tradotti nelle maggiori lingue europee, e non si è esitato ad accostare il nome di questo sconosciuto a quelli di Kafka e Bruno Schultz.
Non si tratta di un'esagerazione priva di utilità e fondamento, come spesso accade quando si azzardano questi paragoni con scrittori immensi.
Apparsi nel 1936, gl i Accadiment i nell'irrealtà immediata (ora pubblicati da Keller) stanno lì a dimostrare che Blecher è uno scrittore di prima grandezza, non indegno del confronto con i più illustri dei suoi contemporanei. Simile a Kafka, in Blecher, è il ferreo controllo razionale e formale di una prosa che non esita, d'altra parte, ad avventurarsi nei più fastidiosi ed insoliti meandri della coscienza e dellamemoria. E come Bruno Schultz, lo scrittore rumeno è stato capace di fare dell'infanzia il luogo supremo della conoscenza del proprio destino e della natura delmondo. Più che come un libro di ricordi più omeno felici, allora, questi Accadimenti andranno letti come un paradossale «discorso sulmetodo», fondato sulla capacità del bambino di entrare e uscire dalla propria identità, facendo ricorso a quella che Blecher definisce «una lucidità più essenziale e più profonda di quella del cervello».Ma se da un lato c'è un soggetto che conosce mantenendosi sempre in precario equilibrio tra il sogno e la veglia, l'oggetto concreto e la sua deformazione fantastica, dall'altro c'è un mondo sempre pronto a retrocedere nell'«irrealtà» suggerita fin dal titolo. Come se la sostanza stessa del reale non fosse che un enigma, un «tutto» che, forse confidando nell'estrema sensibilità e capacità ricettiva del bambino, «implora una soluzione».
Ma se il bambino non smette di indagare l'enigma che gli offrono le cose, la sua curiosità è tutt'altro che astratta, frutto di un'energia mentale disincarnata. Al contrario, l'originalità di Blecher sta nel fatto che il protagonista degli Accadimenti è attratto eroticamente da tutto ciò che lo circonda. «Per quanto lontano rovisti tra i ricordi nell'abisso della mia infanzia», confessa lo scrittore, «li trovo legati alla conoscenza sessuale». Il sesso insomma non è quella scoperta che segna, come una linea d'ombra da varcare una volta e per sempre, la fine dell'infanzia, ma una sua componente essenziale, al pari delle paure della notte e delle prime amicizie. E questa coraggiosa modificazione di uno schema narrativo classico ha una sua importantissima conseguenza filosofica, permettendo a Blecher la rappresentazione di un'infanzia priva del complesso edipicoma satura fino all'inverosimile del desiderio e delle sue metafore.
Blecher è un vero scrittore, perché il suo mondo non è il risultato di un'addizione di ricordi ed invenzioni, ma un tutto organico, nel quale ogni elementomisteriosamente si corrisponde e si assomiglia. Come un archeologo, l'uomo adulto che scrive si cala nel sottosuolo dell'infanzia riportando alla luce frammenti di accecante verità. Al limite estremo della consapevolezza, vediamo i simboli del desiderio confondersi indistricabilmente con quelli della caducità e dell'artificio, in un nodo di sensualità e morte che non saprei se definire con più esattezza barocco o surrealista. E tra tutte le immagini di questo libro così memorabile e sottilmente perturbante, la più forte è quella di una statua di cera che si scioglie nel fuoco, con «le gambe livide e belle che si avviticchiano in aria e afferrano tra le cosce una fiamma vera che ne brucia il sesso».
Ma se una volta poteva anche esistere la parola che esprimesse il significato di questa immagine femminile, oggi di quella parola non esiste che il «ritmo lontano»: il suono fragoroso ma indistinto dell'«irrealtà».

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