Brossura | pp. 224 | Traduzione dal fracese di Maurizia Balmelli | Collana PASSI | Immagine di copertina di Giovanni Cavulli
ISBN 978-88-89767-44-3

Premio Schiller
Prix Marguerite Audoux
Prix Lettres Frontière
Prix Henri Gaspoz

Paul regna padrone sulla propria fattoria, sulle bestie e sulla moglie.
È un contadino fuori dal tempo e semianalfabeta che dedica la vita al lavoro nei campi sull'Alpe e agli amati animali. Un tran tran quotidiano al quale deve adeguarsi anche la moglie, che ha rinunciato a tutto.
Non c'è spazio per nient'altro: né emozioni, né sentimenti, almeno fino all'arrivo di Jorge, l'operaio chiamato in aiuto per la bella stagione, che dal Portogallo viene a scombinare gli equilibri, a mettere in discussione le certezze, a portare col vento caldo del Sud nuove parole e uno sguardo diverso che per la prima volta si sofferma su chi chiede solo affetto e attenzione.
Con un linguaggio audace e una prosa senza eguali Noëlle Revaz ci regala un ritratto inedito e brutale dell'amore, un viaggio sconvolgente nell'animo umano.

La stampa
Un esordio, un capolavoro CONTRUIRE
Come Céline ha inventato una lingua urbana... così Revaz ricrea un parlare contadino LE TEMPS
Un libro fantastico sulla freddezza del cuore NEUE ZUERCHER ZEITUNG
Un capolavoro. Raccomandato a chi non è debole di cuore SBD LIBRARY SERVICE
Revaz ha creato una nuova lingua. Un capolavoro SONNTAGSBLICK MAGAZINE
Uno stile che colpisce in piena fronte CULTURACTIF

L'autrice
Noëlle Revaz nasce nel 1968 a Vernayaz, sesta tra nove figli. Nel 2002, Éditions Gallimard pubblica il suo primo romanzo Rapport aux bêtes riconosciuto, tra gli altri, con il Prix de la Fondation Schiller, il Prix Lettres Frontière e il Prix Marguerite-Audoux. Il libro è stato tradotto in diverse lingue e arriva ora in Italia (2013) col titolo Cuore di bestia, a cura di Keller editore.
Il romanzo è stato adattato due volte per la scena. Noëlle Revaz ha scritto alcune novelle, monologhi e radiodrammi. Collabora con l'Istituto svizzero di letteratura a Bienne ed è membro del gruppo di scrittori "Berna è ovunque". Vive a Bienne, in Svizzera.

In "Cuore animale", Noëlle Revaz ha inventato una lingua contadina che le ha aperto le porte della collezione bianca di Gallimard.
"Come Céline ha inventato una lingua urbana sfalsata, Noëlle Revaz ricrea un parlare contadino. Un vero pugno in faccia alla bella lingua". Il poeta e romanziere Guy Goffette non ha paura di fare confronti, lui che ha convinto Gallimard ad accogliere nella sua collezione bianca "Cuore animale". Qualche mese dopo il "Judas" di Maurice Chappaz, ecco dunque un nuovo shock estetico venuto dal Vallese. La trama del romanzo è semplice: Paul è un contadino rozzo e brutale. Maltratta sua moglie che chiama Vulva, la riduce alla sua funzione genitale e ignora i figli, massa indistinta di mocciosi che talvolta punisce per bene. In questo mondo di silenzi appare un bel giorno Jorge, un portoghese stagionale, un'allegoria del Sud, che si chiamerà Georges - perché si è in Svizzera, qui - e qualche volta "il Portoghese". Infinitamente più acuto, istruito del padrone, l'uomo fungerà da catalizzatore. Grazie a lui, il padrone cambierà gradualmente, accetterà che sua moglie si prenda cura infine del tumore che gli corrode lo stomaco, e abbandonerà le sue paure arcaiche. In breve, lo straniero, prima di partire in autunno, lo renderà più umano, meno distruttivo ma più rivelatore dell'angelo nel "Teorema" di Pasolini. Il racconto si conclude col remake muto di "Donna, vieni a sederti sulla panchina..." dell'antico libro di famiglia.
Questa storia non è realista e pertanto, come dice Guy Goffette, "si sguazza nel letame". Le scene della stalla o dei campi non convinceranno forse i professionisti ma hanno una verità nel quadro di questa storia violenta, a volte difficile da sostenere. "Ho dovuto chiedergli di cancellare certe ingiurie, troppo scioccanti, ma non ho potuto farla rinunciare al nome così brutale di Vulva". Il discorso interiore di Paul, il quale inciampa nella propria rabbia, nell'incapacità di esprimere le emozioni, suona bene, come i dialoghi, eppure nessuno parla così nella vita. Passato il primo sussulto provocato da una sintassi contorta, un lessico deformato, i personaggi iniziano a esistere e il lettore entra nell'universo del romanzo. È molto forte, molto duro anche, ma l'autrice opera il prodigio di mantenerlo leggibile. Ci sono anche alcune scene infinitamente poetiche e tenere, per esempio quando Georges, Paul e i bambini cominciano a dipingere. Con abilità, Noëlle Revaz evita i cliché, pur lavorando su sentimenti universali, quali l'amore, la gelosia, la paura, quella del sesso e della differenza, il desiderio di dominio.
Soprattutto, ha creato uno stile ibrido, giocando sulle pause, mescolando qualche elvetismo a delle costruzioni sapienti, trasformando gli aggettivi in nomi, inventando dei giri di parole che si crederanno talvolta tradotti da una lingua straniera o antica, dove risuona il ritmo di un verso. Questo primo romanzo, pensa Guy Goffette, dovrebbe fare molto rumore nel mondo civilizzato del romanzo francese. E se il suo esotismo è stato troppo radicale? "Poco importa. La letteratura innovativa non ha mai molta eco sul momento. Chi ha letto Faulkner all'epoca?" NÉE ISABELLE RÜF, LE TEMPS

La forza del romanzo di Noëlle Revaz è tale che è entrato a far parte di altre opere. Non solo ha ispirato il film "Cuore animale" ma al libro è dedicata una parte del romanzo "La libreria del buon romanzo" di Laurence Cossé (in Italia uscito per E/O nella traduzione di A. Bracci Testasecca).
"Non avrebbe retto a lungo se un pomeriggio di quello stesso inverno, a dicembre, in un'ora morta, non avesse notato in libreria una ragazza vestita da città - sebbene questa definizione convenzionale si addica poco a una mise che non era da città: diciamo vestita in modo inconsueto per Méribel - che in piedi, sempre meno attenta a non farsi vedere e sempre più rapida man mano che andava avanti, leggeva "Rapport aux bêtes" (ndr Cuore animale), un romanzo di Noëlle Revaz che Ivan teneva in altissima considerazione. Un'ora e mezza dopo, arrivata all'ultima pagina, chiudeva il libro visibilmente emozionata e si accingeva a rimetterlo al suo posto sulla mensola delle prime scelte quando si accorse che Ivan la guardava. La ragazza arrossì e gli disse senza abbassare lo sguardo: non ho soldi. Non c'è problema, si affrettò a rassicurarla Van, che se non altro aveva ancora la libertà di ricevere chi voleva nel suo seminterrato. Poi indicò con il mento il libro appena rimesso a posto e chiese: allora, che ne pensa?
La ragazza era sotto shock. Da tempo non aveva letto un'opera di tale intensità. Avrebbe ricordato per un pezzo quegli sfondi, quell'ambientazione, quei personaggi, quel contadino tanghero di mezza montagna con la moglie senza nome. La cosa che l'aveva colpita di più era la struttura del lungo monologo, il fraseggio, l'inventiva della scrittrice che aveva creato una lingua nuova, un francese senza uguali, gibboso, zoppicante, ma pienamente giustificato visto che a parlare è un bifolco, anche lui reso magistralmente..."

 

STAMPA

INTERNAZIONALE
14/6-21/6/2013
UOMINI O ANIMALI

Noelle Revaz "Cuore di bestia", Keller, 220 pp, 14.50
Arriva in ritardo e sorprende il romanzo che l'autice pubblicò da Gallimard all'età di 32 anni e la cui delicata traduzione è stata affrontata da Maurizia Balmelli. È un lungo monologo - che scivola talvolta nella terza persona - di un contadino e allevatore, Paul, rozzo, maschilista e violento, dalla psicologia primaria e contorta, che tratta la moglie, soprannominata la Vulva, come fosse una delle sue bestie, ma con meno carezze e meno capacità di dialogarci. La tratta come una bestia, ma anche lui, infine, è poco più che una bestia. E i molti bambini della coppia, indefiniti, per Paul sono anche loro come bestie, anzi meno, perché s'intende meglio con le vacche.
L'arrivo di Georges, un bracciante portoghese, semina nel suo cuore dubbi e rivalità, perché quello è gentile e a suo modo colto, e tratta la Vulva da donna e cerca di rompere la crosta selvatica di Paul. È lui a capire che la donna ha un cancro e a farla visitare e ricoverare, e la gelosia che suscita porta a un minimo risveglio di sensibilità. Non c'è tragedia, infine, anche se la si attende, ed è un altro merito di un romanzo che entra nel cuore di Paul e si esprime (e pensa) come farebbe uno come Paul: un impressionante "flusso di coscienza" che sembra legare le Alpi svizzere ai sud di Faulkner o di Caldwel, ma avendo in mente, credo, anche il dimenticato Ramuz.
(Goffredo Fofi)


GRAZIA
21-27 GIUGNO 2013
"Cuore di bestia" di Noelle Revaz, trad. di M. Balmelli.
Scritto bene da una sorprendente autrice svizzera di umili origini, sesta di nove figli, pubblicato dal celebre editore francese Gallimard, è la storia del fattore Paul e della sua vita nelle Alpi del cantone francese, che poco si discosta da quella delle bestie. Paul chiama sua moglie con un nomignolo dispregiativo (né mai sapremo il suo vero nome), non conosce il numero esatto dei suoi figli e ha più tenerezza per gli animali che per gli esseri umani. Ma arriva Jorge, contadino stagionale al loro servizio: uno che legge e scrive...
(Valeria Parrella)


LIBERO
7/7/2013
L'esordio della Revaz
La lingua rurale d'un padre padrone in salsa svizzera
Cuore di bestia (Keller, pp.220, euro 14,50), appena uscito in Italia, è stato nel 2002 l'esordio narrativo di Noëlle Revaz. Un debutto felice, un'avventura letteraria rischiosa ma riuscita. Protagonista del romanzo è Paul, un contadino rozzo e violento, preso dall'amore totalizzante per le sue mucche, uno che sopporta i figli e prima di chiunque altro picchia la propria moglie, che chiama Vulva: «Allora io mi dico», fa dire la Revaz a Paul, «che questa Vulva non è proprio in grado di pensare, e che non ha sale in zucca, io l'ho sempre saputo, e mi avvicino per farle male perché mi dà sui nervi così muta, stupida come nessun altro, e le mollo uno sganascione».
La lingua che la scrittrice della Svizzera francese affida ai suoi protagonisti, come ha sottolineato il critico Roman Bucheli, riesce a conseguire tre obiettivi: risulta credibile al lettore, registra l'«artificiosità concordante fin nel più piccolo dettaglio» di quel modo di parlare e riesce a far conservare, nonostante tutto, un minimo di simpatia per i personaggi della storia (e qui il merito va ripartito con la traduttrice Maurizia Balmelli).
La storia, che, se non fosse per alcuni dettagli richiamanti all'incirca il 1990, potrebbe essere benissimo ambientata nell'Ottocento, è presto detta: Paul, che si autodefinisce «maestro», assume come lavoratore stagionale il portoghese Jorge, che inaspettatamente si dimostra essere di buona formazione culturale. Questi osserva con grande acume lo svolgersi della vita del contadino, fino a dissezionarla e a fare proposte per migliorarla. Sarebbe meglio, per esempio, secondo il giovane, che Paul si rivolgesse più spesso alla moglie. Il fatto che il contadino odi in generale le donne e che lei, «Vulvinha», come finisce col chiamarla Jorge, cerchi e trovi comprensione nel portoghese rappresenta il punto di partenza di un processo emozionale che per la donna significherà mettere in gioco la vita.
Dei suoi figli Paul non sa assolutamente nulla, neppure i nomi («e quella là, quella femminuccia»). Della moglie poi sa solo che non funziona come lui vorrebbe e che il suo tumore al «ventre rotondo» è solo un pretesto per non lavorare. I nomi delle sue mucche però Paul li conosce tutti, ma anch'esse per lui non sono altro «sacchi di fieno e d'erba dai quali si fa il latte». E tuttavia, quando quelle moriranno a causa di un virus, anch'egli cadrà preda alla malinconia.
Chiamato a narrare in prima persona è Paul, dunque tutto ciò che accade passa attraverso di lui, attraverso i suoi occhi, e si fa scrittura: «La Vulva nella paglia non mi vede, con questo bel tempo fuori il buio dentro la acceca. Mentre aspetta così di vederci qualcosa uno ha modo di guardarsi la Vulva che ha e che con tutto il tempo dedicato alle bestie si dimentica di osservare». E ciò che colpisce è l'energia poetica attraverso la quale la Revaz è riuscita a creare un intero mondo. Ciò che risulta interessante è che colui che qui parla, il contadino «testa di legno», non è padrone del proprio pensiero e della scrittura. Il risultato è che esce spesso dal campo semantico, escogita casualità sbagliate e usa preposizioni invertite. Il monologo che ne deriva risulta essere di rara immediatezza, tanto che la lettura corre veloce e gradevole.
(Vito Punzi)


AVVENIRE
13/07/2013
Noelle Revaz, non arcadia ma crudeltà
Oltre al benemerito editore Casagrande che opera nel Canton Ticino, a Bellinzona, anche Keller, editore trentino sa pescare nella letteratura svizzera opere significative e importanti. È il caso di due libri recenti. Il primo, breve e per capitoli brevissimi, è "Dietro la stazione", un gioiello di scrittura tedesca piena di parole e inflessioni romance del grigionese Arno Camenisch, che racconta una piccola comunità montana con gli occhi di un bambino di cinque-sei anni. Un anno di minime storie, dove uomini e animali e piante, sole e neve, vita e morte, si susseguono o si mischiano a scandire una scoperta del mondo e della società dal minino di un'esperienza infantile che è anche, come sappiamo, un massimo di pienezza, immediatezza, apertura.
"Dietro la stazione" è un libro molto recente, fa parte di un trittico grigionese di cui è la seconda parte, la terza non è ancora uscita, la prima è stata tradotta per Casagrande dalla stessa geniale traduttrice della seconda, Roberta Gado, e si chiama "Sez Ner", nome di un monte su cui passano le stagioni quattro squinternati pastori di animali diversi. La montagna è la vera protagonista, e gli uomini vi confrontano la loro estroversa e simpatica rozzezza con quella degli animali, come in fondo accade anche nel romanzo di Noëlle Revaz, il primo di questa scrittrice della Svizzera francofona, cantone di Vaud, a venir tradotto in italiano (nell'originale "Rapport aux bêtes", nell'edizione italiana "Cuore di bestia"). Quasi contemporaneamente, però, sulla bella "rivista svizzera di scambi letterari" "Viceversa", di fatto un utilissimo ed eccitante almanacco annuale che esce nelle tre grandi lingue del paese e la cui versione italiana è edita da Casagrande, ci sono due racconti della Revaz particolarmente asciutti, "Barbablù" e "Un aiutino", che scavano negli inferni delle normali, quotidiane crudeltà contemporanee, che si annidano ovunque, e anche, come è ben noto, nel seno delle famiglie. Entrambi hanno a protagonisti bambini, ma lontani dal contesto protettivo e forte del villaggio, dentro appartamenti e ambienti di un oggi metropolitano e borghese. "Cuore di bestia", il romanzo edito da Keller è già vecchio, perché risale al 2002.
Nonostante il successo francese (la Revaz pubblica per Gallimard) e le molte traduzioni e i molti premi, ci voleva un editore animoso come Keller per avere il coraggio di proporcelo. Perché, sì, la Revaz non è una scrittrice consolante e piacevole, non indora le pillole, non vende fumo, non imita e copia, non sceneggia all'impronta storielle edificanti o scandalizzanti e preferibilmente "impegnate" sul fronte umanitario nazionale e internazionale. Se ha dei maestri, mi pare trattarsi di americani di ieri (dal grandissimo Faulkner al più modesto ma a tratti formidabile Caldwell) o anche francesi (qualcuno ha fatto, esagerando, il nome di Céline). O anche svizzeri, perché "Cuore di bestia" fa pensare al Ramuz più duro, quello montanaro che rivendicava la libertà del francese parlato dagli svizzeri come lingua autonoma e viva, parlata da tanti, concretamente legata all'esperienza. Nel 2002 la Revaz aveva solo 32 anni, e una certa provocatoria spavalderia alla quale non ha rinunciato, a giudicare dai racconti ricordati. "Cuore di bestia" è un lungo monologo - che scivola talvolta nella terza persona - di un contadino e allevatore. Paul, rozzo, maschilista e violento, dalla psicologia primaria e contorta, che tratta la moglie, soprannominata la Vulva, come fosse una delle sue bestie, ma con meno carezze e ancor meno capacità di dialogarci. Tratta la moglie come una bestia, ma anche lui, infine, è poco più di una bestia... E i molti bambini della coppia, indefiniti, selvatici, che sembra crescano in branco e da sé, per Paul sono anche loro come bestie, anzi meno, perché lui s'intende meglio con le vacche, le ama certamente di più. L'arrivo di Georges, un bracciante portoghese chiamato ad aiutarlo, semina nel cuore di Paul dubbi e rivalità.
Georges è un omaccione da soma, come Paul, ma qualche libro l'ha letto e ha anzi rifiutato l'università per qualche delusione nei confronti della cultura e della sua funzione fintamente salvifica. Georges è a suo modo colto ma è soprattutto una persona sensibile, che ha sofferto, e che sente e si interroga. Egli tratta la Vulva da donna, e cerca di rompere la crosta selvatica di Paul, di portarlo a ragionare, e ciò facendo ad affinarsi. È lui a capire che la donna ha un cancro e a farla visitare e ricoverare, e la sua intesa istintiva e crescente con lei porta a un minimo risveglio di sensibilità nell'ottuso Paul, lo rende geloso e lo spinge a ragionamenti contorti, ossessivi, le cui associazioni mentali sono primarie, e sono incapaci di approfondire le altrui azioni e le proprie capendone le motivazioni, capendo gli altrui sentimenti e addirittura i propri.
Ci si aspetterebbe che prima o poi la tragedia esploda, in questo piccolo mondo chiuso, dove scarsi sono i rapporti con l'esterno. Ma la tragedia non arriva, e anche questo è significativo in un romanzo che entra nel cuore del protagonista e ne segue i tracciati, le reiterazioni, e si esprime (e pensa) come farebbe uno come Paul, con le sue parole in un'impressionante ‘flusso di coscienza'. La Revaz gioca con le parole con grande abilità, e si ha a volte il sospetto della recita della crudeltà, ma dal mondo che descrive essa ne viene, e sa renderne la durezza come nessun altro. "Cuore di bestia" è un esordio e come tale è un libro sorprendente. Dobbiamo leggere i successivi, però, per capire in che direzione si è mossa dopo di allora.
(Goffredo Fofi)

l'UNITà - 14/09/13
La voce forte e contadina di Revaz
BUONE DAL WEB

Stimolato da qualche segnalazione in rete, ho letto «Cuore di bestia», il romanzo della scrittrice svizzera Noëlle Revaz. Un romanzo che ci ha messo più di dieci anni a essere pubblicato in Italia: e per fortuna ci hanno pensato l'editore Keller di Rovereto e la traduttrice Maurizia Balmelli, (anch'essa svizzera, del Ticino). E qui occorre subito rilevare una cosa: la potenza di questo romanzo è nella lingua, una lingua densa e materica che pare restituire le asprezze di una Svizzera rurale e montanare dove prende corpo la narrazione. E facilmente s'immagina la difficoltà dell'esercizio di traduzione, e tanto più se ne apprezza la resa: del resto la Balmelli ha affrontato prove altrettanto impegnative, come Suttree di McCarthy, che le fruttò il premio Vallombrosa Von Rezzori.
Ecco, Cuore di bestia (Rapport aux bêtes il titolo originale) è un libro con una voce forte, incisiva, assolutamente singolare. «Come Céline ha inventato una lingua urbana... così Revaz ricrea un parlare contadino», hanno scritto su Le Temps: ma anche se mettiamo da parte questi paragoni veramente eccessivi, ciò che resta è comunque un gran libro. La storia è semplice, come semplice è il protagonista/narratore. Paul, un allevatore rozzo e dai sentimenti elementari e primitivi, che chiama «Vulva» la sua donna, non ben distinta ai suoi occhi dalle mucche che cura, anzi vista come un ingombro inutile, diversamente dalle vacche che danno latte. Con loro parla, con lei no. Se mai, qualche volta la picchia. Ma questa violenza, grazie alla lingua, ci arriva trasfigurata, e tutto ci appare come deve apparire a Paul, di una smisurata irresponsabile leggerezza. Poi arriva Jorge, un portoghese dall'animo attento, che cura la donna e semina qualche embrione di «educazione sentimentale». La vicenda non si scioglie in tragedia né in lieto fine, ma rotola fino in fondo in una sospensione fuori dal tempo che, in effetti, resta addosso al lettore anche dopo l'ultima pagina.
(Marco Rovelli)

STAMPA STRANIERA

In "Cuore di bestia", Noëlle Revaz ha inventato una lingua contadina che le ha aperto le porte della collezione bianca di Gallimard.
"Come Céline ha inventato una lingua urbana sfalsata, Noëlle Revaz ricrea un parlare contadino. Un vero pugno in faccia alla bella lingua". Il poeta e romanziere Guy Goffette non ha paura di fare confronti, lui che ha convinto Gallimard ad accogliere nella sua collezione bianca "Cuore di bestia". Qualche mese dopo il "Judas" di Maurice Chappaz, ecco dunque un nuovo shock estetico venuto dal Vallese. La trama del romanzo è semplice: Paul è un contadino rozzo e brutale. Maltratta sua moglie che chiama Vulva, la riduce alla sua funzione genitale e ignora i figli, massa indistinta di mocciosi che talvolta punisce per bene. In questo mondo di silenzi appare un bel giorno Jorge, un portoghese stagionale, un'allegoria del Sud, che si chiamerà Georges - perché si è in Svizzera, qui - e qualche volta "il Portoghese". Infinitamente più acuto, istruito del padrone, l'uomo fungerà da catalizzatore. Grazie a lui, il padrone cambierà gradualmente, accetterà che sua moglie si prenda cura infine del tumore che gli corrode lo stomaco, e abbandonerà le sue paure arcaiche. In breve, lo straniero, prima di partire in autunno, lo renderà più umano, meno distruttivo ma più rivelatore dell'angelo nel "Teorema" di Pasolini. Il racconto si conclude col remake muto di "Donna, vieni a sederti sulla panchina..." dell'antico libro di famiglia.
Questa storia non è realista e pertanto, come dice Guy Goffette, "si sguazza nel letame". Le scene della stalla o dei campi non convinceranno forse i professionisti ma hanno una verità nel quadro di questa storia violenta, a volte difficile da sostenere. "Ho dovuto chiedergli di cancellare certe ingiurie, troppo scioccanti, ma non ho potuto farla rinunciare al nome così brutale di Vulva". Il discorso interiore di Paul, il quale inciampa nella propria rabbia, nell'incapacità di esprimere le emozioni, suona bene, come i dialoghi, eppure nessuno parla così nella vita. Passato il primo sussulto provocato da una sintassi contorta, un lessico deformato, i personaggi iniziano a esistere e il lettore entra nell'universo del romanzo. È molto forte, molto duro anche, ma l'autrice opera il prodigio di mantenerlo leggibile. Ci sono anche alcune scene infinitamente poetiche e tenere, per esempio quando Georges, Paul e i bambini cominciano a dipingere. Con abilità, Noëlle Revaz evita i cliché, pur lavorando su sentimenti universali, quali l'amore, la gelosia, la paura, quella del sesso e della differenza, il desiderio di dominio.
Soprattutto, ha creato uno stile ibrido, giocando sulle pause, mescolando qualche elvetismo a delle costruzioni sapienti, trasformando gli aggettivi in nomi, inventando dei giri di parole che si crederanno talvolta tradotti da una lingua straniera o antica, dove risuona il ritmo di un verso. Questo primo romanzo, pensa Guy Goffette, dovrebbe fare molto rumore nel mondo civilizzato del romanzo francese. E se il suo esotismo è stato troppo radicale? "Poco importa. La letteratura innovativa non ha mai molta eco sul momento. Chi ha letto Faulkner all'epoca?" NÉE ISABELLE RÜF, LE TEMPS

La forza del romanzo di Noëlle Revaz è tale che è entrato a far parte di altre opere. Non solo ha ispirato il film "Cuore animale" ma al libro è dedicata una parte del romanzo "La libreria del buon romanzo" di Laurence Cossé (in Italia uscito per E/O nella traduzione di A. Bracci Testasecca).
"Non avrebbe retto a lungo se un pomeriggio di quello stesso inverno, a dicembre, in un'ora morta, non avesse notato in libreria una ragazza vestita da città - sebbene questa definizione convenzionale si addica poco a una mise che non era da città: diciamo vestita in modo inconsueto per Méribel - che in piedi, sempre meno attenta a non farsi vedere e sempre più rapida man mano che andava avanti, leggeva "Rapport aux bêtes" (ndr Cuore di bestia), un romanzo di Noëlle Revaz che Ivan teneva in altissima considerazione. Un'ora e mezza dopo, arrivata all'ultima pagina, chiudeva il libro visibilmente emozionata e si accingeva a rimetterlo al suo posto sulla mensola delle prime scelte quando si accorse che Ivan la guardava. La ragazza arrossì e gli disse senza abbassare lo sguardo: non ho soldi. Non c'è problema, si affrettò a rassicurarla Van, che se non altro aveva ancora la libertà di ricevere chi voleva nel suo seminterrato. Poi indicò con il mento il libro appena rimesso a posto e chiese: allora, che ne pensa?
La ragazza era sotto shock. Da tempo non aveva letto un'opera di tale intensità. Avrebbe ricordato per un pezzo quegli sfondi, quell'ambientazione, quei personaggi, quel contadino tanghero di mezza montagna con la moglie senza nome. La cosa che l'aveva colpita di più era la struttura del lungo monologo, il fraseggio, l'inventiva della scrittrice che aveva creato una lingua nuova, un francese senza uguali, gibboso, zoppicante, ma pienamente giustificato visto che a parlare è un bifolco, anche lui reso magistralmente..."

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