PREZZO: €14,00
DATA USCITA: GENNAIO 2016
BROSSURA | PP. 144 | COLLANA RAZIONE K
TRADUZIONE DAL TEDESCO MELISSA MAGGIONI

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«Un grande scrittore, cui si devono alcuni dei più originali e vivi libri sulla Mitteleuropa, scava nelle incantevoli bellezze dei paesaggi e ne scopre le cicatrici e le ferite nascoste, riporta alla superficie e alla coscienza le tante vittime della violenza della Storia, vittime senza nome sepolte nell’oblio. Porta alla luce il dolore, l’ingiustizia e la colpa che sempre si è cercato di nascondere. Una grande letteratura che è ricerca, pietas, memoria ritrovata, atto d’accusa e giorno del Giudizio».
CLAUDIO MAGRIS

 

Per una nuova mappa della memoria in Europa.
Quando paesaggi idilliaci celano oscuri segreti.

Reportage, narrazione in prima persona, libro di viaggio e ancora saggio e riflessione sull’Europa del Novecento, la memoria, il paesaggio, la distruzione e la rinascita… Un libro importante. Un vademecum essenziale per questi nostri tempi.

TRAMA

Le vittime del XX secolo non sono solo quelle ricordate dai monumenti commemorativi. Cosa resta delle migliaia di vittime senza nome, quelle sepolte segretamente, siano essi ebrei, rom, anticomunisti o partigiani? Come possiamo ricordarle? Come è possibile vivere in un’Europa dove i paesaggi sono contaminati e avvelenati da innumerevoli massacri messi a tacere: da Rechnitz nel Burgenland a Kočevski rog in Slovenia e Kurapaty vicino a Minsk?
In questo splendido libro Martin Pollack ci restituisce una mappa nuova e più veritiera del nostro continente. Nomi e luoghi che svelano segreti inconfessabili e allo stesso tempo contribuiscono alla costruzione di una memoria condivisa.
Reportage, narrazione in prima persona, libro di viaggio e ancora saggio e riflessione sull’Europa del Novecento, sulla memoria, il paesaggio, la distruzione e la rinascita.

STAMPA

Con questo libro Martin Pollack dimostra ancora una volta di essere uno degli scrittori migliori, il più sensibile e accurato della letteratura documentaria attuale. ORF
La scrittura di Pollack è una lotta senza fine contro l’oblio delle vittime del XX secolo. NZZ
Ciò che rende il libro una lettura indispensabile è l’incontro tra il genere del reportage giornalistico e la ricerca storica: un’arte padroneggiata solo da pochi autori. DER FALTER
Una guida attraverso le “bloodlands” dell’Europa centrale e orientale. DEUTSCHLANDFUNK
Il libro di Martin Pollack è sconcertante: un appello all’umanità. Kirchenzeitung

AUTORE

Nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco (vari i reportage di Kapuściński che ha fatto conoscere nel mondo tedesco), giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per lo «Spiegel», a Vienna e Varsavia tra il 1987 e il 1998. Il suo lavoro è stato premiato tra gli altri con l’Ehrenpreis des österreichischen Buchhandels für Toleranz in Denken und Handeln (2007) e con il Leipziger Buchpreis zur Europäischen Verständigung (2001). Vive nel Burgenland e a Vienna. Tra i suoi libri più recenti: Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007), Kaiser von Amerika. Die große Flucht aus Galizien (2010).

DICE L'AUTORE

A questo proposito parlo di paesaggi contaminati. Con ciò intendo i paesaggi che furono luoghi di uccisioni di massa, eseguite però di nascosto, al riparo dagli sguardi del mondo, spesso con la massima segretezza. E dopo il massacro i colpevoli compiono tutti gli sforzi immaginabili per cancellarne le tracce. I testimoni scomodi vengono eliminati, le cave in cui sono stati buttati i morti vengono riempite di terra, appianate, in molti casi ricoperte di vegetazione, dotate con cura di cespugli e alberi per far sparire le fosse comuni. Le fosse vengono nascoste, confuse con l’ambiente. Questa è un’arte che notoriamente si impara in guerra.
[…] Ma non è così semplice. Per riuscirci serve una buona dose di competenza e talento per l’improvvisazione; quando si è alla ricerca di posti adatti, si deve esplorare e sondare il terreno con occhi esperti.
[…] Spesso ci vogliono addirittura abilità da giardiniere. Quali alberi e quali arbusti si prestano meglio a essere piantati sulle fosse dei morti, quali crescono abbastanza rapidamente per coprire in fretta eventuali tracce traditrici? Naturalmente, se possibile, devono essere piante locali, tipiche del posto, perché sarebbero proprio piante di altro tipo ad attirare l’attenzione sul luogo…


RASSEGNA

I “PAESAGGI CONTAMINATI”
DAI BLACK-OUT DELLA STORIA
IL TRENTINO | 23 gennaio 2016 | Paolo Piffer

Keller editore celebra la Giornata della Memoria con un libro che non fa sconti. Martin Pollack con lo stile di Kapucinsky sulle tracce delle “stragi dimenticate”.
Girata l’ultima delle 138 pagine di “Paesaggi contaminati” rimane un senso di svuotamento e di spaesamento. Sottile, ma presente, persistente. E non tanto per la poca dimestichezza nell’inerpicarsi dentro scritture in cui i lati oscuri, nascosti, che mettono in risalto la storia dell’agire umano su questa terra financo nei suoi meandri peggiori, “sporchi” e più bui possano risultare sconosciuti. Piuttosto, rimane la domanda, inevasa, sul “perché” o sui “perché”. A cui, sommessamente, altro non rimane che rispondere, dichiarando la propria impotenza, che con il silenzio. Martin Pollack, giornalista, scrittore e traduttore austriaco (tra l’altro di diversi lavori di Ryszard Kapucinski, il reporter polacco scomparso nel 2007 e di cui, come per osmosi, segue la lezione) è pressoché sconosciuto al pubblico italiano (si ricorda, da Bollati e Boringhieri, qualche anno fa, “Il morto nel bunker” sulla sua famiglia di chiari e inequivocabili sentimenti nazionalsocialisti). Ora Keller, l’editore roveretano tanto appassionato quanto autorevole e riconosciuto ormai anche a livello nazionale, manda in libreria, dalla prossima settimana, questo intenso e potente reportage, tradotto da Melissa Maggioni, nel periodo del Giorno della memoria che mercoledì ricorderà la liberazione del campo di Auschwitz, nel 1945, e quindi l’Olocausto. Pollack guarda ai paesaggi, quelli di fronte ai quali spesso ci stupiamo, o osserviamo con compiacimento, espressione di bellezza, se non bucolici. Cammina verso est, diretto nei Balcani, in Polonia, nei Paesi Baltici, in Ucraina, in Bielorussia. Scrosta la patina superficiale del terreno, spesso reso inaccessibile dalle temperature per penetrare “quelli che furono luoghi di uccisioni di massa, eseguite però di nascosto, al riparo dagli sguardi del mondo, spesso con la massima segretezza”. I luoghi senza un cippo o una croce dove “dopo il massacro i colpevoli compiono tutti gli sforzi possibili per cancellarne le tracce”. Perché i responsabili non volevano far sapere di quelle fosse ma anche perché chi ora ci vive preferisce, spesso, non ricordare, non dover espiare colpe non proprie, non portare sulle spalle fardelli che sarebbero insopportabili, inenarrabili nella loro crudeltà ed efferatezza. Lo scrittore e giornalista austriaco percorre una via crucis sconosciuta, una personale discesa all’Inferno, non per sminuire i genocidi conosciuti e ricordati, i cimiteri e i monumenti dove il culto della memoria è palese, pubblico, evidente, anzi. Arriva dove nessuno arriva, o pochi hanno messo piede, sulla scia di ricerche, testimonianze, letture, stralci rintracciati in Rete, documenti seppelliti dalla polvere e dal tempo. Arriva dove si è perpetrato e consumato l’inganno e la mimesi delle fosse comuni, “di questi posti in cui gli assassini e i loro aiutanti diventavano giardinieri e progettisti del paesaggio” e dove, dopo, sarebbero cresciuti “i lupini e poi furono piantati degli alberi giovani, pini che crescono bene sul terreno sabbioso”. Arriva a Kurapaty, in Bielorussa, a 30 chilometri da Minsk, dove, tra il 1937 e il 1941, si ritiene siano stati fucilati e sotterrati dagli uomini del Commissariato del popolo sovietico 250mila tra intellettuali e patrioti bielorussi. Si spinge a Bikernieki, ad est di Riga, in Lettonia, dove, tra il 1941 e il 1944, squadracce di Ss lettoni massacrarono tra 35 mila e 46mila ebrei, prigionieri di guerra e partigiani. Ritorna indietro, nel Kocevski rog, in Slovenia, dove “i colpevoli hanno reso complice il paesaggio: (dove) le foibe profonde e lontane hanno permesso loro di far sparire i morti con tanta facilità che si è quasi tentati di parlare di una complicità del paesaggio”. Perché tutto questo vagare per l’Europa, sciogliere una a una le “stazioni” di un rosario laico? Perché riportare a galla, rimuovere il terreno, rapportarsi continuamente con il paesaggio tanto da assumerlo come “contaminato”? “Dobbiamo fare di tutto per sottrarre all’oblio le vittime sconosciute delle fosse comuni dei paesaggi contaminati – risponde Pollack – Dare loro i nomi, i volti e le storie che meritano. Dobbiamo cercare di scoprire quale era allora l’aspetto dei luoghi e qual è oggi. Viviamo in paesaggi contaminati, per cui dobbiamo essere sempre pronti, lavorando nei campi o in un bosco, facendo un’escursione, ad imbatterci in qualcosa che a prima vista non riusciamo a decifrare. E che a uno sguardo più ravvicinato si rivela una testimonianza della storia recente”.

 

PAESAGGI CONTAMINATI
RSI RETE DUE | 27 gennaio 2016 | Raniero Fratini
Raniero Fratini intervista Martin Pollack e parla di Paesaggi contaminati. Intervento andato in onda su RSI il 27/1/2016


LA NUOVA MAPPA DELLA MEMORIA
IN "PAESAGGI CONTAMINATI" LO SCRITTORE ASUTRIACO RACCONTA LA SHOAH DELL'EUROPA ORIENTALE

PANORAMA.IT | 27 gennaio 2016 | Micol de Pas

Martin Pollack parla di Paesaggi contaminati. Intervento andato in onda su RSI il 27/1/2016Una nuova geografia della memoria emerge da "Paesaggi contaminati", libro dello scrittore austriaco Martin Pollack. Giornalista e autore di reportage e documentari, quasi sempre ambientati nelle regioni orientali dell'Europa, spingendosi fino alla Bielorussia, Pollack ha spesso mescolato i generi narrativi per mettere a punto i suoi romanzi.
E lo fa anche questa volta. Solo che il coinvolgimento è maggiore: i paesaggi narrati in queste pagine sono quelli della sua infanzia, quei boschi dove l'autore bambino andava a caccia con il nonno. E dove si sono compiuti alcuni tra i più efferati crimini del Nazismo. Ne abbiamo parlato con l'autore. LEGGI L'INTERVISTA

 

PAESAGGI CONTAMINATI
RADIOPOPOLARE SABATO LIBRI
30 gennaio 2016 | Francesco Cataluccio

Francesco Cataluccio parla di Martin Pollack e racconta Paesaggi contaminati.

 

LUOGHI CONTAMINATI ANZI INSANGUINATI
IL VENERDÌ | 12 febbraio 2016| Marco Filoni

È un legno facile da incidere, la betulla. Lo sanno i bambini cresciuti in montagna. La memoria, quella no: per esser incisa non basta un coltellino affilato. Ne è consapevole Roberto Keller, patron dell'omonima casa editrice, che ha pensato la copertina del bellissimo reportage di Martin Pollack, Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa. Lo sfondo è un bianco sporco dal quale si scorgono, timide, le striature delle cortecce di betulla. Sopra, alcuni simboli del secolo scorso (la stella di David, l'aquila Imperiale della Wehrmacht. la falce e il martello sovietici...) e i campi, quelli dell'est Europa.
Oggi sono grandi spazi coltivati, e qui i segni dell'uomo appaiono tracciati in nero. Ma ecco spuntare qua e là piccoli fili rossi: quante fosse comuni ci sono, quanto sangue ha bagnato quei campi senza che noi, oggi, ce ne ricordiamo?
È la scia che ha lasciato il Novecento, quella che ha seguito Pollack nel ricostruire i paesaggi avvelenati dai molti massacri dimenticati. Dove è sepolta una parte della nostra memoria. Che questo libro e questa cover ci aiutano a scorgere.

 

NEI PAESAGGI CONTAMINATI È SEPOLTO L’ORRORE DEL SECOLO BREVE
TUTTOLIBRI | LA STAMPA
13 febbraio 2016| Marco Filoni

La striscia nera nel mezzo partisce la copertina di Paesaggi contaminati (tr.it di M. Maggioni) opera di Martin Pollack. Sopra il logo dell’editore, la lettera K rossa e il nome per esteso; poi «Reportage», che è il titolo della collana.
Tutto intorno una cornice nera sottile, che crea uno spazio ulteriore. Dentro questo, in alto, un campo arato, una casa sullo sfondo e poi un mulino; alcuni solchi colorati in rosso; in basso, altri paesaggi agricoli, terre e spazi coltivati, quindi una serie di piccoli segni: occhiali, forchetta e coltello, orologio, stella di David, stella rossa con falce e martello, emblema del Terzo Reich, casco, fucile. Anche qui colpi di rosso sangue.
La carta che avvolge il libro riproduce la corteccia di una betulla con le sue striature. Le immagini provengono da un sito Shutterstock che le vende; sono state prelevate e disposte sulla pagina come si fa con i quaderni dei bambini, appiccicando etichette, piccoli segni, icone. L’effetto è quello di un collage.
Pollack, scrittore, traduttore, giornalista, autore di libri inconsueti, ha scritto un libro doloroso, ma necessario. Egli visita uno dopo l’altro i paesaggi dove in Europa si sono perpetrati terribili massacri, campagne dove sono state inumati in fosse comuni ebrei, oppositori politici, fascisti, comunisti, partigiani, gente qualunque. Tutti massacri di cui non si quasi nulla. A volte sono poche persone, meno di una decina seppellite in quel campo o sotto quell’albero. Tutto questo s’intreccia con la storia della famiglia paterna di Pollack, composta di simpatizzanti e militanti nazisti.
Scritto come un reportage, ma con una voce narrativa in prima persona, Paesaggi contaminati è un libro sulla memoria composto di piccole figurine, come quelle che si scorgono sulla copertina.
Anche le persone che l’autore incontra non sono mai a tutto tondo, ma appaiono come ritagliate dallo sfondo, appena discoste da quel paesaggio di terre, foreste, orti, cittadine attraversate dall’autore.
Una sequenza di nomi di città, località di campagna, borghi, territori; una mappa inesauribile di luoghi contaminati e avvelenati da conflitti, ideologie, crudeltà, stupidità. Pollack non cerca spiegazioni, e neppure le propone. Il suo è un percorso alla luce di una profonda pietas. Non un’assoluzione e neppure una condanna, un esercizio di memoria in un mondo che tutto cancella e rimuove.

 

DAL DANUBIO A KATYN UNA NUOVA MAPPA DELLA MEMORIA
LA REPUBBLICA | R2
21 febbraio 2016 | Susanna Nirenstein

Il padre di Martin Pollack era un nazista, un SS a capo di un commando speciale assegnato a ripulire dagli elementi indesiderati i territori conquistati. Nelle regioni montuose della Slovacchia centrale e non solo dava la caccia agli ebrei nascosti e ai partigiani. Fatto il lavoro, li buttavano in qualche fossa comune scavata dalle stesse vittime, negli stagni, nei fiumi, nelle gole. Potevano essere mille o 3. La logica era la stessa. Distruggere e nascondere, di quelle anime non doveva rimanere niente, tantomeno il ricordo. E niente rimase. La natura rivestì armoniosa ogni strappo. Pollack, dopo aver indagato la storia di suo padre ricercato come criminale di guerra e ritrovato ucciso nel 1947 ( Il morto del bunker), guarda ora con occhi appuntiti la geografia europea, la studia, non si stanca di scoprirne i suoi Paesaggi contaminati, per ricostruire una nuova mappa della memoria. Non gli basta sapere del dirupo di Babij Jar, dove le SS gettarono in un dirupo 30mila ebrei e per anni i sovietici non eressero una lapide comunque, o di Katyn (e in luoghi non lontani) dove nel 1940 per ordine di Stalin l’Urss massacrò circa 25mila ufficiali e intellettuali polacchi, o del Danubio dove negli ultimi mesi di guerra i tedeschi uccisero decine di migliaia di ebrei. Vuol parlare delle peschiere pittoresche e del fango intorno al castello sloveno di Hastrovec dove nel ‘45 furono gettati i cadaveri di minoranze tedesche o ungheresi: quelle acque per anni non gelarono più. O delle paludi del Pripyat dove i soldati del III Reich spinsero ucraini, bielorussi e, soprattutto, gli ebrei. Scruta ogni gobba, fenditura, macchia di colore nei boschi del Burgenland dove il nonno, anche lui un nazista convinto, lo portava in suggestive passeggiate. Racconta mille episodi. Interroga i vecchi dei villaggi. Vuol dare un nome a ogni corpo disperso, perché non c’era nome che venisse registrato nelle esecuzioni di massa, né quello dei morti, né quello degli assassini. E realizza così un reportage sui segreti inconfessati del nostro continente, un invito a guardare tutto ciò che ci circonda da un punto di vista sospettoso, pietoso, nuovo.

 

PAESAGGI CONTAMINATI
RADIO RAI 3 UOMINI E PROFETI
21 febbraio 2016 | Gabriella Caramore

Gabriella Caramore segnala a Uomini e profeti (Radio 3 Rai) "Paesaggi contaminati" di Martin Pollack (trad. M. Maggioni, Keller 2016) e spende bellissime parole per la Keller editore, grazie!!!

 

 

MOLTO SANGUE SOTTO I BOSCHI
L'ESPRESSO
11 marzo 2016 | Enrico Arosio

Nell'estate 2008, a Huda Jama, una miniera abbandonata in Slovenia, furono rinvenuti i resti atroci di una vecchia storia, databile al 1945: una montagna biancastra di cadaveri, in parte mummificati, 427 corpi, tutti maschili. Poi i minatori ne trovarono altri 369, questa volta anche di donne. Dopo le esumazioni si capì che ce n'erano altri ancora, ma il governo sloveno scelse di sospendere le ricerche e richiudere tutto. A Huda Jama, si stima, sono sepolti duemila fantasmi, figli della resa dei conti: sloveni e croati nazionalisti e filotedeschi ammazzati dai partigiani comunisti e dalle forze di sicurezza. Nei vicini boschi della Savinja, ricorda lo scrittore che racconta questa storia, andava a caccia suo nonno. Chi racconta è l'austriaco Martin Pollack, slavista, ex corrispondente di "Der  Spiegel" da Vienna e Varsavia. Suo padre era un SS (e in passato ha avuto modo di scriverne). Ora, con il saggio-reportage "Paesaggi contaminati" (traduzione di Melissa Maggioni, Keller, pp. 138, € 14), viaggia per l'Europa centrale attraverso le "bloodlands", le terre insanguinate dell'era Hitler-Stalin. Dall'Ucraina dove furono soppressi 1,6 milioni di ebrei alla Bielorussia, dall'Austria orientale alla placida Slovenia, Pollack rammenta al distratto lettore di oggi come boschi, orti e frutteti siano cresciuti, nell'ultimo mezzo secolo, sopra innumeri fosse comuni di senza nome: che fossero fascisti o antifascisti, ebrei, ustascia, zingari o donne innocenti. In molti casi, i governi, da Kiev a Vienna, hanno deciso di dimenticare, archiviare per sempre. Un libro duro ma utile, per ricordarci chi dorme sotto la nostra terra comune, il paesaggio d'Europa.

 

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